Il Coronavirus non infetta solo i polmoni, rischia di infettare menti, vite, la società in cui viviamo, il nostro concetto di democrazia, il futuro di questo mondo. Un’arma biologica puntata contro l’amigdala, silenziosa, invisibile, onnipresente, che rischia di scatenare i peggiori istinti dell’uomo. O forse di salvarlo. Ma andiamo con ordine, partendo dall’inizio. Dalla Lombardia, da Codogno. Da chi c’era.

Giancarlo Cerveri è il direttore del dipartimento di salute mentale di Lodi, era lì in quei giorni in cui un paesino del nord Italia, da oscuro punto sulla mappa si apprestava a finire sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Era a Codogno quando è esploso il caso del paziente 1 e aveva iniziato a notare strani comportamenti: “Si erano venuti a creare spontaneamente dei gruppi in cui si identificavano buoni e cattivi. Il nord del Lodigiano vedeva il sud come l’untore, il problema, poi con l’allargamento della zona rossa è stato il turno della Lombardia a vedere i lodigiani come nemico, infine l’Italia intera a vedere così la Lombardia, prima che l’ultimo decreto ci riunisse tutti in una situazione condivisa. Si tratta di un meccanismo tipico, che è profondamente irrazionale, ma scatta per preservarci dal pericolo: è il bisogno di identificare un’area sicura da quella pericolosa”.

Un meccanismo che divide, ma non è il solo. Scaturisce dalla paura, dalla mancanza di controllo sul fenomeno che porta alla diffidenza, alla rabbia, e può essere favorito anche dal racconto dei media, e dalla stessa politica, come sottolinea Cerveri. “Prendiamo ad esempio i runner, A un certo punto sembravano diventati il problema. Un Tg nazionale titolava “loro continuano a correre, mentre in corsia le persone continuano a morire”. È un’assurdità. Un’operazione pericolosa perché pone un nesso implicito di causa-effetto tra quelli che vanno a correre e quelli che muoiono in corsia. Si tratta di un subdolo meccanismo di attribuzione della colpa che rischia di scatenare rabbia, conflitti tra cittadini. I media e la politica non devono costruire un colpevole, un capro espiatorio, per uscire irrazionalmente dal problema. In questo momento è molto pericoloso”.

Un’attribuzione della colpa che mette gli uni contro gli altri, come guardie e carcerieri nell’esperimento dell’effetto Lucifero di Philip Zimbardo. Una tecnica comoda per coprire le proprie colpe, come quelle di un intervento tardivo, di una comunicazione incoerente e confusa. Errori che rischiano di amplificare la paura portando a reazioni imprevedibili. “Ci vorrebbe un maggior coordinamento – dice Cerveri -, bisognerebbe dare più continuità alle decisioni, avere centri di potere che sostengono posizioni diverse genera incertezza e scarsa fiducia nelle istituzioni. La classe politica deve costruire consenso con una visione condivisa della strada, spiegando cosa si sta facendo, perché si sta facendo. Serve un’informazione più ampia, più chiara, più trasparente possibile perché l’opacità amplifica paure e crea mostri”.

Mostri che in periodi di quarantena si coltivano all’interno della propria abitazione, in una condizione innaturale. Per ora le cose sono andate bene: tra flash-mob collettivi, dirette dei vip, video-aperitivi, a molti è sembrato un gioco, ma col tempo le cose potrebbero cambiare. “La reclusione è una condizione innaturale e questa sofferenza dell’individuo all’inizio genera paura e adesione, ma poi può scatenare la rabbia. A Wuhan non si è arrivati all’estremo perché c’è un sistema culturale molto diverso dal nostro, ma qui? L’idea di un nemico invisibile crea tensione, un’allerta costante che sottopone a uno stress continuo. Questa rabbia può essere diretta verso sé stessi, verso la famiglia, verso l’organizzazione che impone limiti. E si può tradurre in violenza domestica, tentato suicidio, comportamenti di pretensione molto pericolosi. Il punto di non ritorno dipende dalle capacità di resilienza del singolo individuo: ci sono delle persone che soffrono con modificazioni dell’umore, crisi d’ansia, scaricando rabbia contro i familiari o anche contro sé stessi, non solo con suicidi ma anche con consumo smodato di sostanze, come gli alcolici. In regione Lombardia sono rimaste attive aree legate al reparto dipendenze perché considerata un’area molto critica. Il dubbio è che gli alcolici vengano utilizzati per sedare l’ansia, per controllare la rabbia, creando quel punto di partenza per problemi più gravi che verranno fuori successivamente. Anche i dipendenti di cocaina potrebbero sostituire la mancanza di droga con l’abuso di alcolici”.

Sentimenti di paura e stress che non colgono soltanto le persone recluse nelle loro case, ma anche chi ancora lavora, a cominciare da quelli in prima linea, medici e infermieri: “Le persone che lavorano in sanità sono le più esposte, si vive un profondo senso di incertezza, si smarrisce la sicurezza di potercela fare. Stiamo parlando delle persone più esposte al pericolo di ammalarsi, di quelle più esposte allo stress per i turni, più esposte in famiglia per la paura di far ammalare i propri cari. E c’è poi altro elemento da valutare in questo periodo d’emergenza: è il cambio di mansioni, perché tutti i medici sono stati messi a lavorare su questa patologia, pur venendo da settori diversi. Se un ortopedico si deve occupare di malattie respiratorie è normale che viva in una situazione d’ansia, di incertezza. Abbiamo assistito anche a un suicidio, in Veneto”.

Paura, ansia, perdita di controllo potrebbero sfociare in qualcosa di terribile per l’intera società se si dovesse verificare quello che finora abbiamo visto solo nei film distopici: la guerra per la sopravvivenza. Per fortuna non siamo in quella condizione perché le filiere funzionano, ma l’assalto ai supermercati, ai treni, alle farmacie saccheggiate di notte, sono un assaggio di quella situazione limite. “Le istituzioni devono essere capaci di garantire i beni di prima necessità – dice il dottore che preferisce scacciare dalla mente questa visione -, ma soprattutto rassicurare il popolo, garantire che sia così. Perché se salta il contratto sociale arriva la legge del più forte, si finisce con Darwin”. E per capire cosa intende, basta guardare alle file nelle armerie che si sono verificate negli Usa. Di certo non per sparare al virus. “Lì c’è un’altra cultura ma vedendo quelle scene mi è passato un brivido”, conferma il dottore che si raccomanda ancora alle istituzioni: “Devono dare una prova di sé più alta, evitare attribuzioni di colpa che danno solo piccoli vantaggi mediatici che non hanno senso e possono avere effetti devastanti. Se salta il contratto sociale è la fine, le istituzioni devono proteggere la comunità da questo rischio intollerabile. Devono difendere la democrazia in un momento in cui le libertà sono limitate”.

Controlli a tappeto, tracciamenti, esercito, persino droni. Giustificata dall’emergenza là fuori c’è ormai una situazione da stato totalitario. Una specie di legge marziale (per quella ci vorrebbe la decisione di Mattarella, e speriamo non si verifichi mai), che sembra piacere a molti, che così si sentono più al sicuro. C’è il rischio che si verifichi una specie di Sindrome di Stoccolma? Che i cittadini si innamorino di uno stato carceriere, seppur costretto per la situazione sanitaria? Perché alla fine il virus se ne va (e speriamo il prima possibile), ma lo Stato resta. “L’incertezza – dice Cerveri – provoca in molte persone una richiesta di rassicurazione. E avere delle indicazioni chiare, ferme, è molto rassicurante. Le istituzioni non devono solo imporre regole, ma spiegare perché si è presa una certa decisione. La quarantena se spiegata, se raccontata come una limitazione temporanea, nel modo giusto, può generare rassicurazione. Si deve trovare il modo di coniugare una limitazione delle libertà individuali con il rispetto della democrazia del paese”.

Quando questa situazione d’emergenza finirà lascerà strascichi, come conferma il dottore. “Il distanziamento sociale, la paura dell’altro, probabilmente modificherà il nostro modo di intendere la vita sociale, ci lascerà con uno stile – se vogliamo – un po’ più nordeuropeo. Stiamo scoprendo una socialità diversa che cambierà il nostro modo di essere, di stare insieme”. C’è il rischio, insomma, che faremo i video aperitivi anche dopo. Se però c’è una lezione in quest’emergenza, è che questa volta l’atteggiamento egoistico non paga, e siamo costretti a sacrificarci anche per gli altri. E forse da qui bisognerà ripartire. Il dottore è fiducioso: “Succederà come con i baby boomer dopo la seconda guerra mondiale, che hanno avuto la forza di ricominciare con un’intensità inaspettata”. Il paragone è stimolante e lo spero anch’io. Ma mi chiedo: quale sarà il piano Marshall questa volta?

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Giornalista

Marco Romandini collabora con numerose testate online e cartacee, tra cui il mensile di inchieste “Millennium”, Il Fatto Quotidiano, Wired, Vanity Fair, National Geographic.

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