Seicentoventisette, consentiteci di scriverlo in lettere e non in numeri. Dura di più. Sembra più rispettoso. Non sfugge via come una cifra, un numero qualsiasi. Seicentoventisette. Seicentoventisette sono i nostri morti di ieri. Seicentoventisette volti. Seicentoventisette nomi. Seicentoventisette cognomi. Seicentoventisette donne e uomini. Seicentoventisette figli e figlie. Seicentoventisette madri, padri, fratelli e sorelle, zie e zii, nipoti, nonne, nonni e perché no, qualche bisnonna e bisnonno. Le vittime di un giorno di marzo di coronavirus. Le ventiquattr’ore tra il 19 e il 20 marzo 2020.

Piangiamo questa strage. Facciamolo insieme perché è quel momento lì. Quello di piangere i tanti, tanti, tanti, tanti e ancora tanti morti. Non ci sono parole che possano raccontare i tanti strazi della perdita di una compagna, un compagno, un’amica, un amico, un amore. Non ci sono e non siamo noi più bravi degli altri. Non ci sono parole adeguate.

Forse pensate che noi, le giornaliste e i giornalisti che sporchiamo di lettere articoli e articoli pagine di giornali, home page, che riempiamo di parole radio e tv, siamo immuni a questa mattanza. Forse pensate che per noi seguire questo macabro conteggio di morte che ogni giorno si fa più grave, non sia che copiare e incollare un numero.

Sarebbe bello fosse cosi. Sarebbe bello essere impermeabili ai vostri lutti, ai vostri drammi. Sarebbe bello entrare in redazione, parlare con un medico che ti racconta dei suoi otto morti in nove ore perché non avevano un ventilatore e poi uscire a farsi una birra con gli amici o tornare a casa e “du’ spaghi”. Non è così ci resta tutto addosso. Poi ognuno ha il modo suo per sfangarsela. Non tutti nobili, non tutti raccontabili.

Ma questa volta, almeno per noi di estremeconseguenze è un po’ diverso. EC, noi la chiamiamo così, è una redazione agile. Ci connettiamo da sempre da ogni dove in Italia e non solo e on line facciamo le nostre quotidiane riunioni e decidiamo a chi romper le balle con le nostre domande, ma, il cuore di questo nostro piccolo e ambizioso giornale d’inchiesta on line, batte qui al nord, qui a Milano. E i morti non sono solo anonimi feretri, magari strappati via nella notte da una città come la vicina Bergamo e trasportati da inediti e impressionanti “camion funebri” dell’Esercito Italiano. No, i morti sono nomi e cognomi, a volte amici. Magari un conoscente, intravisto e a stento salutato. Magari la moglie o il marito, la mamma o il papà di un qualche amico o di un amico di un amico.

Amiche e amici sono in queste ore negli ospedali, ricoverati in terapia intensiva. Di amici noi di EC ne abbiamo tanti e da che è iniziata a fine gennaio questa emergenza, ne abbiamo ancora di più. Il server è esploso un paio di volte per i troppi accessi. E siamo orgogliosi di ogni lettrice e lettore. Ma ora il pensiero va agli, come si sono amaramente chiamati loro, #eroiunaminchia. I medici, i soccorritori, gli infermieri, che ci hanno raccontato, ci raccontano il loro combattere a mani nude contro il mostro covid-19. Lavoratrici e lavoratori mandati senza le protezioni adeguate a combattere questo virus infame. E ora alcune di quelle amiche e di quegli amici sono morti, altri sono ricoverati, gravi. Chissà.

Abbiamo fallito, noi di EstremeConseguenze facciamo parte di quel fallimento chiamato Italia. Noi di EC, un mese fa abbiamo deciso che non saremmo andati a pagamento. Il mostro, covid-19, era appena entrato oltre le Alpi. Lo abbiamo visto e abbiamo deciso che la nostra informazione sarebbe stata gratuita, contrariamente a quanto pianificato. Abbiamo optato per nessun abbonamento, nessun paywall, nessun pagamento al terzo articolo letto. Abbiamo deciso che noi, io, Daniele, Raffaella, Giulia, Marco e l’altro Marco, Paolo, Daniela, Sergio e l’altro Sergio,  Alessia, i tre Andrea, Francesco, Victoria. Che tutti noi e gli altri che fanno EstremeConseguenze avremmo lavorato gratis per informare, per lanciare l’allarme dell’arrivo di covid-19, per denunciare le mancanze a che fossero colmate, per fare la nostra parte di giornaliste e giornalisti a che tutto questo non accadesse. Abbiamo fallito. Ieri abbiamo fallito seicentoventisette volte. Scusateci.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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