Il sasso nello stagno arriva da lontano. Dagli Stati Uniti. Un agit prop della sinistra dem Usa (https://twitter.com/girlziplocked/), il 18 marzo ha scritto: “The class inequality of quarantine is that the poor are, ironically, the most likely to be employed in the industries deemed “essential” while their upper-class peers are freed to bunker down for weeks until the first death wave passes. How is that not class genocide”. (“L’ineguaglianza di classe della quarantena sta nel fatto che i poveri, ironicamente, rappresentano la maggioranza dei lavoratori impiegati nelle industrie, nelle attività e nei servizi considerati “essenziali”, mentre i membri delle classi medio alte sono liberi di mettersi al riparo per settimane aspettando che passi l’onda del contagio con il suo drammatico conto di morti. Ecco, questo è un genocidio di classe”).

Con la brutalità dei pochi caratteri permessi da un cinguettio di twitter, un’amara verità. Girlziplocked descrive la società statunitense, dove la sanità non è pubblica e quindi non garantisce a tutti – e sottolineo tutti – le cure necessarie contro le malattie. In questo caso, contro il coronavirus. Ma purtroppo – e sottolineo purtroppo – vale anche per l’Europa del welfare. E per l’Italia. Per la quale onestamente vale meno, certo. Perché qui resiste il modello della sanità pubblica, gratuita (relativamente gratuita), per tutte e tutti. Indipendentemente da reddito e censo.

Però, come scrive Danilo del Bello nel suo “Coronavirus: stato di “emergenza” nell’emergenza” (pubblicato il 15 marzo su https://www.globalproject.info/), “basti solo pensare alle carenze della sanità pubblica dopo decenni di privatizzazione e smantellamento del Welfare: mancano reparti di terapia intensiva, posti letto, tamponi per le analisi. In soldoni, l’accesso alle cure è garantito a pieno solo per una categoria di soggetti privilegiati, una parte della popolazione è sacrificabile per le limitate risorse nella prevenzione e cura.  Si tratta di un discorso di classe, che giunge fino all’estremo limite delle possibilità di vivere o di morire e di cui bisogna far pagare il conto, in maniera ancor più determinata e incisiva”.

Non voglio fare la voce clamans nel deserto. O il vetero-marxista da archiviare con un’annoiata alzata di sopracciglio. E non ho nemmeno la presunzione di urlare alla rivelazione sconvolgente. Ma credo sia arrivato il momento di interrogarsi, tutte e tutti, su quello che è il vero grande “virus” che da tre decenni infetta il mondo intero: è davvero il modello liberista il migliore dei mondi nei quali sia oggi possibile vivere?

Una domanda che potrebbe per alcuni essere ingenua. Addirittura stupida. Ma che invece nel mondo post coronavirus (perché ci sarà un post coronavirus, questo è certo: non siamo ancora all’estinzione stile dinosauri) diventa più urgente di prima. Il mondo post coronavirus sarà di sicuro diverso da quello pre-coronavirus. Un cambiamento epocale, di paradigma politico economico sociale, ben più rilevante e significativo di quello post 11 settembre, per capirci.

Ho poche certezze, ormai. Ma di questo sono sicuro. Quindi vale la pena oggi, in piena emergenza e lotta per la sopravvivenza per centinaia di migliaia (probabilmente milioni) di persone in tutto il mondo, di provare a pensare in che mondo vogliamo vivere una volta passata l’emergenza. Parafrasando il Candide di Voltaire, ci piacerebbe vivere nel migliore dei mondi possibile.

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Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.