Con la giornata di oggi i morti in Italia per Covid-19 saranno più o meno quelli che ha contato la Cina dall’inizio dell’infezione, l’8 dicembre 2019. Scriviamo più o meno perché in realtà potremmo addirittura aver superato, proprio mentre state leggendo queste righe, il macabro pallottoliere di Pechino che, stando ai report ufficiali delle varie agenzie della salute internazionali, ha seppellito 3.245 persone per via del coronavirus. Nella giornata di ieri, 18 marzo 2020, in realtà, abbiamo già battuto la Repubblica Popolare Cinese con un numero di decessi, che sotto alla Grande Muraglia non si erano mai contati in un giorno solo: 475. 475 persone. 475 donne e uomini, ormai quasi di qualsiasi età.

Quanti nati a ridosso dell’inizio del secolo scorso, quanti quando il nuovo millennio era appena cominciato, non lo sappiamo. Nessuno lo dice, ma nessuno dice più neppure che “tutto sommato il covid-19 è un’influenza” e poi “che a morire sono solo i vecchi”. La prima è falsa per i volumi di decessi, solo ieri sono morti di coronavirus più di quanti ne muoiano in un anno di “influenza stagionale”, la seconda è falsa perché qui al nord, dove attualmente la mattanza picchia più dura, cominciamo a conoscere quelli che non ci sono più e purtroppo taluni erano nostre coetanee e coetanei, taluni decisamente più giovani di noi.

In tutto il mondo, per quello che ci è dato sapere, le vittime di questo virus sono 7.864, mentre i casi confermati di soggetti infettati sono 193.475. “Per quello che ci è dato sapere”, perché sulla correttezza all’unità di questo bilancio di morte nessuno può mettere la mano sul fuoco. La pandemia non sta guardando confini e neppure sistemi politici, rimbalza da luoghi di democrazia fino a paesi governati da sistemi dittatoriali. Luoghi dove la verità non andava di moda prima, non va di moda certo oggi.

Le statistiche, fondamentali per costruire modelli, cioè per dire che cosa sta succedendo e immaginare come tutto questo possa evolversi e quindi essere gestito dai nostri esecutivi per limitare la strage in corso, dicono alcune cose, di cui ovviamente la più importante, quella sulla quale si guarda con apprensione è una: il tasso di letalità. Cioè a dire tra gli infettati accertati in quanti muoiono. Su cento, le statistiche, dicono 4. Su cento, non della popolazione, non dei contagiati presunti, ma di quanti, per dirla con una espressione che ormai ci è diventata familiare, sui cento che hanno fatto il tampone risultando positivi, 4 muoiono.

In tutto il mondo, per ora, vale questa proporzione. In tutto il mondo tranne che in Italia. Da noi il tasso di letalità è doppio rispetto alla media del resto del globo. Positivi (decessi compresi) in Italia al 18 marzo alle ore 18, 35.713, decessi 2.978, tasso di letalità superiore all’8 per cento. Il doppio di qualsiasi altrove.

Si sa che le statistiche sono delle medie. Io ho 10, tu 4, i numeri dicono che abbiamo 7 a testa. Se si vanno a sfogliare i dati italiani, si scopre, per esempio, che in Lombardia il tasso di letalità è l’11 per cento, in Emilia Romagna oltre il 10, in Lazio il 4 e mezzo, meno del 3 in Veneto. Se ci si fermasse a questi numeri, si potrebbe pensare a questioni climatiche, invece quel che cambia, ed è palese, è il numero di casi positivi accertati. Posto che la quota dei morti quella è e non può essere cambiata, quello che cambia è il numero di positivi rispetto ai deceduti. Ripercorrendo le regioni già citate. In Lombardia deceduti 1.959 su un totale di casi covid-19 di 12.266, in Veneto deceduti 94 e totale casi 3.214. Tasso di letalità 11 e qualcosa per Milano, appena sotto il 3 per Venezia. Ma c’è un’altra differenza tra le due regioni, che sfasa ogni parametro. Lombardia 48.983 tamponi effettuati, Veneto 40.841. Apparentemente il presidente di Regione Attilio Fontana ne ha fatti fare di più di quelli ordinati dall’omologo Luca Zaia, in realtà è l’esatto contrario. La Lombardia conta più di 10 milioni di abitanti, il Veneto meno di 5 milioni. Per tradurla facile, nella regione più popolosa d’Italia sono stati fatti 5 tamponi ogni 1.000 abitanti, in Veneto oltre 8 ogni 1.000 residenti. Come dire che se li cerchi, li trovi. Come dire che c’è un numero imprecisato di persone che, nonostante qualsiasi autodichiarazione imposta per il movimento su suolo nazionale, stanno portando a spasso il coronavirus, propagando il contagio, inconsapevoli.

Anche questo è già successo in Cina, il 13 febbraio 2020 Pechino e l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiararono che il trend nella Repubblica Popolare si era invertito. Il contagio era stato domato. Gli esperti, solo poche ore dopo il tranquillizzante annuncio, dissero che no. Che i dati erano falsati e corrette le inesattezze dovute a criteri di calcolo, dimostrarono che era l’esatto contrario, la tendenza non era scesa, ma si era impennata. La storia delle settimane e delle sepolture seguenti han dato loro ragione.

Dittatura o meno, qui da noi, la situazione, numeri alla mano, non è tanto diversa. Questo continuare da parte del Governo, e  dei giornali maggiori al seguito, a parlare, ad annunciare e  ad analizzare, i dati del contagio, senza mai dire che i criteri dei tamponi cambiano da regione a regione e che nel tempo sono stati via via modificati, è un giochetto comunicativo che non merita neppure di essere commentato. Disgustoso. Tranquillizzare con numeri che nulla vogliono dire, invece che concentrarsi sull’unico tristemente coerente: i morti che continuano a salire.

Poche ore fa a noi, come a tutti quelli che hanno visto, ci si è stretto il cuore nel guardare il rosario di mezzi militari, grossi camion dell’Esercito Italiano, che con il favore delle tenebre portavano via feretri dalla città di Bergamo che non ha più luoghi di sepoltura, non ha nessuna possibilità di stare con i suoi forni crematori al passo con i corpi che arrivano. Ci sono paesi non lontani da dove stiamo scrivendo dove le campane a morto suonano senza interruzione.

È una tragedia umana immane. Donne e uomini che muoiono e figuranti che parlano di trend tranquillizzanti. Siamo stanchi. Siamo stanchi delle menzogne, dei trucchetti. I “camion funebri” la prossima volta li si faccia sfilare in pieno giorno a favore di occhi e telecamere. È irrispettoso e non c’è macchiavellica ragione di stato che regga questo sistematico nascondere, mentire.

Con la giornata di oggi, scrivevamo all’inizio di queste righe, i morti in Italia per Covid-19 saranno più o meno quelli che ha contato la Cina dall’inizio dell’infezione, l’8 dicembre 2019. Purtroppo però è solo parzialmente vero. Non sappiamo se il governo cinese, la dittatura di Pechino abbia mentito sulla quantità dei decessi per coronavirus, purtroppo però sappiamo per certo che lo hanno fatto le autorità italiane. E a dirlo non sono i numeri, non sono solo i numeri, numeri incoerenti tra di loro e a ogni statistica finora confermata ovunque tranne che da noi in Italia, a dirlo sono i sindaci. Quello di Bergamo, Giorgio Gori, che senza mezzi termini ha dichiarato: “le vittime sono di più di quelle ufficiali”, “ci sono persone che non si riescono a portare in ospedale”. A denunciarlo è Davide Casati primo cittadino di Scanzorosciate, 10 mila abitanti: “I nostri morti sono sestuplicati rispetto allo scorso anno. I 36 decessi di quest’anno sono stati registrati direttamente dall’anagrafe comunale, perché non avvenuti in ospedale, nessuno è stato classificato come decesso con coronavirus. Eppure metà sono avvenuti per “polmonite”, “insufficienza respiratoria” e quindi “arresto cardiocircolatorio”. Ma non sono covid-19.

E anche in questo abbiamo battuto la Cina. Purtroppo.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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