I morti non sono tutti uguali. Ci sono quelli che muoiono e quelli che vengono uccisi. E non conta l’età, conta solo il motivo per il quale si perde la vita. Diego Bianco, 46 anni, è morto nella notte tra venerdì e sabato 14 marzo 2020. Diego Bianco era positivo al COVID-19. Era stato male a metà settimana. Lui e quattro colleghi. Perché Diego Bianco era un soccorritore al Soreu, la centrale operativa del 118 all’Ospedale Papa XII di Bergamo, cioè le ambulanze. Centrale operativa che, proprio per questo motivo, era stata immediatamente chiusa e sanificata.

Perché è morto Diego Bianco, nato nel maggio del 1973? Verosimilmente è la vittima italiana numero 1.441 del coronavirus. “Verosimilmente” perché per dire con assoluta certezza qual è il motivo della morte di una persona, ci vuole un’autopsia. Quindi in assenza di questo ci fermiamo a un molto probabilmente. “Molto probabilmente” perché Diego Bianco sappiamo che fino a metà della scorsa settimana stava bene. “Non aveva alcun tipo di problema di salute”, ci hanno assicurato i colleghi. E considerando il mestiere che faceva e il conseguente accesso che aveva a visite ed esami medici, possiamo dire che le cose stavano proprio così: Diego Bianco era un uomo di meno di cinquant’anni, che stava bene fino a tre giorni prima della sua morte, avvenuta per infezione da COVID-19.

E come se lo è preso il COVID-19? Il coronavirus, per le evidenze scientifiche che abbiamo, si prende solo perché si incontra una persona infetta e non si rispettano le norme di sicurezza anticontagio. Mascherine, guanti, distanza. Diego Bianco è vittima di questa mancanza. È quindi vittima di una sua imperizia? Non lo sappiamo, ma quello che sappiamo per certo è che le persone che fanno il suo medesimo mestiere stanno denunciando da settimane e settimane le condizioni di lavoro alle quali sono costretti. La prima linea di contatto con gli infetti da coronavirus, che siano i medici di base, che siano quelli che incontrate in ospedale, che siano gli infermieri, che siano i tirocinanti, che siano gli autisti lettighieri, che siano i soccorritori del 118, tutti coloro i quali per lavoro si sono trovati a contatto con i malati, magari non ancora accertati, ma non per questo meno virulenti, di COVID-19, si sono trovati e continuano a trovarsi a operare senza le dotazioni di sicurezza per salvaguardarsi dal contagio.

“Combattiamo a mani nude” ci ha raccontato uno dei rappresentati dei medici di famiglia, usando quell’espressione militaresca che significa affrontare disarmati il nemico, a descrivere la drammaticità di quanto sta accadendo ogni giorno negli ambulatori, nelle case dei malati, negli ospedali, nelle ambulanze. “Siamo carne da macello” hanno denunciato i sindacati di base delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità, non messi nelle condizioni di fare il loro mestiere senza rischio contagio. Per lo stesso motivo, l’assenza di garanzie di salute e anti contagio nelle fabbriche e in generale sui luoghi di lavoro, gli hanno fatto eco i sindacalisti di CGIL, CISL e UIL.

“On en était venu à ce point de mépris pour la vie des hommes, d’appeler les conscrits la matière première et la chair à canon” (“Si era arrivati a un punto tale di disprezzo per le vite degli uomini da chiamare i soldati materia prima o carne da cannone”). Questa frase ha poco più di 200 anni, l’ha scritta François-René de Chateaubriand nel 1814 in un libretto fortemente antinapoleonico. Secondo i più è stato proprio Chateaubriand a inventare questa espressione “carne da cannone”, poi diventata gergalmente “carne da macello”.

Questo pamphlet, “De Bonaparte et des Bourbons”, cambiò con una frase, con un’espressione tutta la retorica di guerra. Tutta la mitologia degli eroi. Improvvisamente i soldati diventavano le vittime della spregiudicatezza dei propri generali: martiri non della guerra, ma di chi li mandava a farsi ammazzare.

Sabato 14 marzo 2020, poche ore dopo la morte di Diego Bianco, l’Italia si fermava, in un moto spontaneo, ad applaudire gli eroi con il camice bianco. Tutti coloro, e sono tantissimi, che si stanno adoperando per salvare le vite dei contagiati, dei malati gravi da coronavirus. “Eroi una minchia”, o meglio #eroiunaminchia, è l’espressione non goliardica, ma di amara denuncia, che hanno usato le colleghe e i colleghi di Diego Bianco, i sindacalisti di base che, pur commossi dall’affetto che gli italiani stanno portando a medici, a infermieri, a autisti lettighieri, a soccorritori del 118,  continuano a denunciare che il loro ammalarsi e, ormai possiamo dire, la loro morte, non sono figli di atti di eroismo, ma dell’assenza delle condizioni di sicurezza, delle protezioni, della carenza di personale.

Si è fatto un gran parlare in questi giorni dell’articolo 650 del codice penale italiano, quello evocato per punire coloro che, nonostante le prescrizioni governative anticontagio, si fanno sorprendere fuori dalle mura di casa senza un giustificato e documentato valido motivo. Ci permettiamo, di ricordare anche un altro articolo del condice penale, il 589. È l’omicidio colposo. Questo articolo prevede che se un lavoratore muore perché non è stato dotato di tutte le necessarie protezioni per fare il suo mestiere in sicurezza, il datore di lavoro può essere condannato alla reclusione tra i due e i sette anni.

Sono mille i morti per infortunio sul lavoro in Italia ogni anno, quest’anno, il 2020, abbiamo l’impressione che saranno un po’ di più. Con una differenza sostanziale, che per una volta il datore di lavoro che ha mandato i propri dipendenti a “combattere a mani nude” è anche lo Stato o da realtà a esso riconducibiili. I medici, gli infermieri, gli autisti lettighieri, sono “carne da macello”, “carne da cannone”, mandati allo sbaraglio anche dallo Stato e lo Stato, val la pena ricordarlo, siamo in questa nostra Repubblica Italiana, tutti noi.

 

#eroiunaminchia

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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