Non è vero niente. O meglio, è vero, ma questo decreto chiamato “cura Italia” non lo si trova neppure nel portale internet del governo (www.governo.it) e lo scriviamo quando l’alba del 17 marzo 2020 è già passata da un po’. La conferenza stampa, quella terminata il 16 marzo alle 15, l’abbiamo vista tutti: il Presidente del Consiglio, il ministro dell’economia e la ministra del lavoro a illustrare il decreto, che poi, viste le dimensioni, è una vera e propria manovra economica. Giuseppe Conte, Roberto Gualtieri e Nunzia Catalfo si sono alternati davanti alle telecamere in un’inedita staffetta sotto i riflettori. Inedita quanto ridicola. “Per le norme anti contagio ci alterniamo” ha spiegato Giuseppe Conte, come se a Palazzo Chigi non ci fosse un tavolo abbastanza lungo per garantire il metro di distanza tra tre persone. Un balletto e 25 miliardi.

25 miliardi di cui sappiamo qualcosa, ma non tutto, perché nemmeno noi, come nessun altro del resto, questo decreto, lo abbiamo letto. Abbiamo visto tutte le bozze in circolazione, compresa quella “definitiva”, ma che definitiva non è se non ha una bella firma in calce. I decreti si firmano, così come le leggi, gli ordinamenti e tutti gli atti di governo che cambiano la nostra vita. Di questo foglio non si trova traccia. Sicuramente c’è, non vogliamo credere infatti che lo si sia presentato alla stampa e, attraverso alla stampa agli italiani, prima che ogni virgola fosse stata fissata. Neppure vogliamo credere a quanti hanno letto la “fuga” a conferenza stampa ancora aperta del Ministro dell’Economia, atteso all’Eurogruppo, come una prova del fatto che il decreto fosse ancora in scrittura e che, quindi, Roberto Gualtieri non avrebbe potuto rispondere alle domande più ficcanti. Meglio un aereo verso gli impegni UE. I cronisti hanno quindi dovuto registrare e arrendersi alla scontata evasività della Ministra del Lavoro che ai giornalisti snocciolava, in varie declinazioni, “questa non è materia mia, dovete chiedere al ministro dell’Economia”. Quello che era andato via. Da ridere, se non fosse che questo decreto arriva con già 2.158 deceduti da COVID-19 sulle spalle, questo dicono i numeri aggiornati al 16 marzo 2020.

Ma noi non siamo malfidenti e continuiamo ad aspettarlo, pazienti, il decreto firmato. Come pazienti attendiamo il Parlamento. E già, perché la nostra è una Repubblica Parlamentare e la Costituzione Italiana prevede che anche quei provvedimenti più urgenti chiamati decreti poi debbano passare all’approvazione di Camera e Senato. Assemblee che oggi sono aperte a metà. Il contagio viene infatti invocato per auspicare il voto elettronico da casa. Anche i parlamentari sognano il lavoro agile. Un click e via. Voi votereste oggi senza andare alle urne? Vi fidereste? Chissà. Bizzarro però è che quello stesso Parlamento che dice alle lavoratrici e ai lavoratori di questo nostro Paese di mettere una mascherina e andare in fabbrica, pare terrorizzato all’idea di andare nelle aule parlamentari. Prendiamo nota e fiduciosi attendiamo che si riuniscano ad approvare tutti quei decreti anti contagio che sono lì pronti a decadere se non otterranno il via libera della maggioranza di deputati e senatori.

Ma siamo in emergenza, quindi, “niente polemiche”, “siamo tutti uniti” e “tutto verrà approvato”. La democrazia che si fa a colpi di emendamenti è derogata. Presente “l’assalto alla diligenza” che va in scena a ogni approvazione di manovra economica? Questa volta non ci sarà. “Meno male”, diranno alcuni, noi no. Prendiamo nota.

Questo decreto vale una “finanziaria”, una finanziaria da 25 miliardi. Sono proprio parecchi. Quasi tre e mezzo vanno alla prima linea anti contagio, a quelli che ci curano, gli “eroi”, quelli che applaudiamo, al comparto Sanità. “Sono quelli che servono” si è detto nella conferenza stampa. Anche qui però si è consumata una bizzarria. Il Ministro della Salute, Roberto Speranza non c’era per confermarlo e per rispondere alle domande. Alla povera ministra Nunzia Catalfo è toccato dire ai giornalisti che non era il suo e che dovevano chiedere a un altro Roberto. Speranza. Anche qui prendiamo nota, ma con una postilla. Tre miliardi e mezzo ci sembrano pochi, perché purtroppo i beni del comparto ospedaliero e farmaceutico legati alla gestione dell’emergenza coronavirus stanno avendo oscillazioni, ahinoi al rialzo, che neppure il petrolio durante le crisi mediorientali. Ci sono beni il cui aumento è stato stimato al 6 mila, ripetiamo 6 mila per cento. Sciacalli direte voi. Sì, però sciacalli con il bene giusto in tasca, che magari l’Italia delocalizzatrice neppure più produce, e, tra la borsa e la vita, tocca scegliere la vita. Ma anche in questo caso, prendiamo nota.

Ci sono poi gli altri 20 e briscola miliardi. Sostegno all’economia. Nel mazzo c’è tutto, dalla cassa integrazione in deroga ai, 600 euro, per i precari della partita iva che a causa della crisi da coronavirus non hanno fatturato nulla. 600 euro. Siamo sotto la soglia di povertà. Quella ufficiale, quella fissata da istat. Prendiamo nota.

Ma siamo stati bravi. Lo ha detto Giuseppe Conte. L’Europa e il mondo ci guarda con ammirazione e ora pure ci imita nelle nostre tardive azioni anti contagio. Applausi. Clap, clap, clap. E non solo, la UE ci ha autorizzati a usare 25 miliardi e noi, li abbiamo usati tutti. “Tutti i soldi che c’erano”. Cioè, non tutti i soldi necessari, ma quelli che c’erano. Quelli che ci sono stati concessi. L’Europa, l’Unione di cui siamo tra i fondatori, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 2012, ci ha detto quanto possiamo spendere per non morire, vuoi di covid-19, vuoi di fame. La fortuna vuole che abbiano beccato la cifra esatta, 25 miliardi, al centesimo quelli che ci servivano. Prendiamo nota.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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