Milano è una città in apnea. Ad eccezione delle lunghe code davanti a supermercati e farmacie – già alle 6 della mattina c’è chi si allinea fuori dai negozi in attesa di fare la spesa – per strada non c’è praticamente nessuno. Tutti fanno scorte per affrontare la chiusura totale, decisa dal Dpcm del 22 marzo e rinforzata dal un’ordinanza di Regione Lombardia. Ma se in giro per strada c’è un’atmosfera di attesa in vista della “grande battaglia”, come da giorni la chiama il professor Massimo Galli, direttore del reparto di Virologia del Sacco, nei reparti degli ospedali si combatte già da giorni e giorni, in un crescendo disperato. “La battaglia di Milano – conferma il virologo a EstremeConseguenze.it – è iniziata da un bel po’, magari può aver dato meno segno di se di quanto non appaia ultimamente”. Nell’hinterland, però, le avvisaglie c’erano già tutte: in via Adda a Bresso, ad esempio, si sono registrati tanti casi in palazzi vicini e adesso i condomini sono diventati compagni di stanza al Sacco o in altri ospedali cittadini. Segnale che il combattimento nel capoluogo lombardo è già in corso da giorni. E se il virus dovesse diffondersi ulteriormente a  Milano, che conta 1,4 milioni di abitanti, l’impatto sul sistema sanitario sarebbe disastroso.

 

Video realizzato insieme a Alessandro Sannini

 

Per le vie semi deserte viaggiano diversi carri funebri e tante le ambulanze, tutte a sirene spente. A rinforzare la flotta di 500 mezzi a disposizione dell’Azienda regionale di emergenza e urgenza se ne sono aggiunti 120 delle Croci private e nelle ultime ore ne sono arrivati altri 50 della Croce Rossa e provenienti da altre regioni. Ma è una goccia nell’oceano. Le chiamate al 118 sono continue. I pronto soccorsi sono pieni, si parla di attesa lunghissime prima di essere visitati. Nei reparti, poi, medici e infermieri lavorano non stop e sono “stremati fisicamente e psicologicamente”, scrive in una lettera aperta Emanuela Cataudella, in forze al reparto di Medicina d’urgenza all’ospedale San Carlo. “Non abbandoniamo la nave – spiega – non lo abbiamo mai fatto. Non abbandoniamo i pazienti, non lo abbiamo mai fatto. Figuriamoci ora; figuriamoci ora che dobbiamo curare il fisico e l’animo di questi pazienti: soli, impauriti, provati nel fisico e nella psiche, molti gravi”. E ancora: “Siamo stanchi, feriti nel fisico e nell’anima. Ma sappiamo che i nostri pazienti e le loro meravigliose famiglie lo sono di più. Loro non sono abituati alla trincea, noi si. E quindi con orgoglio ci portiamo, in silenzio, il fardello di questa maxi-emergenza sanitaria. Con orgoglio li vediamo farci forza, con orgoglio asciughiamo le loro lacrime e consoliamo il loro dolore, con orgoglio li curiamo. Torniamo a casa da lavoro con il cuore stretto nella morsa del dolore – conclude – pensando a chi non ce l’ha fatta, a chi non ce la farà nonostante i nostri sforzi, pensando alle loro famiglie distrutte e alle nostre che ci guardano da lontano temendo un nostro crollo psicofisico. Ma noi ce la faremo”. E in tanto per le strade di Milano infuria la battaglia, silenziosa e letale come il virus.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con l'agenzia Reuters e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.