Meglio tardi che mai. Perché tardi è tardi. È tardi 4.825 morti. Quelli dichiarati nell’ultimo bollettino emanato dalla Protezione Civile e dal Ministero della Salute alle 18 del 21 marzo 2020. 4.825 sono le persone che hanno dovuto perdere la vita per indurre il Presidente Giuseppe Conte a fare quello che ormai tutti gli chiedevamo. Fregarsene dell’economia e chiudere tutto. Anteporre la salute delle italiane e degli italiani al portafogli di pochi. Ché di questo si trattava. La borsa e la vita e finora la borsa aveva stravinto.

Ha scelto una diretta su facebook il capo del Governo per comunicare con la Nazione. Le televisioni sono andate a ruota. Il social network si è “acceso” con quaranta minuti di ritardo rispetto all’annuncio della diretta imminente comparso quando le 22 erano suonate da un po’. La scelta del web, più che il sapore della modernità, ha quello della necessità di segretezza. Troppe brutte figure di provvedimenti, decreti, comparsi in bozza e così anticipati dalla stampa, con disastri di ordine pubblico, assalti a treni, agli aerei e ai supermercati.

Quindi il web, che con due click si accende. Facendo finta che, in queste settimane più di scuola a distanza che di lavoro agile, l’Italia non si sia dimostrata funestata dal digital divide, che tradotto vuol dire che in tanta parte dello stivale internet, se va, va a singhiozzo.

Ma forse scegliere i social network è stata una necessità, perché è proprio nel tam tam della rete che si stava propagando la domanda ferma, non rinviabile, che tutto finalmente si fermasse, si chiudesse. Che il ricatto del lavoro, del salario, ma anche dei debiti e delle scadenze, non diventasse il cavallo di Troia del contagio. Della morte.

Poi la rete ha un altro vantaggio, non indifferente, che non fa nulla se la “diretta” parte in ritardo. Giuseppe Conte ha smentito il cartello che invece che un semplice “diretta imminente”, dava un appuntamento preciso: “22.45”. Davanti alla webcam di Palazzo Chigi però il Presidente del Consiglio è arrivato con ben 40 minuti di ritardo rispetto all’ora annunciata.

40 minuti non sono pochi. Nelle 24 ore che hanno preceduto questo nuovo ulteriore discorso seminotturno del Capo del Governo, ogni 40 minuti sono morte 22 persone. A cosa è servito questo tempo, mentre si consumavano queste vite cosa è successo? Conte lo ha detto e non lo ha detto. Trattative. Trattative su cosa tenere aperto e cosa tenere chiuso. “Abbiamo lavorato tutto il pomeriggio” ha svelato. Ha rivelato lui un retroscena e quindi non occorre neppure intuirlo. Che a sapere che bastava un pomeriggio conveniva usarlo prima.

Cosa si chiude e cosa resta aperto? Non gridate vittoria voi che, come noi, urlavate allo scandalo delle attività non indispensabili aperte. Non disperate voi che, al contrario di noi, speravate di continuare a tenere aperto contagio o no. Se c’è stata trattativa, qualcuno ha perso, ma qualcuno ha vinto. Perché altrimenti bastava dire: restano aperte farmacie, supermercati e relative filiere dirette di produzione e approvvigionamento, complesso, ma, sinceramente, ci è impensabile ipotizzare che il dossier non fosse da settimane sui tavoli ministeriali e che quindi servisse solo il via libera. Invece la trattativa.

La vita non si scambia. Non si vende e non si compra. “Lo Stato c’è, lo Stato è qui, per ripartire quanto prima”. La retorica di Conte, fortunatamente non si è spinta al “più forte di prima”. L’Italia entrata con il cappello in mano in questa crisi, è e sarà ancora più povera nel dopo emergenza coronavirus. E, accantonati speculatori e approfittatori, non ci sfugge il dramma di quei disperati piccoli imprenditori che il covid-19 rischia di uccidere due volte, in un letto di ospedale e in banca. Sappiamo il loro terrore, certo non mitigato e probabilmente rafforzato dagli aiuti economici contenuti nel “cura Italia”. Il decreto che ha distribuito, quando li ha distribuiti, aiuti da 600 euro. Spiccioli che non tengono in vita nessuno, figurarsi una piccola impresa.

Si chiama guerra tra poveri quella che contrappone il diritto alla salute delle lavoratrici e dei lavoratori all’ansia di sopravvivenza economica dei titolari di piccole e piccolissime imprese. È una guerra che si è combattuta dall’avvio di questa emergenza. Ora la guerra è finita. Abbiamo perso tutti, ma se va bene, adesso cominceremo a non perdere più la vita a causa di un contagio della disperazione.

Il banco di prova saranno i controlli. Immaginiamo che da domani o dopo domani al massimo, i giornali non saranno più pieni dei racconti di passeggiatori di cani finti e della passione per le campestri di un’Italia che si è scoperta non più di falsi invalidi, ma di falsi atleti. Ora queste notizie siamo certi che saranno sostituite da quelle dei controlli a tappeto nelle attività rimaste aperte, per capire se sono davvero quelle essenziali e per essere certi che le lavoratrici e i lavoratori non si stiano giocando la vita nel tenere produttive filiere fondamentali per la sopravvivenza del Paese.

Perché non sia come negli ospedali, dove a giocarsi la vita non sono stati e non sono, purtroppo, solo i malati di covid-19 in gravi condizioni, ma anche quella categoria chiamata sanitari, quelle donne e quegli uomini per settimane e settimane mandate allo sbaraglio contro il virus, mandati ad ammalarsi. Quegli eroi applauditi dalle nostre finestre e ricordati con gratitudine nel discorso del Presidente Conte, uno dei massimi rappresentati di quello Stato che non ha saputo garantire il diritto costituzionale alla tutela della salute dei suoi servitori oggi più preziosi: medici, infermieri e soccorritori di questa nostra Italia da tempo malata di corruzione e malaffare e oggi, ormai è evidente, anche di un indomato contagio.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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