“La nostra sicurezza non è garantita. Anche a noi mancano mascherine, guanti, prodotti sanificanti. E anche nelle imprese che aderiscono alla nostra Federazione ci sono casi di personale positivo al virus e messo in quarantena, con conseguente chiusura temporanea dell’impresa” Lo dice a EC Alessandro Bosi di FENIOF , insieme a Federcofit la più importante associazione nazionale di categoria di pompe funebri.

“il motivo per cui abbiamo visto le immagini, che hanno colpito tutti, dei camion militari che trasportavano cadaveri a Bergamo. In situazioni come Bergamo e Brescia dove c’è un numero proporzionalmente limitato di pompe funebri rispetto alla popolazione, in una situazione come questa basta che si fermino un paio di imprese perché il sistema collassi. Abbiamo chiesto quindi al Governo, alla Protezione Civile, alle Regioni che un certo numero di dispositivi sanitari vengano destinati anche a noi imprese funebri perché siamo anche noi esposti al contagio”

Scusi la domanda ‘tecnica’ e che suona macabra ma come possono i cadaveri trasmettere il virus?

“Ci sono due ordini di problemi. Il morto da Covid19, non respirando più, non dovrebbe essere più pericoloso. Il problema è che quando si ‘movimenta’ un defunto, anche senza doverlo vestire ma solo per caricarlo e metterlo nella bara, c’è una inevitabile compressione del corpo che porta a uno scambio gassoso aereo. Ma c’è un altro aspetto ancora più importante che è quello della relazione con i parenti, con il fatto di dover intervenire spesso in abitazioni dove ci sono morti da Covid19. In questo momento poi tutti i morti in abitazione sono potenzialmente morti per Covid19. Di fatto tutte le relazioni con i parenti, dalla stesura delle carte agli accordi per i funerali, per quanto ristrette e le disposizioni per la eventuale cremazione ci espongono costantemente al contatto con i parenti delle vittime, tutti potenziali vettori del virus, con i quali abbiamo a che fare quotidianamente e, ripeto, senza dispositivi sanitari in dotazione. Per quello abbiamo chiesto ai Comuni che si attivino procedure di disbrigo delle pratiche online. Il Comune di Milano per esempio permette una sorta di autocertificazione in video: si può mandare un videomessaggio al Comune, fatto con anche solo con il telefonino, dimostrando la propria identità mostrando un documento, e dare per esempio in questo modo disposizioni per la cremazione. In certe zone sarebbe utilissimo che tutti i Comuni facessero così. Altrimenti, per legge, anche un componente di una famiglia in quarantena è obbligato a presentarsi all’ufficio comunale per dare disposizioni per la cremazione. È importante perché meno si incontrano gruppi di persone a rischio meglio è”.

Continua Bosi:

“La legge nazionale prevede un periodo di osservazione del defunto di 24ore, ma ora in emergenza tutte le regioni prevedono un periodo di osservazione anche di 6 ore. Significa che dopo 6 ore dalla morte il defunto può essere messo in bara, dopo la certificazione da tanatogramma (elettrocardiogramma piatto). In questo modo si possono spostare nel più breve tempo possibile dall’abitazione o dalle camere mortuarie degli ospedali. I cadaveri non posso essere vestiti, sempre per evitare al massimo l’interazione con i parenti. Il cadavere viene avvolto in un lenzuolo, imbevuto di liquido disinfettante, e messo nella bara. Da lì al cimitero o al crematorio. Non ci sono abbastanza tamponi disponibili per sapere se tutte le vittime in casa sono da Covid o meno ma è chiaro che in questo momento ci sono tantissime persone che prendiamo in casa e che non risultano vittime del virus e che invece lo sono. Teniamo conto che in Italia ci sono circa 600mila morti l’anno. È impossibile ora fare numeri o statistiche e sono il primo a non permettermi di farle ma se fosse anche una vittima su dieci per Covid si tratterebbe comunque di un numero impressionante. Il problema è senz’altro quello di arrivare al periodo estivo avendo superato il picco di morti e di riuscire a gestire al meglio la situazione perché adesso le temperature sono ancora basse e la gestione delle bare e dei corpi, anche in spazi che normalmente non sono adibiti a questo, è ancora fattibile. Ma con le alte temperature, in presenza di grandi numeri di cadaveri in luoghi non idonei, si creerebbe sicuramente un grave problema igienico sanitario. Cimiteri e crematori già adesso fanno fatica a reggere il ritmo di inumazioni e cremazioni, con conseguente accumulo di bare in spazi improvvisati, sarebbe un enorme problema se questa situazione perdurasse con l’arrivo delle alte temperature. Abbiamo a visto a Bergamo decine di casse lasciate nelle chiese perché non c’era altro posto. Non è una condizione accettabile nel momento in cui dovessero esserci 30gradi all’ombra”.

Il MERCATO NAZIONALE

L’attività funebre in Italia è attività libera imprenditoriale. È bene ricordarlo: non possono esistere per legge cimiteri privati, se non quelli già esistenti di enti religiosi o congregazionali. I cimiteri in Italia sono 13mila. Il settore delle attività funebri è articolato in Italia in tre comparti:

  • Imprese funebri private

Attualmente risultano attive circa 6500 imprese, ma va tenuto presente che in tale numero vi sono anche le eventuali sedi secondarie facenti capo ad un’impresa principale. Circa la metà è operante autonomamente ed imprenditorialmente, vale a dire con proprie strutture, mezzi, magazzini, laboratori, personale regolarmente inquadrato. L’altra metà opera sostanzialmente con funzioni d’agenzia, o comunque, utilizzando dei terzisti (centri servizi), quindi operando con soli uffici senza strutture imprenditoriali. Solo il 5% delle imprese svolge servizi superiore alle 500 unità (tra queste vi sono alcune S.p.A.); circa il 75% delle sono tendenzialmente attorno ai 200 annui; le altre sono sotto i 100 servizi e, tendenzialmente, attorno ai 50.

  • Aziende a carattere pubblico o a Capitale prevalentemente Pubblico

Trattasi di attività parziali o totali direttamente o indirettamente gestite dai Comuni. Si tratta mediamente di aziende operanti nelle grandi città e con numeri elevati in termini di servizi funebri svolti. Spesso, i comuni o le aziende comunali, esercitano sia l’attività funebre che l’attività cimiteriale e, in altri casi, operano nell’ambito dei servizi necroscopici (camere mortuarie ed ospedali). A riguardo l’Antitrust si è espressa denunciando simili commistioni ritenendole atte a creare forti turbative di mercato a danno degli operatori locali, nonché invitando i comuni a circoscrivere il loro intervento nella mera sfera dei servizi pubblici seguendo i principi di sussidiarietà e non offrendo servizi commerciali di onoranze funebri soprattutto quando le imprese comunali godono di benefici e privilegi in grado di avvantaggiarle sul mercato privato.

  • Associazioni no-profit

Si tratta di circa 200 fra enti morali, laici o religiosi, per la quasi totalità operanti con propri servizi funebri completi ed una cinquantina di essi con propri cimiteri. La loro operatività è rilevante in Toscana (Misericordie e Pubbliche Assistenze) e in zona napoletana (Congreghe). Sono inoltre attive una settantina di società di cremazione che curano unicamente tale rito e, quasi tutte, gestrici di forni crematori di proprietà comunale.

Quanto costa un funerale?

Si può indicare in circa € 2.600 medi per ogni servizio funebre, svolto in ambito comunale e fornito da un’impresa privata specializzata. Sulla base di 600.000 servizi utili, al costo di € 2.600 medi cadauno, si ha un giro d’affari di circa € 1.560.000.000 (un miliardo, 560 milioni). Resta escluso un indotto (su cui l’impresa funebre non ha alcuna incidenza) di oltre € 2.800.000.000 (due miliardi, 800 milioni) e riferito agli interventi cimiteriali, di cui, all’incirca:

• € 1.300.000.000 per marmi e monumenti funebri

• € 1.100.000.00 per vari diritti comunali e/o sanitari;

• € 400.000.000 per intervento di fioristi, giardinieri, manutentori, ecc.

È da valutare, inoltre, che dopo anni di gratuità, la cremazione è stata di recente posta a carico dell’utenza, per importi che si aggirano attorno ai € 600, con un conseguente onere sulla famiglia in lutto di circa € 700 se si aggiungono le eventuali spese connesse ( IVA, documentazioni, bolli, etc.)

Indotto:

• 80 fabbriche di cofani, delle quali una ventina a livello di industria medio alta;

• 15 officine meccaniche specializzate per la trasformazione delle auto in autofunebri;

• 30 laboratori per la fabbricazione di apparati tessili (imbottiture, veli coprisalme, arredi);

• 10 produttori di articoli igienico-sanitari (valvole depuratrici, liquidi di conservazione, bare frigorifere, ecc.);

• 15 fonderie per la produzione degli accessori metallici alle casse;

• 40 per ulteriori produzioni (cofani in zinco, fotoceramiche, stamperie per manifesti, computeristica, ecc).

Particolare rilievo hanno i costruttori di cofani, i quali, oltre a produrre l’intero fabbisogno nazionale, sviluppano anche un’interessante esportazione. Questo settore si sta gradualmente spostando sulle urne cinerarie. Si punta a modelli di ‘moda’: per esempio modelli di urna realizzati imitando le opere di Modigliani. La tendenza è di creare un soprammobile elegante e duraturo che possa stare elegantemente in salotto o in camera da letto.

Il ‘campo’ dei funerali

Circa 600 mila morti all’anno (poco meno dell’1% della popolazione), di cui:

• 20.000 sono a carico delle Pubbliche Amministrazioni riferendosi a decessi di persone non abbienti o sconosciute;

• 65.000 coperti dai servizi comunali o dalle Istituzioni morali;

• 515.000 di competenza dell’imprenditoria funebre privata;

Dei 600 mila decessi:

• Il 75% avviene in ambiti ospedalieri

• Il 22% avviene in abitazioni private

• Il 3% in luogo pubblico diverso

Inoltre, sempre dei 600 mila decessi:

• il 33% è destinato all’inumazione (sepoltura in terra)

• il 41% è destinato alla tumulazione (tomba);

• il 26 % è destinato alla cremazione (con forte tendenza all’incremento).

La totalità delle salme trova sede obbligatoriamente e indipendentemente che siano inumate, sepolte o cremate, nei cimiteri pubblici (circa 13.000 in Italia) o nei pochissimi privati (una centinaio o poco più) gestiti principalmente da Congreghe religiose ed Enti morali.

 

 

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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