“Voglio essere onesto: molte, molte altre famiglie perderanno prematuramente i loro cari”. Guarda fisso davanti a sé, nell’occhio della telecamera Boris Johnson, il premier britannico, stanco, provato. Al suo fianco i consiglieri medico-scientifici del governo. Accademici di chiara fama. Chris Whitty e Patrick Vallance. Il suo sguardo è severo quando dice: “Non è vero che il covid-19 è una semplice influenza”.

La verità, solo la verità. Nient’altro. Non è un’influenza. È una malattia che uccide. E per essere sicuri di non morire c’è un solo modo: non essere contagiati. E non c’è età che tenga. Nel senso che gli unici di cui non si ha notizia di morte sono i bambini dai 9 anni in giù. Gli altri muoiono. I dati ufficiali dicono che tra i positivi accertati, quelli che proprio sappiamo che si sono ammalati, il coronavirus ha ucciso 2 persone ogni 1000 che avevano tra i 10 e i 39 anni. 4 ogni mille tra i 40 e i 49. 13 ogni mille tra i 50 e i 59. 7 ogni 200 cento, o 36 ogni 1000 se preferite, per le donne e gli uomini tra i 60 e i 69. Quindi l’8 per cento, cioè 1 ogni 10 tra coloro che hanno tra i 70 e i 79. 3 ogni 20 tra gli ultra 80enni.

Fine della verità. Non ci sono altre notizie. Ora riguardate i numeri. Chi scrive è nella fascia 40/49, una classe, come si diceva un tempo, che lascia sul campo, santo, 4 persone ogni 1.000 infettate. È tranquillizzante pensare che siamo tra i 996 che ne avranno solo un brutto ricordo. Invece, per un attimo, decidiamo, decidetelo anche voi, di essere uno dei 4 che non ce la fa. Per cosa val la pena di morire? Con cosa scambiate la vostra vita? Per una passeggiata? Per il pil? Per pagare le bollette? Per sfamare la vostra famiglia? Per pagare il mutuo? Per cosa val la pena? Quanto vale la vostra vita?

Non finiscono gli scioperi spontanei in giro per l’Italia, nelle fabbriche. “Non siamo carne da macello” dicono le lavoratrici e i lavoratori. Con fastidio abbiamo registrato la voce di Marco Bonometti, presidente Confindustria Lombardia, che ha accusato di strumentalizzazione i sindacati e di irresponsabilità. Fermano il Paese, fermano l’economia. Le tute blu, le operaie e gli operai chiedono, pretendono di non essere contagiati da covid-19 per essere andati in fabbrica, in officina. Cioè dicono che il lavoro non vale la vita, non c’è stipendio che valga.

Si è fatto un gran parlare di eroi in queste settimane. Lo si è fatto dicendo dei medici, degli infermieri e dei lettighieri. Con molti di loro si è ormai costruito con noi che scriviamo, un rapporto di scambio, sincero, trasparente. Ci raccontano il loro stare in prima linea. Alcuni evocano la paura. Alcuni si chiedono e ci chiedono se quel che fanno vale la loro vita. E la risposta non è sempre la stessa. Non la nostra, noi non rispondiamo, né mai ci permetteremmo di farlo, ma la loro , quella che nel porre a noi, pongono a loro stessi. Perché, al di là di ogni retorica d’accatto, i medici, gli infermieri, i lettighieri e chiunque si trovi in un ospedale, fa un lavoro, un lavoro che non contempla la morte. I soldati vanno in guerra, tolgono e perdono vite, i medici, no. Non dovrebbero.

Centinaia di medici si sono ammalati in Cina, centinaia da noi. Nella Repubblica Popolare Cinese ne sono anche morti molti, da noi vedremo. Quel che oggi sappiamo è che l’assenza di mascherine, guanti, camici monouso ne ha fatti vittime e untori.

Noi, noi siamo “solo giornalisti”. Certo contiamo anche noi le nostre quarantene, i nostri malati e poi conteremo i colleghi che il coronavirus non hanno superato. Al di là di una certa prosopopea che ci disegna eroici in pellicole e qualche libro, facciamo il nostro mestiere, che in questo caso vuol dire raccontare quel che sta o non sta accadendo. Non siamo così necessari, come un camice bianco, per salvare vite. Ma sicuramente non lo facciamo se ci giriamo dall’altra parte. Se, per esempio, non diciamo che i posti della rianimazione in Italia sono poco più di 5 mila, poco più di 1500 sono al Sud e che quelli al Nord sono belli che finiti. Il panico viene evocato e noi come gli untori di questo panico. E così se diciamo che c’è chi è rimasto fuori dalle rianimazioni, perché non c’era posto. E così quando denunciavamo l’inconsistenza della reazione dell’Italia all’infezione. E così quando diciamo che i medici di famiglia ancora non hanno le mascherine. E così quando diciamo che i mezzi pubblici sono un luogo di contagio. E così quando diciamo che tanti di quelli che lavorano oggi, non lavorano in sicurezza. E così quando diciamo che non avere la febbre non significa non essere contagiati e contagiosi. E così quando diciamo che siamo già in recessione. E così quando diciamo che l’Italia era già malata, quando è entrata nel contagio coronavirus. E così quando diciamo che il nostro sistema sanitario è arrivato all’appuntamento con covid-19 già malmesso e piagato da anni di scelte di governo e di bilancio improvvide. Ogni cosa che diciamo ha la sua verifica, la sua fonte. È il nostro lavoro. Il panico è dovuto non al nostro denunciare, ma a quello che non si è fatto e non si sta facendo. Noi informiamo e magari così, salviamo qualche vita.

Siamo terzi, non siamo supporter di alcun politico, non siamo iscritti a nessun partito, ci accodiamo però a Matteo Renzi, che con il suo inglese-toscano, è andato alla CNN, e ha fatto un accorato appello. “Agli amici europei, ma anche agli americani dico non fate come noi, non sottovalutate il problema, non fate gli stessi errori dell’Italia”. Speriamo che i colleghi giornalisti europei e del resto del mondo non tacciano questo o analoghi appelli, perché i loro governi facciano quel che va fatto, perché i nostri oltre mille morti sono decisamente già fin troppi.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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