In Italia mancano 53mila infermieri, in Lombardia almeno 5mila. E in questi giorni di emergenza da coronavirus questa assenza è più forte che mai, come dimostra la foto della professionista di Cremona addormentata sulla tastiera di un pc, dopo l’ennesimo turno massacrante. “In Italia gli infermieri in più per non trovarsi mai in situazioni di questo tipo dovrebbero essere quasi 22mila negli ospedali e almeno 32mila sul territorio” spiega Beatrice Mazzoleni, segretaria nazionale Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche.

 

Quanti infermieri mancano??
“In Italia servirebbero almeno 53mila infermieri per garantire in ospedale il rispetto della normativa Ue sull’orario di lavoro e sul territorio un’assistenza in linea con la mutata epidemiologia della popolazione, che invecchia sempre di più e presenta patologie croniche  e non autosufficienza. In Lombardia la carenza di infermieri si attesta a circa 5mila unità, di cui almeno 3.400 dovrebbero essere dedicate all’assistenza sul territorio”.

 

Cosa sta facendo la Regione per ovviare a questa situazione?

“La Regione ha proposto assunzioni straordinarie che si stanno rapidamente succedendo: richiamo dei pensionati, anticipazione degli esami di laurea, incarichi extra-graduatorie, lavoro autonomo, collaborazione coordinata e continuativa, di durata non superiore a sei mesi, sospensione di turni”

 

È giusto secondo lei richiamare gli infermieri in pensione?
“Può essere una soluzione placebo. Per la Lombardia, si tratta di meno di duemila pensionati tra le pensioni ordinarie e fra chi finora ha optato per Quota 100. La situazione attuale sconta molto le politiche degli anni passati che dal 2010 in poi hanno stretto la cinghia del personale del servizio sanitario pubblico, ridotto in dieci anni di oltre 45mila unità di cui quasi 8mila medici e oltre 12mila infermieri, le figure che oggi sono in prima linea per affrontare l’epidemia”

 

Si è parlato anche di anticipare le sedute di laurea per immettere giovani immediatamente…

”In Lombardia i neolaureati sono circa 1.300 all’anno. Tra questi, i laureati della sessione di ottobre-novembre 2019 hanno nella quasi totalità già trovato lavoro e per quanto riguarda gli altri, potrebbero eventualmente occuparsi della gestione ordinaria dei servizi per lasciare ai più esperti l’intervento nei settori dell’emergenza. Ma sono comunque pochi rispetto a una carenza che in ospedale è di più di 2.800 unità e sul territorio supera le 5mila”.

 

In questo momento dove sono le situazioni più difficili?

“La realtà lombarda è quella messa più sotto stress a seguito dell’aumento esponenziale dei posti letto di terapia intensiva che richiede un infermiere ogni due pazienti, con capacità non acquisibili da un giorno all’altro, Ma la carenza è evidentemente generalizzata dopo anni di blocchi del turn over e tagli di spesa. La soluzione ideale sarebbe quella dell’infermiere di famiglia/comunità scritta nel Patto per la salute 2019-2021, che se fosse già attuata potrebbe assistere sia i singoli sia le famiglie”

 

La sanità privata in questa fase è chiamata a dare una mano. In che modo vengono coinvolti anche gli infermieri??

“Gli infermieri sono una componente della sanità privata così come lo sono in quella pubblica. Per questo sono coinvolti allo stesso modo e con le stesse attività e gli stesi rischi direi, di quelli che sono sotto gli occhi di tutti”

 

Attualmente quali sono le specialità che dimostrano la maggiore carenza di personale infermieristico??

”Chiaramente quelli da dedicare alle terapie intensive. Poi quelli sul territorio, sia per quanto riguarda le attività di rilevazione e monitoraggio dell’epidemia, sia per quanto riguarda l’intervento e il sostegno domiciliare, che con le quarantene a casa è diventato essenziale soprattutto quando a essere coinvolti sono cittadini che già presentavano patologie pregresse”

 

Gli infermieri si sentono in trincea. Com’è realmente la situazione negli ospedali lombardi??

”Credo che trincea sia il termine giusto, stiamo combattendo una guerra ora dopo ora. Gli infermieri, a tutti i livelli, stanno rispondendo mettendo in campo tutte le forze fisiche, mentali e professionali, con l’obiettivo di dare la migliore assistenza a tutti. Purtroppo, ciò non sempre è possibile e si agisce cercando di fare almeno l’indispensabile. Tutto ciò impatta anche psicologicamente su una situazione già altamente stressante, con il pensiero anche di proteggere i propri famigliari. Per questo si auspica anche l’attivazione capillari di servizi di sostegno. Vengono modificati reparti e allestiti posti di terapia intensiva in tempi record. E non ci sono orari di inizio e fine turno”.

Fa anche molto discutere la necessità da parte dei medici di “scegliere” chi curare. Che impatto può avere questo dal punto di vista psicologico sugli operatori sanitari?
“Le ipotesi di selezione in base alle possibilità di sopravvivenza per l’accesso alle terapie intensive sono indicazioni caratteristiche della Medicina delle catastrofi e hanno in quella un loro senso, ma è imprudente e poco opportuno associarle a questo preciso momento: ciascun paziente è uguale davanti al diritto alla salute, esiste un’etica della cura e una deontologia che non deve ancora permettersi di piegare la testa ad altre logiche”.

In questi giorni difficili, quali sono le richieste più urgenti da parte degli infermieri?
“Le istituzioni, proprio con l’infittirsi degli interventi, devono provvedere prima di tutto a maggiori garanzie di presidi di protezione dal virus per gli operatori della sanità pubblica, di cui però il Dpcm non parla in modo esplicito e che invece sappiamo essere uno degli aspetti più critici di questa situazione. E non si deve dimenticare che il decreto sospende i congedi ordinari del personale sanitario e tecnico (gli operatori sociosanitari) e del personale le cui attività siano necessarie a gestire le attività richieste dalle unità di crisi costituite a livello regionale, un’occasione in più di stress, anche se già oggi per garantire assistenza nessun infermiere si è mai tirato indietro. La Fnopi segnalerà al ministro della Salute e alle Regioni ogni situazione di criticità di accesso alle cure nei diversi territori. Senza dimenticare che è necessario, in questo momento, che i cittadini aiutino il Sistema sanitario nazionale e gli operatori della sanità a vincere la sfida Covid-19 con i comportamenti responsabili indicati dalle istituzioni“.

 

 

 

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Giornalista

Giornalista professionista. Oltre a numerose collaborazioni, ha lavorato come redattore ordinario per Il Giornale, La Gazzetta dello Sport e Studio Aperto. Si è sempre occupata di cronaca, lifestyle e inchieste. È laureata in Scienze politiche e ha frequentato l'Istituto per la formazione al giornalismo Carlo de Martino di Milano.

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