“Io credo che di coronavirus si sia iniziato a parlare in Italia da dicembre del 2019. Possibile che l’Arma dei carabinieri e le altre istituzioni non siano state in grado di prevedere almeno epidemia e di fornire a militari e protezione civile guanti e mascherine? Errore gravissimo…”. Inizia così lo sfogo di un carabiniere in servizio in Lombardia, sulla strada a ogni giorno per controllare permessi e autocertificazioni di chi esce di casa. Parole a cui segue, a distanza di poche ore la notizia della morte del primo carabiniere per coronavirus: il maresciallo maggiore Massimiliano Maggi, 53 anni, in servizio dai primi anni ’90 e a La Spezia dal 2011.

“Alle pattuglie – denuncia il collega lombardo – non è stato imposto l’uso della mascherina nonostante i militari siano a pochi centimetri di distanza nell’abitacolo delle nostre auto”.

“In piena pandemia sono state fornite pochissime mascherine nella mia stazione – aggiunge il militare – inizialmente una in dieci per poi arrivare a sei mascherine in dieci e ad oggi finalmente a dieci mascherine monouso”.

“Le poche mascherine date sono state sanificate e riutilizzate tantissime volte e nonostante tutto vengono richiesti controlli su strada da parte del personale, raccomandando l’uso della mascherina solo in caso di necessità! – prosegue il messaggio – La valutazione della ‘necessità‘ è stata delegata alla valutazione degli operanti che non sono medici ed in grado di stabile e valutare la gravità della circostanza! Questo per ordine ricevuto a cascata dall’alto!”.

Chi invece decide di “indossare le protezioni viene quasi ridicolizzato,  additato di eccessiva prudenza e di non avere coraggio, perché ai comandanti di stazione è stato appunto detto di fare in modo che non vengano utilizzate, vista la penuria. Per questo motivo è stata diffusa la voce che basta stare ad un metro di distanza dalle persone controllate per non essere infettati. Cosa non vera dato che la distanza di sicurezza è di un metro e mezzo o due”.

Mancano, infine, “le tute che coprono le divise quindi uscendo i militari possono toccare con divisa posti o persone infette e poi portare il covd-19  nelle caserme. Le divise non possono essere sanificate dopo che la chiusura dei lavasecco”.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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