Emergenza coronavirus – per i più fortunati che sono a casa e in buona salute – sembra essere sinonimo di internet. Nelle ultime settimane, però, quasi ogni giorno in vaste aree del Paese ci sono stati disservizi della connettività sulla rete fissa. E in qualche caso anche su quella mobile. Con qualche rapido click sulle piattaforme Speedstat, si vede chiaramente che le performance delle nostre connessioni è tornato quasi come alla “preistoria” della rete. Una lentezza che ricorda da vicino i tempi dell’ISDN o dell’analogico, senza però i classici gracidii e rumorini che avevano qualcosa di rassicurante.

Il ministro dell’Innovazione Cinque Stelle Paola Pisano ha chiesto di usare con parsimonia la rete, perché “il traffico è aumentato molto” e si è spalmato su tutta la giornata, mentre in precedenza si concentrava soprattutto di sera. “Il collasso non dovrebbe accadere – ha aggiunto il ministro – . Tecnicamente ci sono tutti i mezzi per non farla collassare, non credo proprio che sia un problema. La storia ci insegna che le risorse sono preziose. Internet è una di queste e va utilizzata e trattata come tale. In questo momento dobbiamo iniziare a ripensarla usandola al pari di un altro bene prezioso come l’acqua”. La soluzione? Il giro di vite a internet e giochi on line durante il giorno. Almeno per un po’. Ma fino a quando durerà?

A Bruxelles, intanto, l’Unione Europea sta valutando di monitorare il traffico internet di ogni Stato membro, per garantire la sicurezza sulla rete e per adottare misure volte a sostenere le linee e evitare un consumo eccessivo di traffico dati, proprio nel tentativo di evitare il collasso della rete. Insomma, oltre alle varie misure restrittive per evitare assembramenti di persone in strada e nei luoghi pubblici, ora si sta pensando a come evitare la ‘ressa’ anche nella piazza digitale.

In Europa, sono più di 900 milioni le persone confinate in casa in 35 Paesi. Tutto questo ha inevitabili ripercussioni sulla rete internet che è sempre più satura. I dati scambiati sulla rete fissa sono aumentati del 50% e i momenti di picco – che si sono alzati da 10-12 Petabyte a 18-20 – sono cresciuti del 40% rispetto al periodo presedente al lockdown . La Commissione Europea ha già chiesto ed ottenuto la diminuzione della qualità dei video dalle piattaforme come Netflix e Youtube e ci si comincia a domandare quanto internet possa reggere ancora. Proprio lo streaming oltre al gaming sono le attività che ‘intasano’ di più le autostrade digitali. Altro discorso per lo smart working. Le applicazioni, come Skype, Zoom, Go To Meeting e tante altre, che permettono di fare riunioni on line sono sostanzialmente molto leggere. Il loro traffico in upload rappresenta appena il 10% del totale.

La quarantena, anche sul fronte digitale, sarà una prova del fuoco per tutti noi. Usare internet è ormai un’abitudine radicata, una finestra aperta sul mondo che in casi come questo diventa di vitale importanza per uscire, almeno virtualmente, dall’isolamento forzato. Gli operatori lo sanno e il fatto che si siano subito adoperati per dare qualcosa in più è stato un primo passo. Ma non è abbastanza.

Anche il problema delle reti in Italia – come accade in tanti altri settori, dove le crepe saltano all’occhio in questa fase di emergenza – viene direttamente dalle privatizzazioni degli anni Novanta. Il nostro Paese in alcuni casi ha svenduto molte delle sue infrastrutture strategiche e a volte, come per le telecomunicazioni, ha dato il monopolio delle reti ai privati. Sostanzialmente è il caso di Tim, che oggi è sia proprietaria della rete infrastrutturale, sia erogatrice del servizio di comunicazione e connettività. Un’anomalia tutta italiana – non troverete altre realtà simili tra le grandi economie europee – che vede un soggetto privato che opera a livello di servizio integrato è sia proprietario della rete, sia distributore nel servizio.

In altri Paesi, come Francia e Germania, è lo Stato che detiene la rete delle comunicazioni e eroga, attraverso una società di Stato appunto, i servizi di connettività. Ma non accade praticamente mai che sia un soggetto privato a farlo, detenendo la proprietà della rete infrastrutturale. Quella di Tim, in pratica, si può leggere come una posizione dominante rispetto a tutti gli altri operatori, con tutti i limiti che questo comporta, soprattutto in termini di sicurezza nazionale. Le infrastrutture strategiche di solito sono e rimangono in mano allo Stato, anche per garantire la sicurezza dei cittadini, e per consentire all’Italia di sviluppare al meglio i suoi servizi di connettività, consentendo a tutti gli operatori di operare in regime di libero mercato.

Una possibile soluzione va nel senso di una rete unica generata da una fusione tra Tim e OpenFiber, che dia vita a una nuova società controllata dal pubblico e che metta a disposizione il servizio a tutti gli operatori, solo a quel punto in grado di operare in pieno regime di libera concorrenza. Una scelta che da una parte difenderebbe la sicurezza nazionale e dall’altra migliorerebbe il servizio. Insomma, il sistema informatico italiano – e globale – è al D-Day, con molti insegnamenti da trarre sia dal back end – gli Stati che devono provvedere la banda, prima di tutto – sia da un front end fatto di utenti spesso molto diversi tra loro. E anche il passaggio al 5G pone non pochi problemi. Una cosa è però certa: di fronte alla pandemia, anche l’informatica deve trovare i suoi anticorpi. E un vaccino lo dovremmo assolutamente cercare perché le infrastrutture della comunicazione sono strategiche. Forse più strategiche di Alitalia.

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Giornalista

Alessandro Sannini è stato da giovanissimo consulente una delle prime società di e-business e e-commerce a Bologna. Dopo qualche anno di attività nel campo legale, da più di dieci anni si occupa di finanza verso le PMI dal 2013 con le prime emissioni di minibond in Italia e altre operazioni straordinarie. E' stato consulente di una grande istituzione italiana come advisor per la space economy . Blogger e opinionista per diverse testate italiane e tv.