Vincenza Amato era un medico, era responsabile dell’Unità di Igiene e Sanità Pubblica dell’Ats di Bergamo, le mancavano pochi mesi alla pensione, è morta alcune ore fa di Covid-19. È il camice bianco numero 31 ucciso dal coronavirus. Il suo decesso è avvenuto all’Ospedale Santissima Trinità di Romano di Lombardia. Una morte drammatica e purtroppo oltraggiata da un improvvido Presidente del Consiglio a 600 chilometri tondi tondi di distanza dal letto dove ha esalato il suo ultimo respiro. Proprio mentre la notizia del suo decesso faceva il giro dei media, Giuseppe Conte prendeva la parola, finalmente, nella Camera dei Deputati e non su un qualche plaudente socialmedia, per riferire dell’operato del Governo dall’inizio dell’emergenza, meglio ancora dal 22 gennaio 2020 a oggi, meglio ancora degli atti promulgati negli ultimi due mesi da Palazzo Chigi. L’arroganza del capo dell’esecutivo, ormai troppo abituato alla claque dei like, lo ha portato a lodarsi e imbrodarsi, in un autoincensamento terminato nel peggiori dei modi, con un proverbio, “del senno del poi son piene le fosse”. Parole sinistramente lugubri se ascoltate da questa Lombardia che le fosse sta riempendo di cadaveri.

Vincenza Amato è la vittima 7.503 in quella dannata corsa che, con ogni probabilità, nelle prossime ore ci farà toccare le 8 mila vittime in Italia. Il termine vittima è neutro e neutro continueremo a usarlo, pur sospettosi che queste migliaia di persone siano invece state uccise dall’incapacità di Stato e dei vari governi della sanità e della salute pubblica. “Commissione di inchiesta parlamentare”, l’avevamo invocata, ora è stata richiesta nell’aula della Camera dei Deputati, dall’onorevole Elena Boschi. Esponente della maggioranza di governo ha pronunciato la parola “scusa” e si è scusata ricordando a Giuseppe Conte, che non è la Storia che lo giudicherà, ma che a farlo sono già le italiane e gli italiani. Funziona così in democrazia. Il Presidente del Consiglio si è dovuto finalmente inchinare al Parlamento, alla massima espressione del popolo italiano, del sovrano della Repubblica, finalmente ascoltare, incassare le accuse di incapacità e inefficienza che gli sono state, con distinguo e sfumature, ma universalmente mosse dai portavoce dei vari gruppi di ogni colore politico. No, il Governo italiano non ha fatto bene. La narrazione dell’Italia modello da seguire è tramontata.

Non per la brutta figura di Conte, ma per la rinnovata celebrazione della democrazia, in questo bizzarro tempo di libertà derogata con cittadine e cittadini relegati in casa, quello che le onorevoli e gli onorevoli deputati hanno animato, il dibattito seguito alla “informativa urgente sulle iniziative assunte dal Governo per fronteggiare l’emergenza derivante dal diffondersi dell’epidemia da COVID-19”, dovrebbe trovare citazione nei libri di storia. Con gli interventi di Davide Crippa del Movimento Cinquestelle, di Guido Guidesi della Lega, di Graziano Del Rio dei Democratici, di Giorgia Meloni di Fratelli di Italia, di Elena Boschi di Italia Viva, di Roberto Occhiuto di Forza Italia, Federico Fornaro di Leu, di Riccardo Maggi dei Radicali, di Maurizio Lupi di Usei, l’Italia è tornata Repubblica. La Camera il luogo di incontro e scontro delle istanze le più varie e che in questo luogo trovano rappresentazione, espressione e sintesi. Un’alchimia complessa, ma che non può essere derogata nella sua sacralità.

È tramontata così la leggenda dell’uomo forte. L’uomo forte è solo e da solo ha sbagliato. Nella Repubblica Parlamentare non funziona così. La Camera dei deputati, al di là della bandiera di appartenenza di ogni onorevole intervenuto, lo ha detto senza indugi: l’Italia è rappresentata da quei seggi e quei seggi la governeranno, governando il governo, legiferando. Il Parlamento si rivendica come il cuore del Paese, a maggior ragione in questo momento storico nel quale il Paese è investito da una delle peggiori crisi umane della sua storia recente. Umane e solo dopo economiche.

E che sia umana, anziché economica, lo ricordano le lavoratrici e i lavoratori di tutte le sigle sindacali che hanno scioperato nel corso della giornata, con punte di adesione del 90% in Lombardia e così coloro che hanno incrociato le braccia aderendo allo sciopero nazionale dell’USB per chiedere che non si scambi la borsa con la vita, che non restino aperti i luoghi di lavoro dove ci si infetta e poi muore perché non sono praticabili le financo morbide misure previste dal protocollo del 14 marzo 2020. Vincenza Amato è morta lontano dalle cattedrali della politica, è morta a Bergamo, dove l’Esecutivo ha mancato. Non scriviamo il Presidente del Consiglio e i suoi ministri, perché l’indirizzo di politica sanitaria ed emergenziale, si sa che è nazionale e il governo degli ospedali è però strettamente regionale.

È solo per questo che aspettiamo di sapere non dal Ministro Roberto Speranza, ma da quello regionale Giulio Gallera un commento a questa storia pubblicata del Wall Steet Journal. In un articolo, a firma Marcus Walker e Mark Maremont, il quotidiano statunitense racconta come gli uffici sanitari lombardi, al dottor Angelo Giupponi dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che il 22 febbraio 2020 suggeriva via mail di svuotare alcuni nosocomi e trasformarli in ospedali dedicati alla sola trattazione del Covid19, risposero, testuale: “Non dormiamo da tre giorni e non vogliamo leggere le tue stronzate”. Avvocato Gallera, siamo tutti orecchie.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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