Qualche giorno fa – il 22 marzo per l’esattezza – uno strano e inverosimile tweet di Gunter Pauli, consigliere economico del premier Giuseppe Conte, ha fatto intendere con una strana associazione che potrebbe esserci un collegamento tra il covid-19 e la diffusione della rete 5G. “Applichiamo la logica della scienza – scriveva – . Qual è stata la prima città al mondo coperta dal 5G? Wuhan! E quale la prima regione 5G d’Europa? Il Nord Italia”. Una tesi a dir poco surreale, con l’aggravante che chi l’ha resa pubblica non è un privato cittadino, e che non pare supportata da evidenze scientifiche.

Una presa di posizione a dir poco intempestiva, mentre tanti italiani, chiusi in casa da giorni, chiedono a gran voce che si potenzino le reti, ormai letteralmente al collasso. E mentre si cerca di velocizzare i cantieri della banda larga e ultra-larga e il ministero dell’Innovazione guidato da Paola Pisano vara iniziative di solidarietà digitale.

 

Anche la ricerca va in un’altra direzione. Visto che i telefoni cellulari 5G useranno le stesse frequenze di quelli attuali, la Food and Drugs Administration americana è giunta alla conclusione che, pur non essendoci ancora guideline scientifiche, non si possa tracciare una correlazione certa fra smartphone e tumori. E appena qualche giorno fa l’Icnrip (International commission on non?ionizing radiation protection) ha affermato di non aver raccolto alcuna prova che suggerisca che le tecnologie 5G rappresentino un rischio per la salute umana.

Proprio in un momento in cui le tecnologie servono a famiglie, professionisti ed aziende, per quanto possibile, a stare insieme e mantenere la continuità di progetti e lavoro, la ‘sparata’ di Gunter Paoli è quanto mia fuori luogo. Anche perché tutte le tecnologie nel mondo delle telecomunicazioni vengono vagliate dalla comunità scientifica internazionale e non è emerso alcun tipo di nesso logico tra un device che funziona con onde radio e un virus che si trasmette tra le persone.

Ma facciamo un po’ di chiarezza su cosa sia il mitico 5G, in cosa si differenzi dalla tecnologia 4G attualmente in uso e se un giorno non tanto lontano possa sostituire la classica connessione residenziale ADSL o a Fibra Ottica. La risposta è: dipende. Prima di tutto il 5G, anche quando sarà diffuso in maniera capillare (almeno nelle grandi città), potrebbe andare incontro ad alcune difficoltà. Viaggiando su frequenze particolarmente alte, le cosiddette onde millimetriche, il segnale della nuova generazione di trasmissione dati non ha solo una portata molto più limitata del 4G/LTE (poche decine di metri), ma viene anche ostacolato dai muri, dagli oggetti di grandi dimensioni e persino dalla pioggia. Non l’ideale per una connessione casalinga altamente affidabile.

Detta così si potrebbe pensare che sia solo un fatto di velocità di connessione. In realtà c’è molto di più. Per dare un’idea di massima, diciamo che la facilità con la quale uno streaming musicale viene ora gestito da una rete LTE, si avrà con uno streaming video. Ma non è per questo che si parla di “rivoluzione”. Una delle conseguenze più importanti sarà lo sviluppo definitivo dell’Internet of Things: grazie alla velocità di connessione maggiorata e alla possibilità di connettere stabilmente decine di migliaia di dispositivi contemporaneamente, entreremo ufficialmente nell’era dell’Internet delle Cose. La maggior parte dei dispositivi e dei prodotti commercializzati – dalla tecnologia, ai mobili, all’arredamento, alle auto, ai vestiti – saranno connessi e comunicanti fra loro. Questo cambiamento, che è già in atto e sotto gli occhi di tutti, porterà conseguenze e sviluppi importanti in diversi ambiti e contesti. Senza entrare nello specifico tecnologico, che però è davvero rilevante, è importante capire il perché si sia innestata una vera e propria guerra tra Usa e Cina con nel mezzo l’Europa. Cassare la cinese Huawei e magari anche ZTE dal novero dei nostri fornitori di attrezzature di rete ci creerebbe grossi problemi sui network esistenti, che in diversi casi sono stati realizzati perlopiù con tecnologie cinesi. Secondo il quotidiano francese ‘Le Figaro’, Huawei è presente nelle nostre reti come un vero e proprio cavallo di Troia nelle nostre infrastrutture critiche. Ed è vero. I rischi di danni economici e di sicurezza legati a possibili attacchi esterni alle reti di telecomunicazioni del futuro sono cresciuti in maniera esponenziale con il 5G.

Cosa potrebbe succedere, in futuro, nel caso di una crisi politica fra un paese della Ue e il Governo di Pechino in presenza di reti 5G basate su tecnologie Huawei? Difficile non pensarci, anche perché come scrive ‘Le Figaro’, il rischio di un blackout delle reti Tlc è molto più serio di quello dello spionaggio. Il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer ha già scelto di dare fiducia al fornitore cinese. Lo stesso vale per l’Italia – al netto del giudizio negativo del Copasir – e la Francia, in attesa che anche il Regno Unito faccia lo stesso. D’altro canto, il commissario Ue agli Affari Interni Thierry Breton è stato chiaro e ha detto che un giro di vite sulle norme di sicurezza per l’uso del 5G non provocherà dei ritardi al roll out delle nuove reti.

Il problema negli Usa non si pone anche perché i principali operatori americani (AT&T, Verizon, T-Mobile e Sprint) sono poco esposti nei confronti della tecnologia cinese nelle loro reti. Lo stesso non si può invece dire per gli operatori minori, che negli Usa hanno fatto largamente utilizzo di tecnologia cinese.

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Alessandro Sannini è stato da giovanissimo consulente una delle prime società di e-business e e-commerce a Bologna. Dopo qualche anno di attività nel campo legale, da più di dieci anni si occupa di finanza verso le PMI dal 2013 con le prime emissioni di minibond in Italia e altre operazioni straordinarie. E' stato consulente di una grande istituzione italiana come advisor per la space economy . Blogger e opinionista per diverse testate italiane e tv.

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