La sirena dell’ambulanza entra assordante dentro il telefono. Quindi fa quello che nessuno oggi vorrebbe sentire: improvvisamente tace. Questo vuol dire che si è fermata. “Si è fermata qui sotto” è la conferma che ci arriva dall’altro capo del telefono. La battaglia di Milano si sta combattendo così. Sirena, ambulanza, poi ancora sirena. Nel mezzo il dramma di chi affida un pezzo della propria famiglia, della propria vita ai soccorritori, sapendo che in realtà poco possono, che molto è affidato al caso. A quanto è diffusa l’infezione, a quanto presto ci si è accorti di aver incontrato il covid-19, a quanti ne sono morti liberando la postazione della terapia intensiva.

Nelle ultime ore a 400 donne e uomini qui in Lombardia la vita è stata portata via dal coronavirus. Un decesso ogni tre minuti e qualcosa. Un niente di tempo. Rileggete queste righe dalla prima a questa per due volte e una persona in più sarà morta. Se guardate al dato nazionale, il decesso è avvenuto invece alla fine di questo capoverso.

E se in Italia l’ipotesi di una morte per covid-19 è rara ipotesi, qui, nella regione che più ha pagato la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria da parte del Governo italiano, non c’è linea di febbre o colpo di tosse che non evochi l’ipotesi nera del dramma. È difficile raccontare l’apprensione che arriva a generare qui il mercurio che batte i 37 gradi. Pietrifica. In apnea accarezzi con lo sguardo il malato e a ogni ora speri che il suo corpo reagisca. Ti appendi a tutto, a tutto quello che un’ipotesi di disperazione genera. Preghiere religiose, laiche e stupidi fioretti.

Lo sa bene Beppe Sala. Milano per ora non è Bergamo, lo diventasse sarebbe una strage immane. Milano ci prova e il suo primo cittadino nelle scorse ora ha fatto la cosa più bella e coraggiosa che potesse fare. Ha chiesto scusa per la sottovalutazione, per i #milanoriparte, per gli aperitivi anti coronavirus. “Se ho sbagliato allora, oggi sono qua, tutti i santi giorni, per fare la mia parte” e la sua parte sta facendo. Milano resiste in un macabro gioco a mosca cieca con la morte. Perché di questa maledetta infezione non sappiamo nulla, nulla di affidabile. Ma almeno adesso lo ammettiamo. Lo ammette il commissario Angelo Borrelli, il capo della Protezione Civile: “quanti sono i malati in Italia? Il rapporto di un malato certificato ogni dieci è credibile”. Che è come dire che il contagio ha superato il mezzo milione di infettati. Una débâcle.

E bisogna essere qui per capire quanto sono tanta cosa le scuse delle istituzioni. Perché quando senti quella sirena e, egoisticamente, speri che non suoni per te, è mille volte frustrante che ti si dica pure che è colpa tua se morirai o se perderai madre, padre o figlia o figlio. Si fa davvero fatica a perdonare chi non invoca il perdono e ti accusa di essere andato al cinema, che era aperto, allo stadio dove le partite erano giocate, al bar dove “basta non stare al bancone”.

Dolorosa è per questo l’inadeguatezza e l’arroganza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, solo qualche ora fa, allergico alle aule parlamentari, si travestiva da uomo forte in una conferenza stampa, rivendicando che non è il tempo della concertazione con i sindacati. Comanda il governo è il messaggio mandato al Paese, fortunatamente non più via facebook, a poche ore da uno sciopero in terra di Lombardia, per alcune sigle metalmeccaniche, e generale e nazionale per l’Unione Sindacale di Base.

Palazzo Chigi fa il braccio di ferro con lavoratrici e lavoratori che non chiedono un aumento salariale, non domandano la garanzia dei posti di lavoro, ma di chiudere quegli uffici, quelle fabbriche e quelle officine che li stanno ammazzando. Il Governo ha preso in giro le italiane e gli italiani, concordando una lista di attività produttive essenziali e poi aprendo le maglie ai brutti interessi scambiati con la vita di operaie e operai.

In tanti avete chiamato e scritto per dirci del mobilificio aperto con la scusa degli arredi medicali o l’industria chimica artatamente inseritasi in una filiera farmaceutica. Ma il disgusto è massimo quando a restare aperte sono le fabbriche di morte, quelle che fanno le armi e nel mondo le esportano con l’orgogliosa etichetta del made in Italy. “Non è vero, fake news, ci han mandato a dire da Roma”, abbiamo risposto con le interviste a quelle operaie e operai che hanno fermato loro le produzioni militari rimaste attive per decreto. Non il Governo, ma le lavoratrici e i lavoratori stanno chiudendo quelle non essenziali produzioni. Cancelli chiusi ieri, cancelli chiusi oggi.

In queste ore tante le braccia che si stanno incrociando nel Paese, in uno sciopero senza cortei, senza bandiere, senza striscioni, senza comizi. Una protesta per chiedere che siano chiusi tutti i luoghi di lavoro dove nulla di essenziale viene prodotto, ma che soprattutto siano chiuse tutte quelle fabbriche, officine e uffici dove non vengono garantite le pur blande condizioni concordate in un protocollo del 14 marzo 2020 per non infettarsi, per non prendersi il coronavirus, per non morire.

Negli ospedali, negli ambulatori, sulle ambulanze lo sciopero sarà simbolico, un minuto. Infettati o no, infermieri, medici, soccorritori, le categorie di lavoratori che più di tutti hanno pagato e stanno pagando con la vita la mancanza di mascherine, guanti e occhiali sanitari, continueranno a curare, a salvare e ad accende e spegnere la sirena.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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