Le bandiere, le bandiere e gli striscioni. Tante tante tante bandiere. E guarda quanta gente. Guarda! Guarda i metalmeccanici, le tute blu. Guarda quelli, sono di quella fabbrica, quella là, quella grande grande. Quella che c’è per andare… per andare… sì, bravo, quella. Beh, hai ragione, sembra un paese da tanto è grande. Tutti quei tubi e la sirena. Che impressione la sirena. C’è da sempre quel posto lì, ci lavorava anche il nonno di… va beh, mi verrà in mente. Quando ero piccolo io ci lavoravano davvero tutti da quelle parti. E quelli? Quelli sono gli studenti. Guarda quanti. Guarda che belli che sono. Qui, con noi, con gli operai. Che gentili… Ecco, il pirla che suona il clacson c’è sempre. Ricordati, non c’è manifestazione che non arriva quello in auto che suona. Beep, beep, beep. Ma dove vuoi andare? Non vedi quanta gente? È un fiume, non si può interrompere, non si può passare. Cos’è che dicono? “Padroni e…”, ah, non ho sentito. Peccato. Ormai la parola padroni si sente solo qui, in corteo negli slogan: adesso son tutti imprenditori. Il meglio sono gli imprenditori di sé stessi, cioè quelli che si sfruttano da soli. Chissà con chi se la prendono quelli, con chi protestano? Sciopereranno allo specchio? Questa, questa, questa la so… “popolo, alla riscossa, na, na, na, na, nanna”. Che brividi. In quanti saremo? Domani lo leggiamo sui giornali. Comunque basta prendere i numeri della Questura e moltiplicarli almeno per due. Quello è il numero vero. Senti che coro, altro che quelli dello stadio. Eh sì, è una lacrima. Ah, non mi vergogno mica, lo sai, è una cosa mia, mi commuovo. Shh! Shh! Silenzio. Lo vedi il palco? Lo so, lo so, ci sono i cartelli. Ma li tengono lì per le fotografie, poi li abbassano. Guarda, quello non è? Aspetta, aspetta che voglio sentire… su, su, batti le mani che inizia il comizio…

 

Tutto questo non ci sarà mercoledì 25 marzo, il giorno nel quale è stato proclamato lo sciopero in Lombardia, da alcune sigle sindacali, tra le quali la FIM-CISL, da altre, come l’Unione Sindacale di Base, invece, è stato indetto lo sciopero generale in Lombardia e in tutta Italia. Non ci saranno i cortei. Il covid-19 o meglio le norme anticontagio, si sono portate via gli assembramenti, quindi anche le manifestazioni di piazza, il segno più tangibile della protesta. Le lavoratrici e i lavoratori incrociano le braccia per protestare contro i provvedimenti dell’Esecutivo che di fatto non garantiscono la sicurezza sui luoghi di lavoro in tempo di coronavirus. Sono migliaia gli infettati in ognuna delle categorie rimaste a offrire i così detti servizi essenziali. Ciò deriva dall’assenza dei dispositivi di protezione individuale, nonché dalla mancata predisposizione delle norme anti contagio. Neppure quelle, blande e risibili previste dal “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, che all’articolo 6 contempla, in caso di impossibilità di reperire mascherine e saponi liquidi detergenti sul mercato, una sorta di “fai da te”, la cui efficacia resta tutta da
dimostrare.

Con senso di responsabilità, non si fermerà la categoria che a oggi ha pagato più di tutti l’assenza dei dispositivi anti-contagio e la mancata adozione delle pratiche contro la diffusione del coronavirus: medici, infermieri, soccorritori e sanitari in generale. Loro continueranno a garantire le cure agli italiani, come hanno fatto dall’inizio dell’emergenza, e proprio per questo i sindacalisti dell’USB chiedono che, anche in segno di solidarietà, le lavoratrici e i lavoratori delle altre categorie incrocino le braccia per dare forza alla protesta.

Non si può non notare che le norme anti-contagio, pur in vigore da giorni, non hanno mai fatto alcun passaggio parlamentare. Riteniamo imbarazzante che senatori e deputati non si riuniscano in Parlamento, non facciano quello che chiedono di fare alle lavoratrici e ai lavoratori dei servizi essenziali, quasi che Camera e Senato non fossero al pari e anzi superiore a qualsivoglia servizio essenziale, quasi che la nostra non fosse una Repubblica Parlamentare, quasi che il Governo al giudizio e alla potestà parlamentare non fosse sottomesso.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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