Si fa preso a dire tutti a casa. Ma se la propria casa diventa peggio di Guantanamo? É quello che in questi giorni sta succedendo a migliaia di donne e minori in tutta Italia. Stanno scontando quello che gli esperti chiamano “effetto week end”, che si verifica quando un marito e padre violento ha più tempo per infierire sui propri cari. E in piena emergenza coronavirus, il “week end” di botte e maltrattamenti rischia di durare per intere settimane.

“Monitorando le notizie di reato che in questi giorni arrivano in procura a Milano c’è stata una sensibilissima e importante diminuzione dei casi di codice rosso”, tutti quei reati legati alla violenza domestica e di genere che dall’agosto scorso, grazie a una nuova legge, hanno una “corsia preferenziale” e devono essere affrontati nei tre giorni successivi alla denuncia. A sottolinearlo è Letizia Mannella, procuratore aggiunto a capo del dipartimento fasce deboli della procura di Milano. Se i fascicoli aperti ogni giorno a Milano per reati come stalking, maltrattamenti in famiglia o violenza sessuale di solito sono una cinquantina, da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus arrivano a malapena a “sette o otto, ma tutti molto gravi”, spiega a EstremeConseguenze.it. “Le persone che adesso subiscono violenza – aggiunge – non hanno neanche la possibilità di denunciare, perché vivendo a casa con l’aggressore si trovano in una situazione, in questi giorni inevitabile, certamente di maggior pericolo”. Stesso trend anche alla procura di Lodi, da cui dipendono Codogno e i primi comuni lombardi a essere diventati ‘zona rossa’. Il procuratore Domenico Chiaro e i suoi sostituti non sono stati sommersi di segnalazioni di nuovi reati. “Forse è ancora presto – chiarisce il magistrato – perché la gente ha cominciato a chiudersi in casa solo da una manciata di giorni”. Sempre in Lombardia, sono in calo le denunce anche a Como e Lecco, Bergamo e Brescia. E lo stesso vale per altre città come Torino, Trieste e Firenze.

Analoga la fotografia della situazione scattata a Genova dal procuratore Francesco Cozzi. “I codici rossi – dice – non sono aumentati, ma negli ultimi giorni abbiamo registrato casi che descrivono una situazione di forte disagio, magari con protagonisti che vivono situazioni border line dal punto di vista psichico e manifestano molti problemi ad affrontare la convivenza forzata in famiglia”. Come agire? “Se possono intervenire i servizi di salute mentale delle Asl va bene, ma può non essere sufficiente o adeguato. D’altra parte, il divieto di dimora per l’aggressore in tempi di emergenza covid non è facile da applicare e questo potrebbe andare a scapito delle persone maltrattate”. Anche gli arresti, visto il sovraffollamento delle carceri, in questi giorni vengono disposti solo “in casi estremi”. E per le vittime, riuscire a denunciare o a allontanarsi di casa non è facile.

I centri anti violenza sono chiusi e hanno dovuto attivare sportelli on line e servizi a distanza per continuare a seguire tramite Skype e linee telefoniche sempre attive per le donne che chiedono aiuto. Le case rifugio accolgono i nuovi ingressi con il contagocce, anche a causa un fortissimo rallentamento dell’attività di Tribunali e assistenti sociali. Praticamente impossibile, poi, consegnare di persona a chi denuncia un marito o un compagno violento i voucher previsti per affittare una nuova casa e iniziare una nuova vita. A lanciare l’allarme è anche ActionAid ha rilanciato le informazioni sui servizi attivati dai tanti centri antiviolenza della rete Di.Re. Una situazione che rischia di diventare esplosiva, anche alla luce dei già gravi ritardi nell’assegnazione e nello stanziamento delle risorse previste dalla legge 119 del 2013 sul femminicidio, che mettono in pericolo la sostenibilità di centri antiviolenza e case rifugio. Una possibile soluzione, spiega Isabella Orfano di ActionAid, potrebbe essere quella di rafforzare i servizi di ascolto e la risposta anche tramite i profili social del numero 1522 istituito dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri per permettere alle donne di entrare in contatto con l’esterno in forma protetta e sicura. E anche al numero 1522 le chiamate sono già in diminuzione.

 

 

Ecco i centri antiviolenza della rete Di.Re. che sono comunque raggiungibili

 

 

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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