Mancano mascherine e tanti altri dispositivi sanitari, dai camici alle macchine di ventilazione polmonare. E continueranno, purtroppo, a mancare. Quella che è già una situazione drammatica negli ospedali e nei presidi sanitari in generale rischia di peggiorare ulteriormente. Perché il nostro Paese sconta adesso un ritardo decennale nell’industria biomedica e perché la pandemia  sottrae le risorse disponibili.

Ne abbiamo parlato con Massimiliano Bogetti, presidente di Confindustria dispositivi medici, la ‘costola’ dell’associazione industriali delle aziende italiane di dispositivi medici.

Presidente Bogetti ci sono milioni di mascherine ordinate dalle Regioni italiane ferme alle dogane. Medici, infermieri, forze dell’ordine denunciano una grave penuria di dispositivi sanitari. Che succede?

”Fin dall’inizio di questa emergenza, conoscendo il nostro tessuto industriale, dissi che si doveva investire subito sul mercato degli apparati medicali e che questa pandemia doveva essere gestita da OMS e Europa insieme. Quello che sta succedendo è una conseguenza naturale di come si è comportato il mercato di apparecchi medicali negli ultimi anni. Ora che altri paesi stanno entrando in quella che per noi era la prima fase, e parliamo anche dei principali produttori di dotazioni mediche come proprio mascherine, guanti, camici, la situazione potrà solo peggiorare. Perché oltre a bloccare l’esportazione verso di noi potranno anche aumentare la produzione a uso Interno e quindi chiuderci del tutto i rubinetti. Il rischio che non arrivi più materiale dall’estero è molto forte”.

 

L’Italia può essere autosufficiente nella produzione di dispositivi sanitari?

”Il nostro comparto è fatto per l’80% da piccole e medie imprese che non hanno nessuna possibilità di competere con le grandi multinazionali straniere. Un mercato che da anni è impostato sul tenere i prezzi più bassi possibili, con centrali di acquisto regionali e contratti per sei-sette anni di fornitura. Nessuna industria italiana del settore è in grado ora di produrre quanto ci serve, parliamo di aziende che sono spesso anche di alta eccellenza, una manifattura pregiata ma non di grandi volumi. Ora i nodi vengono al pettine. Noi importiamo la grandissima parte di dispositivi medici e ora rimaniamo senza. Non avere investito nella salute pubblica in questi anni porta ora a questo risultato”.

È in corso una riconversione a tempi record, fabbriche di vele per barche e altri si stanno buttando sulla produzione di mascherine, il governo ha promesso e stanziato aiuti, che valutazione ne da?

“Ci sono due tipi di problemi. Da chi fa cravatte a chi fa vele ora si sta buttando sulla produzione di mascherine. Ma parliamo di dispositivi medici che devono avere caratteristiche e normative molto precise e stringenti. Si deve garantire la sicurezza delle persone. Serve una precisa scelta di materiali, tecniche produttive particolari, non si può pensare a una riconversione in tempi rapidissimi. Il Governo deve dire, subito, cosa e quanto è disposto a fare per investire in questo settore. Ma deve anche dire subito cosa succederà a queste aziende una volta finita l’emergenza. Cosa succederà a una azienda che si sposta adesso dal settore nautico a quello medicale? Il servizio sanitario nazionale diventerà un riferimento per i prossimi anni o si tornerà ai tagli, alla spending review, alla corsa al ribasso dei prezzi, agli acquisti regione per regione? Poi il tema della qualità del prodotto è fondamentale. Noi abbiamo inviato a tutte le aziende una scheda tecnica su come produrre mascherine ma non possiamo aspettarci che arrivino presto migliaia di mascherine italiane specialmente se il governo non chiarisce immediatamente quanto ho detto poco fa. Bisogna muoversi subito è già troppo tardi. Però voglio essere chiaro: non abbiamo la capacità di essere autosufficienti nella produzione di dispositivi sanitari. E qui l’Italia deve fare una scelta politica. Siamo in mezzo a una pandemia, l’Italia deve far pesare il suo ruolo a livello internazionale e pretendere che ci diano una mano. Non possiamo stare a guardare la corsa all’accaparramento mondiale di mascherine. L’OMS, le organizzazioni internazionali e l’Europa in primis devono ragionare collegialmente. Le strade sono due: investire e dare risorse alle imprese italiane per riconvertirsi nel più breve tempo possibile, ma con uno sguardo definitivo al futuro e farsi sentire sul piano internazionale. Perché per un altro mese non vedremo cambiamenti significativi nella fornitura di dispositivi sanitari.

Servirebbe una risposta politica. Fin dall’inizio, conoscendo il nostro tessuto industriale, dissi che si doveva investire subito sul mercato degli apparati medicali e che questa emergenza doveva essere gestita da OMS e Europa insieme. Quello che sta succedendo è una conseguenza naturale di come si è comportato il mercato di apparecchi medicali negli ultimi anni. Ora che altri paesi stanno entrando in quella che per noi era la prima fase, e parliamo anche dei principali produttori di dotazioni mediche come proprio mascherine, guanti, camici, potrà solo peggiorare. Perché oltre a bloccare l’esportazione verso di noi potranno anche aumentare la produzione a uso Interno e quindi chiuderci del tutto i rubinetti. Il rischio che non arrivi più materiale dall’estero è molto forte

Il nostro comparto è fatto per l’80% da piccole e medie imprese che non hanno nessuna possibilità di competere con le grandi multinazionali straniere. Un mercato che da anni è impostato sul tenere i prezzi più bassi possibili, con centrali di acquisto regionali per sei-sette anni di fornitura. Nessuna industria italiana del settore è in grado ora di produrre quanto ci serve, parliamo di aziende che sono spesso anche di alta eccellenza, una manifattura pregiata ma non di grandi volumi.

Ora i nodi vengono al pettine. Noi importiamo la grandissima parte di dispositivi medici e ora rimaniamo senza. Non avere investito nella salute pubblica in questi anni porta ora a questo risultato.

E’ in corso una riconversione a tempi record, fabbriche di vele per barche e altri si stanno buttando sulla produzione di mascherine, il governo ha promesso e stanziato aiuti per questo, che valutazione ne da?

“Ci sono due tipi di problemi. Da chi fa cravatte a chi fa vele ora si sta buttando sulla produzione di mascherine. Ma parliamo di dispositivi medici che devono avere caratteristiche e normative molto precise e stringenti. Si deve garantire la sicurezza delle persone. Serve una precisa scelta di materiali, tecniche produttive particolari, non si può pensare a una riconversione in tempi rapidissimi. Il Governo deve dire, subito, cosa e quanto è disposto a fare per investire in questo settore. Ma deve anche dire subito cosa succederà a queste aziende una volta finita l’emergenza. Cosa succederà a una azienda che si sposta adesso dal settore nautico a quello medicale? Il servizio sanitario nazionale diventerà un riferimento per i prossimi anni o si tornerà ai tagli, alla spending review, alla corsa al ribasso dei prezzi, agli acquisti regione per regione? Poi il tema della qualità del prodotto è fondamentale. Noi abbiamo inviato a tutte le aziende una scheda tecnica su come produrre mascherine ma non possiamo aspettarci che arrivino presto migliaia di mascherine italiane specialmente se il governo non chiarisce immediatamente quanto ho detto poco fa. Bisogna muoversi subito è già troppo tardi. Però voglio essere chiaro: non abbiamo la capacità di essere autosufficienti nella produzione di dispositivi sanitari. E qui l’Italia deve fare una scelta politica. Siamo in mezzo a una pandemia, l’Italia deve far pesare il suo ruolo a livello internazionale e pretendere che ci diano una smano. Non possiamo stare a guardare la corsa all’accaparramento mondiale di mascherine. L’OMS, le organizzazioni internazionali e l’Europa in primis devono ragionare collegialmente. Le strade sono due: investire e dare risorse alle imprese italiane per riconvertirsi nel più breve tempo possibile, ma con uno sguardo definitivo al futuro e farsi sentire sul piano internazionale. Perché per un altro mese non vedremo cambiamenti significativi nella fornitura di dispositivi sanitari”.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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