Ieri, 25 marzo, in Giappone era il giorno del sotsugyo-shiki, la cerimonia di laurea collettiva in cui tutti gli studenti dell’annata si riuniscono per la proclamazione. La mia università, come tutti gli altri atenei del Paese, ha cancellato gli eventi ufficiali, ma questo non ha impedito a decine di studenti di riunirsi al campus per fare foto ricordo e ringraziare i propri insegnanti. Il clima, favorito da una splendida giornata di sole primaverile, era quello di una festosa normalità.
Alla vista di un grande gruppo di persone riunite la mia reazione è stata immediata: ho lasciato il mio ufficio e sono rientrato subito a casa, nel mio autoimposto isolamento.

La situazione del coronavirus in Giappone è difficile da comprendere. Il virus circola nel paese da fine gennaio, e nonostante ciò i numeri forniti dal Governo danno un quadro molto rassicurante. I casi sono circa 1200 (senza contare quelli della Diamond Princess, che sono stati classificati come “internazionali” a seguito delle pressioni dell’esecutivo di Abe), e, sebbene si assista a un costante incremento, le nuove infezioni si contano a decine, non a centinaia o migliaia come in Europa o negli Stati Uniti. Non è chiaro se il Giappone abbia scampato il pericolo o se il peggio debba ancora arrivare.

Sono state avanzate molte ipotesi sulla resistenza “naturale” del paese al contagio. Senza dubbio ci sono alcune prassi adottate comunemente dalla popolazione locale che hanno aiutato a contenere la diffusione del virus. Anzitutto, è normale in Giappone indossare mascherine durante la stagione invernale, e in quella delle allergie: e questo si fa quando si è malati, per evitare di contagiare gli altri, più che per proteggersi dall’esterno. Inoltre è obbligatorio, quando si entra a casa, togliersi le scarpe all’ingresso; spesso ci si cambia completamente i vestiti. L’alcool per disinfettarsi le mani è presente all’interno di tutti i supermercati e uffici pubblici. Nella socialità quotidiana i giapponesi, inoltre, sono molto poco “fisici”: alla stretta di mano si preferisce l’inchino, all’abbraccio un saluto da lontano. Il Giappone inoltre dispone di un buon sistema sanitario, ed è un’eccellenza internazionale nel trattamento delle polmoniti, le quali, fino a qualche anno fa, erano la terza causa di morte nel paese. E no, in Giappone non c’è nessuna medicina magica che fa guarire in un lampo.

Tutti questi fattori però non sono sufficienti a spiegare come un Paese con una densità di popolazione notevolissima, contatti frequenti (e ininterrotti sino ai primi di febbraio) con la Cina, e con la popolazione più anziana del mondo non sia stato, almeno per il momento, travolto dalla pandemia. È ovvio che il governo abbia avuto tutto l’interesse nel cercare di mantenere i numeri sotto controllo: la speranza di poter tenere le Olimpiadi regolarmente ha fatto sì che i test fossero limitati al minimo, in contrasto con le linee guida dell’OMS. Il Governo si è difeso sostenendo che i test non sono del tutto affidabili, e che sia falsi positivi sia falsi negativi rappresenterebbero un grosso problema. Nondimeno, il fatto che il “picco” di nuovi casi a Tokyo (41, per un’area urbana di 14 milioni di persone) sia stato registrato a poche ore dalla decisione di posticipare le Olimpiadi al 2021 è sembrato a molti una strana coincidenza.

Eppure, nonostante questa deliberata scelta di sottostimare i casi, in Giappone non c’è un’emergenza come nei paesi europei e negli USA: siamo in una democrazia liberale, e se gli ospedali fossero presi d’assalto questo non potrebbe essere nascosto. Qual è la reale situazione, dunque?
I primi casi nel paese sono stati trattati con grande professionalità e senza troppo clamore dalle autorità locali: i funzionari hanno mappato molto dettagliatamente i contatti avuti dai soggetti positivi, e adottato le misure necessarie. Niente app, niente tracciamento elettronico alla cinese o alla coreana: attività ispettiva “tradizionale”, possibile solo grazie a un grande dispiego di risorse umane. Sostenibile dunque per piccoli numeri, ma non per un contagio di massa.

Non è chiaro cosa ci riservi il futuro. Da un lato, c’è un ottimismo che pare quasi sconsiderato: le scuole, che erano state chiuse già a fine febbraio, prima della pausa primaverile, dovrebbero riaprire il 3 di aprile. Il 20 marzo il Governatore dell’Hokkaido ha revocato lo stato di emergenza dichiarato poche settimane prima. Allo stesso tempo però la Governatrice di Tokyo, Yuriko Koike ha chiesto (per ora non imposto) agli abitanti di lavorare da casa ed evitare gli spostamenti non essenziali nel fine settimana: le immagini dei tradizionali, affollatissimi, pic nic sotto gli alberi di ciliegio del weekend scorso hanno fatto infuriare Koike, la quale ha accompagnato l’appello al senso di responsabilità a una non troppo velata minaccia di un lockdown in stile Los Angeles.I prossimi giorni ci diranno cosa sta succedendo davvero.

 

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collaboratore

Giorgio Fabio Colombo è professore ordinario di diritto comparato e diritto commerciale internazionale presso l'Università di Nagoya (Giappone), dove dirige l'Unità di Ricerca "Decolonising Arbitration", e Visiting Professor of Japanese Law presso l'Università "Ca' Foscari", Venezia. E' stato consulente della Judicial Academy of the Islamic Republic of Pakistan in progetti di formazione in materia di arbitrato. Ha insegnato e fatto ricerca nelle università di Pavia, Genova, Palermo, Ritsumeikan (Kyoto, Giappone), UC Berkeley (USA). E' Ricercatore residente della Scuola Italiana di Studi sull'Asia Orientale di Kyoto. I suoi interessi di ricerca riguardano l'ADR, l'arbitrato, i rapporti tra diritto e letteratura e le culture giuridiche.

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