Da qualche giorno nel foglio delle consegne c’é una novità, una colonna dedicata ai rapporti con il mondo fuori, con i parenti e i cari che non hanno accesso a questi poveri anziani ricoverati in isolamento. I giovani hanno gli smartphone e li sanno usare, ma i nonni avrebbero bisogno di altre forme di comunicazione, più umane. E’ davvero pesante gestire certe emozioni, farci tramite di messaggi di addio. Cerchiamo di farlo con affetto e vicinanza e calore, malgrado le terribili armature dentro le quali siano relegati, che non ci riconosciamo neanche tra di noi. Empatia.

Qualche famiglia é riuscita a fare arrivare un biglietto. La signora nella prima stanza attaccato al letto ha scritto “nonna sei la nostra roccia e ti aspettiamo fuori più forte di prima” con tante belle firme sotto. Forza nonna che ce la facciamo, hai un appuntamento importante!

Più ci capiamo qualcosa piú certe cose ripetono nella rituale conferenza delle sei del pomeriggio hanno meno senso. É vero che perdiamo tanti “anziani pluripatologici”, che comunque non vuol dire condannato a morte. Abbiamo però tantissimi giovani intubati nelle terapie intensive. Dove stanno 10-15 giorni. E se saturiamo le terapie intensive é il disastro. É qua che si gioca la partita. Bisogna spiegarla meglio. Bisogna fare ipotesi e previsioni. E onestamente riconoscere gli errori fatti, come quella di avere scelto come unica trincea gli ospedali, come argomentano benissimo alcuni medici di Bergamo oggi sul New England Journal of Medicine. É un diritto basilare delle persone che abbiamo chiuso in casa.

Di solito mentre faccio la strada per andare a far notte in reparto mi piace guardare la gente che é nei bar nei ristoranti o va al cinema. Stasera andando in H solo buio e strade deserte. Straniante.

Cose brutte. L’angoscia dei pazienti, generalizzata. La solitudine dei nuovi appestati, con all’interno del reparto dinamiche da lebbrosario. Il concetto di tetto terapeutico, assolutamente esplicito. Le morti, troppe. I colleghi malati, ogni giorno sempre di più (forza ragazzi!) Il non riuscire a staccare veramente mai, hai sempre la zona rossa dentro anche quando sei a casa.

Cose belle. La gentilezza di tutti in ospedale, gente che si fa in quattro per trovarti un letto in terapia intensiva quando ne hai bisogno. Il team che funziona, medici infermieri e OSS assieme (forse essere vestiti tutti uguali aiuta). Il fatto che dentro hai uno scopo e in questi giorni di smarrimento aiuta. Il fatto che oggi iniziamo a dimettere i primi ricoverati. L’armatura che neanche le zanzare del policlinico riescono a pungerti

Ho sentito un sacco di calore e di supporto attorno a noi. Ho letto tanti messaggi belli che commentano quello che medici infermieri scrivono. É importante questo, continuate a supportarci, lì dentro é dura e triste anche per noi.

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ematologo - Policlinico di Milano

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