Computer, tablet e cellulari donati ai reparti dove si cura il coronavirus. Un filo sottile, fatto di bit e di circuiti, che lega i pazienti con chi li aspetta a casa. Un modo per scambiare notizie, qualche parola di incoraggiamento, abbracci a distanza e preghiere per esorcizzare insieme la paura. O nei casi più gravi, e sono tanti,  per riuscire a dirsi addio. É preparando e consegnando tutto questo materiale che Massimiliano De Cinque impiega buona parte delle sue giornate da quando è scoppiata l’emergenza.  Lavora a Telelombardia, ma da qualche anno ha affiancato alla sua attività principale quella di Digital Sherpa, guida preziosa per permettere anche ai meno esperti a scalare le vette impervie dell’informatica. Tra le sue mani, nella sua casa-laboratorio di Olgiate Olona, in provincia di Varese, anche pezzi di “archeologia digitale” riprendono vita. Ma da quando l’epidemia ha travolto la Lombardia ha sentito che poteva e doveva fare di più.

 

Com’è nata l’idea di aiutare chi è ricoverato nei reparti covid?

Ho risposto a un appello sul giornale di un’infermiera che chiedeva alle case produttrici quattro portatili per il suo reparto. Nessuno l’ha ascolta e così mi sono fatto avanti io. In tanti ospedali adesso sono gli infermieri o i dottori che usano i loro cellulari per permettere a chi è in corsia, e magari è grave, di parlare con le famiglie. In altri casi, invece, i pazienti hanno un loro telefono, ma non hanno con se il caricatore o non hanno credito. In questi giorni è tutto molto frenetico e non sempre si riesce a reperire il materiale che serve. Allora provo a intervenire io.

 

Dove ha portato pc e tablet che ha rimesso a nuovo?

Ho consegnato dei computer a Pavia e mi hanno chiesto di portarne anche all’ospedale di Busto Arsizio. Il problema, però, sono gli spostamenti:  non ho nessun permesso speciale e come tutti adesso sono confinato in casa. Finora ho attinto al materiale che avevo già, ma non basta. In tanti mi hanno scritto dicendo che hanno pc o tablet che non usano più e vorrebbero donare. In questo momento, però, è impossibile recuperarli. Per risolvere il problema, la protezione civile potrebbe forse farsi carico della distribuzione. Io però non mi fermo e  l’attività di consulenza va avanti anche a distanza. Ad esempio, ho aiutato un’insegnante che aveva dei problemi a registrare le video lezioni : mi sono collegato in remoto con il suo computer e le ho mostrato come fare. Il mio è un lavoro un po’ a 360 gradi, se posso dare una mano io la do.

 

In questo periodo sta aiutando anche studenti alle prese con l’e-learning?

Due settimane fa ho consegnato un portatile a un ragazzo che ha bisogno dell’insegnante di sostegno e che altrimenti avrebbe dovuto sospendere l’attività didattica. Qualche giorno dopo ho dato un altro device a un docente che mi chiedeva aiuto per conto di uno studente. Ancora ci si poteva spostare con mascherine e guanti, poi c’è stato il blocco totale e quindi anche la consegna di materiale è diventata un problema. Ma la domanda è tanta. Ci sono molti ragazzi che non hanno apparecchi su cui fare i compiti, o magari famiglie con più figli che in casa hanno un solo pc e per i ragazzi diventa molto difficile riuscire a seguire le lezioni.

 

Da quanto tempo fa il Digital Sherpa e com’è nata l’idea?

L’informatica è la mia passione e lo faccio da tantissimi anni. Ad un certo punto ho anche pensato di  trasformare quella di Digita Sherpa nella mia attività principale. Nel 2010, poi,  ho creato un’associazione che si chiama ‘Progetto Nuova Vita’, che si occupa proprio di recuperare materiale ida riutilizzare in ambito sociale. Trai nostri successi, anche un accordo con i provveditorati delle province di Varese e Como  grazie al quale abbiamo allestito 13 aule informatiche all’anno per 6 anni. Il tutto gratuitamente e con materiale ricondizionato. Abbiamo anche allestito decine di postazioni nelle scuole dove accedere al registro elettronico e formato i docenti a utilizzarlo. Tra le tanti iniziative, ho anche organizzato corsi estivi gratuiti di programmazione e di coding: ragazzi e genitori erano entusiasti e abbiamo ricevuto anche i complimenti del ministro dell’Istruzione.

 

Chi vuole cosa può fare per aiutarla?

Mi stanno contattando molte persone, anche volontari di Informatici senza frontiere, per chiedere se possono collaborare. Spero di essere di ispirazione perché iniziative come la mia vengano replicate in tutta Italia. Da solo posso fare qualcosa, ma è molto poco rispetto al dramma che sta attraversando tutto il Paese. Posso arrivare agli ospedali del mio territorio, come Busto Arsizio o Pavia, ma ci sono veramente tanti altri ospedalitanti territori da coprire.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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