Non molto tempo fa, ci siamo trovati in una scuola. Una di quelle belle, su al nord. La missione era fare un giornale con i ragazzini di quinta di una primaria, quelle che un tempo si chiamavano elementari. Si costruì così una vivissima, coloratissima e chiassosissima redazione giornalistica fatta di un centinaio di occhi curiosi e di ingenue penne colorate. Si produssero, in quelle giornate di lavoro a tantissime mani,  da vere e proprie inchieste ad articoli di servizio e, come si dice in gergo, “pezzi” di alleggerimento. Le prove di evacuazione rientrarono tra gli argomenti scelti a riempire il nostro foglio. Tutte le regole, una per una, di cosa occorre fare per sgomberare le aule in caso di pericolo. Ne nacque anche un bellissimo e ironico reportage a più mani degli “aspetti positivi” dell’esercitazione. Le giovani giornaliste e i giovani giornalisti si sbizzarrirono in annotazioni dal più banale e sincero “si salta la lezione, evviva”, fino a “nel punto di ritrovo fuori dalla scuola incontro la mia amica dell’asilo che altrimenti non vedo mai”, infine qualcuno registrava: “andiamo in cortile dove ci sono tanti alberi e gli uccellini”. Una bella scuola, lo abbiamo detto in premessa.

Il bicchiere mezzo pieno è la normale reazione di difesa a quello mezzo vuoto. Non meraviglia quindi che i social e ormai anche le pagine di storiche e blasonate testate giornalistiche, si stiano popolando di “inquinamento in calo”, “acque limpide tra i canali di Venezia”, “passerotti sempre più arditi nella conquista canora di piazze e vie”, “dimensioni familiari ritrovate” e via discorrendo. Lo hanno fatto le ragazzine e i ragazzini in quel nostro giornale, lo stiamo facendo oggi noi con i quotidiani dei grandi, degli adulti, quelli personali chiamati social network e quelli professionali chiamati mass media. Da questo puzzle di immagini registrate da post, video e cronache, ne viene fuori un bel mondo, un mondo di opportunità, un mondo che, popolato di cinguettii, torte, giochi di società, canti, sberleffi, non può che affascinare e piacere. Ma un mondo involontariamente, ma inesorabilmente cinico, basato su un non detto.

Siamo certi che se a quelle nostre giovani colleghe e colleghi della scuola primaria avessimo chiesto di raccontare dell’evacuazione seguita a un incendio, un terremoto o qualsiasi evento catastrofico che avesse causato la morte di un compagno di classe o, contata la popolazione di quella scuola, quella decina che sarebbero stati uccisi se il fatto tragico avesse avuto la stessa percentuale di letalità che ha il coronavirus, siamo certi che nessuna “penna ragazzina” avrebbe immaginato o raccontato di quanto fossero carini gli uccellini, gli alberi, saltar lezione.

Il Covid-19, con la giornata di oggi, avrà ucciso in Italia un intorno di 2.000 persone. Avete presente il disastro, la strage colpevole causata dal crollo della diga del Vajont? Ne fece meno. 1917, per la precisione. Meno ne fece anche il terribile terremoto del Friuli del 1976, i morti furono 990. Bisogna andare alle 2.914 vittime delle scosse che cancellarono parte dell’Irpinia nel 1980, per trovare un dramma che ricordi, concorra per numeri alla mattanza del coronavirus. Un primo posto macabro che speriamo, ma non confidiamo, non venga scalzato da questa mortale infezione.

Il mondo di Covid-19, per quanto guarnito di canti d’uccellini e silenzi dei motori, di famiglie festanti e profumo di torte, è un brutto, bruttissimo mondo. È un mondo non intimista, ma egoista. Un mondo nel quale ognuno è costretto a pensare a sé. Il lavoro agile oggi non è segno di razionale modernità, è una difesa dall’altro, dall’infettato, dal contagio. E così le video chiamate, le file rispettose nei supermercati, il dar di passo in un vicolo stretto quando si incontra qualcuno. Il mondo di covid-19 è un mondo di democrazia ridotta con deroghe a ogni tipo di diritto conquistato. Il mondo di covid-19 ha il sapore fastidioso e patriarcale del “lasciate lavorare il manovratore”, “non disturbate il conducente”, del “silenziate le voci critiche, è il tempo dell’emergenza”.

Il coronavirus, che vorremmo essere una tragedia dal sapore vagamente di “piaga biblica”, un castigo mandato da un’entità superiore, è invece proprio come un terremoto, uno dei peggiori. Uno di quelli nei quali un territorio, l’Italia quasi sempre, si dimostra incosciente, impreparato a quello che è un evento, per quanto straordinario, possibile e probabile. Quando nell’aprile del 2009 crollò l’Aquila, fu giustamente denunciato come fossero deluse tutte le norme antisismiche. A uccidere quelle 309 donne e uomini, non fu la scossa, fu l’arretratezza del nostro Paese. E la carenza sanitaria dell’Italia sta uccidendo allo stesso modo centinaia di italiane e italiani. Non è un evento naturale, è una scelta degli uomini.

Covid-19 è un mondo che fa orrore, un mondo governato da interessi economici e disumanità, un mondo di disparità e marginalità, un mondo di sfruttamento e disinteresse degli ultimi, un mondo ombelicale e niente affatto sociale, un mondo di politica emergenziale e diritti negati, un mondo che non accetteremmo mai se non sotto minaccia.

Eppure a ben guardarlo, Covid-19 non è un luogo nuovo. È il nostro vecchio mondo che nella crisi si svela per quello che è. Viene giù come una casa del Belice non attrezzata ad alcuna scossa. Il coronavirus non sta portando e non porterà niente di buono. È un virus, un’entità invisibile che sprovveduti ci ammazza. Siamo solo noi che possiamo portare qualcosa di nuovo. Il post Covid-19 lo disegneremo noi e non in un grande ritrovato abbraccio del “volemose bene”, ma in un faticoso percorso politico di trasformazione, di interessi confliggenti dei pochi sui tanti, un tempo si sarebbe chiamata lotta di classe e avrebbe avuto come oggetto il sogno del superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma era un altro tempo, un tempo nel quale a girare per l’Europa era uno spettro che riempiva piazze, strade e luoghi di sudata democrazia e non un virus letale, che li svuotava.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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