“Solo con la responsabilità individuale possiamo arginare il Covid19”. Micol Fascendini va dritta al punto. Medico specializzato in Salute Pubblica alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, da 15 anni lavora nei paesi del continente africano (tra cui Etiopia, Somalia, Burundi, Kenya, Sud del Sudan), da 5 vive in Zimbabwe, dove la raggiungiamo telefonicamente nella sua casa di Harare. Appena laureata, Micol è partita da Bergamo, sua città natale, oggi epicentro dell’emergenza mondiale per il coronavirus, per stabilirsi in Africa ad assistere i malati di HIV e pianificare progetti di prevenzione. Da allora il suo lavoro consiste nel supportare i sistemi sanitari nazionali affinché siano in grado di garantire tutti servizi necessari alla popolazione. Per raggiungere questo obiettivo, ci spiega, è molto importante coinvolgere direttamente le comunità che devono impegnarsi in modo attivo nella prevenzione della salute, a partire dalle cose più semplici, come l’igiene personale, la pulizia della casa e dei luoghi di lavoro (questioni per nulla scontate vista la mancanza di acqua e fognature) per arrivare a quelle più complicate, come il mantenimento della distanza di sicurezza tra le persone, e, quando necessario, come oggi in Italia e in molte parti del mondo, l’isolamento forzato per evitare la diffusione del contagio.

Micol continua ad approfondire i suoi studi frequentando a distanza un master dell’Università di Edimburgo dedicato alla “One Health”, che promuove un approccio olistico alla salute di uomini, animali e ambiente. Sta faticosamente facendo breccia nel mondo della medicina un’innovativa impostazione scientifica secondo cui le malattie di cui soffrono l’umanità, il regno animale e vegetale, e tutto l’ecosistema, sono profondamente intrecciate l’una con l’altra e scatenano effetti reciproci. “È sempre più evidente e scientificamente dimostrato – continua Micol – che la medicina da sola non può fare nulla: i medici possiamo guarire e fare vera prevenzione solo se viene adottano un approccio multidisciplinare ai bisogni sanitari e sociali. La salute del Pianeta e dei suoi abitanti è messa a dura prova da sovrapopolamento, inquinamento, iper sfruttamento dell’ambiente che hanno causato i cambiamenti climatici. Il mondo è in sofferenza, è squilibrato, la biodiversità è in grave pericolo e l’uomo è sempre di più pericolosamente vicino al mondo degli animali selvatici dai quali possono arrivare nuovi virus, che spesso si rivelano molto pericolosi per l’uomo, come nel caso del Covid19, Ebola e Sars. L’uso spropositato degli antibiotici nel mondo occidentale sta provocando una resistenza sempre maggiore da parte dei batteri.

Le chiediamo cosa ne pensa della gestione dell’emergenza coronavirus da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “La stanno gestendo bene – risponde con convinzione – per l’epidemia di Ebola nel 2014 l’OMS era stata fortemente criticata e da allora si è strutturata in un modo nuovo, mettendo in piedi un organo specifico dedicato alle emergenze sanitarie, il Health Emergencies Programme, che ogni giorno tiene una conferenza stampa sulla situazione internazionale dell’epidemia. A fine gennaio l’OMS ha lanciato l’allarme, avvertendo la comunità internazionale che il coronavirus sarebbe arrivato ovunque. È normale che un virus in Cina si diffonda anche nel resto del mondo”. Ma questo allarme è stato preso sul serio da pochissimi Stati, solo da Corea e Giappone. “Alla luce di quanto sta avvenendo – prosegue Micol Fascendini – è evidente che nessuno Stato, non solo l’Italia, era pronto ad affrontare un’epidemia di questo genere. Il 31 dicembre la Cina ha notificato all’OMS una nuova forma di polmonite con causa ignota. In tre mesi è scoppiata la pandemia, ma fino al 18 febbraio, data del primo caso rilevato a Codogno, il Covid-19 era considerato dall’opinione pubblica un problema solo cinese, anche se là i malati erano già oltre 77mila. All’inizio a Codogno e a Vo’ Euganeo, quando sono scoppiati i primi due casi ed è stato deciso l’isolamento della zona rossa, è stato fatto un buon lavoro di contenimento del contagio. Il problema è stata la velocità inaspettata con la quale in pochissimi giorni sono comparsi altri focolai sul tutto il territorio lombardo”.

Ma come si diffonderà in contagio in Africa? “È molto difficile prevederlo – risponde Micol sospirando -. Abbiamo già riscontrato la differenza della diffusione del contagio tra Cina e Italia. Non ci sono ancora studi definitivi che rivelano quali siano i fattori maggiori che ne favoriscano la trasmissione. Stiamo vedendo come l’Italia, che è il secondo paese più anziano del mondo, è stata colpita duramente proprio in Lombardia, la regione con l’età media più alta. I paesi africani hanno sistemi sanitari molto fragili, popolazioni con un’età media molto bassa ma con percentuali molto alte di persone immunodepresse: in Zimbabwe, per esempio, il 13% della popolazione è affetta da HIV, i problemi di malnutrizione sono molto diffusi e le condizioni igienico-sanitarie sono molto scarse. E poi, un’altra questione molto preoccupante qui è la massiccia circolazione delle fake news sui social network, come per esempio “the black people are immune to coronavirus” che ovviamente è completamente falso, oppure assurdi rimedi alimentari con i quali si pensa di tenere lontano il virus, tipo: bere tanta acqua calda, mangiare tanto aglio e peperoncino”.

Ma, quindi, le chiediamo, come si può concretamente mette in atto questa responsabilità individuale? Micol ci racconta che in Etiopia e Kenya con la ONG torinese Comitato Collaborazione Medica stanno realizzando un progetto con la comunità pastorale nomade, che vive in stretto contatto con gli animali. “Uomini e animali sono un elemento unico – prosegue -, se stanno male i primi si ammalano anche i secondi, e viceversa. Per questo motivo stiamo sperimentando nuove piattaforme sanitarie che coinvolgano tutta la comunità: i pastori, il veterinario, il farmacista, l’infermiere, il traditional healer (curatore tradizionale), le donne e il medico si mettono tutti intorno allo stesso tavolo per identificare e affrontare insieme le varie problematiche, che spesso nascondono anche questioni igienico-sanitarie: la mancanza della latrina, l’assenza del pozzo d’acqua, la presenza di un’erba infestante. Paradossalmente – ammette – adottare questo nuovo approccio “One Health” in Africa, nelle comunità locali, è più facile rispetto che farlo in Europa, nella società contemporanea, già rigidamente strutturata e consolidata nei suoi processi medico-sanitari. Ma dobbiamo cambiare visione e metodo di approccio, dobbiamo diffondere una nuova consapevolezza collettiva che metta al centro la partecipazione di ciascun individuo, ognuno deve fare la sua parte.

Quindi, le chiediamo, anche per capire la diffusione del covid19 in Italia è necessario avere questo approccio “partecipativo”? “Sì, certo – risponde con decisione – e mi viene in mente una piccola cosa, che mi ha colpito: uno storico, un caro amico dei miei genitori, ha detto che Alzano e Nembro, i due Comuni della bergamasca, gravemente colpiti in questi giorni dal coronavirus, esattamente un secolo fa, furono duramente messi in ginocchio dall’influenza spagnola, molto di più degli altri paesi del circondario. Per capire la diffusione del virus bisognerà coinvolgere non solo medici, ma anche ambientalisti, antropologi, sociologi, economisti. Ci aspetta un lungo lavoro, completamente nuovo.

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Giornalista

Rosa Brambilla, giornalista freelance, si occupa di tematiche sociali, culturali e ambientali. Vive tra la Brianza e la Francia, scrive, dipinge (sotto pseudonimo) e coltiva l’orto.

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