Noi no e voi? Voi avete chiamato Palazzo Chigi ieri? Perché vedete, è andata così. Giuseppe Conte si è collegato il 21 marzo su facebook e alle 23.15, in diretta streaming, ha annunciato agli utenti il provvedimento che, finalmente diciamo noi, chiudeva tutte le attività non essenziali in Italia. Con lunedì 23, aperte solo le produzioni e i servizi veramente necessari. Viva, viva, viva il “Governo Conte bis” e vivi tutti. Ché dopo 5 mila morti, non si poteva più sopportare che c’erano lavoratrici e lavoratori che per una qualche produzione di borsette o altre cose inutili si infettavano e morivano o diventavano veicolo di morte.

Annunciata la diretta alle 22.45, il Capo dell’Esecutivo si era presentato con 40 minuti di ritardo. “Abbiamo lavorato tutto il pomeriggio”, si era giustificato e i tecnici ministeriali erano andati un po’ lunghi. Surreale, ma verosimile. Surreale perché di chiudere tutto se ne parla da un mese, ne parlano tutti quelli che hanno visto che in Cina il contagio e la strage di donne e uomini la si è fermata così, quindi il provvedimento doveva già essere bello che pronto da mo’. Così non è stato, ma è verosimile perché i fatti dimostrano che il Governo sta palesemente andando a tentoni da che è iniziata l’emergenza e che, quasi il covid-19 fosse una campagna elettorale, sta ritardando il più possibile tutti i provvedimenti più dolorosi per l’economia del Paese. Quelli che come quello del 21 marzo delude interessi e salva vite.

Però sappiamo che in realtà le cose non sono andate come Giuseppe Conte le ha raccontate. Non è stato un problema tecnico a far slittare la diretta, ma una trattativa. Lo ha rivelato il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, quello dell’infelice operazione #milanoriparte e #milanononsiferma, quando il capoluogo lombardo voleva battere il covid-19 a colpi di aperitivo. Anche Sala comunica via facebook e, nel suo ultimo video, ha raccontato che sabato 20 è stato collegato con Palazzo Chigi perché si stava costruendo il provvedimento che fermava tutto. Pur non capendo bene perché Conte avesse bisogno di Sala, ne prendiamo atto.

Ma l’aspetto incredibile è un altro, che quando Giuseppe Conte ha annunciato il provvedimento che teoricamente fermava l’Italia, il provvedimento non c’era ancora. E non lo diciamo noi in una malevola e smentibile ricostruzione giornalistica, no, lo dice il provvedimento stesso. Il decreto è stato firmato, come da bollinatura, il 22 marzo. Cioè l’indomani dell’annuncio.

E cosa è accaduto tra le ore 23.15 del 21 marzo e le 19 del 22 marzo, quando finalmente il decreto è comparso? Anche qui non occorre inventarsi o dedurre nulla. C’è stata una trattativa. Un’altra. Perché, così spiega Palazzo Chigi, dopo l’annuncio via facebook, chiunque ha chiamato Palazzo Chigi per sapere se la sua attività era in quell’elenco che la teneva aperta, facendogli continuare a produrre e a guadagnare. A meno che non vogliate credere a chi ha lasciato trapelare che il Governo aveva il dubbio di avere chiuso le attività produttive sbagliate: di aver tenuto aperte quelle non essenziali e chiuse quelle essenziali. Cioè che l’Esecutivo abbia voluto verificare quello che responsabili e pietosi industriali segnalavano. Perché Vincenzo Boccia, il numero uno di Confindustria, l’ha raccontata proprio così.

Noi stiamo aspettando la riapertura degli uffici e delle fabbriche, lo abbiamo scritto ben prima di questo balletto di provvedimenti. Noi stiamo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e loro ascolteremo. Aspettiamo, per esempio, di capire se quella fabbrica lì che nel vicentino fa chimica di base per la lavorazione delle concerie resterà aperta o chiusa. Certo ci preoccupa quello che ha detto Giuseppe Sala, il sindaco di Milano, che, sempre nello stesso video su facebook, si è rivolto alla webcam ha ammonito: sento che in tanti state chiedendo di chiudere tutto, ma siete sicuri di volere che venga chiuso tutto tutto?

Noi, si sa, lo siamo. Speriamo per esempio che le ausiliarie e ausiliari del traffico, che proprio nel capoluogo lombardo giravano fino a qualche ora fa senza mascherine a dare le multe alle automobili, se ne stiano finalmente a casa. E non lo scriviamo perché siamo per la sosta selvaggia o per favorire quelli che non pagano il parcheggio, ma solo perché nel nostro concetto di attività produttiva essenziale non rientrano le multe. Solo perché pensiamo che le lavoratrici e i lavoratori, la loro salute, venga prima di tutto.

Abbiamo l’odiosa sensazione che così non sia. Che si stia giocando su una zona grigia del diritto con il pretesto della “attività essenziale”. Fidiamoci per un momento di tutti gli attori in gioco e diciamo che sia stato veramente lasciato aperto tutto e solo quello che è necessario, essenziale. Lasciamo cadere quelle frasi dette sul “ma volete veramente chiudere tutto tutto?”, dette a Milano, ma anche in altri tavoli istituzionali a Roma. Ciò posto, non lasciamo inevasa una domanda, ma lavorare in un’attività essenziale vuol dire avere derogati i propri diritti alla salute? Chi sta vigilando che le lavoratrici e i lavoratori siano messi nelle condizioni di non ammalarsi? Che abbiano ogni dispositivo necessario alla loro sopravvivenza? Perché di questo, non dimentichiamolo mai, stiamo parlando.

Abbiamo letto e con attenzione il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”. Sono le nuove regole introdotte il 14 marzo 2020 per la tutela della salute sui luoghi di lavoro. È una brutta lettura, dal sapore vagamente ottocentesco. Un testo di prescrizioni al lavoratore e molto poche al datore di lavoro. A leggerlo sembra quasi che siano le lavoratrici e i lavoratori a non voler attenersi alle regole salva vita e non che chi dà loro lavoro non li stia mettendo nelle condizioni per prestare la loro opera in sicurezza.

Purtroppo invece sta andando così. Sta già andando così e il datore di lavoro che se ne sta sicuramente fregando della salute dei suoi dipendenti è lo Stato. Lo Stato che negli ospedali, negli ambulatori e sulle ambulanze, tra le forze dell’ordine, non dà a chi ci sta salvando la vita mascherine, guanti, camici monouso e tutti i dispositivi per lavorare in sicurezza. Lo Stato, noi.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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