È il percepito che cambia. Se le dita di una mano non ti bastano per enumerare le persone che conosci con la febbre alta e quelle finite in rianimazione e quelle che hanno saputo da una telefonata del padre o della madre morti in ospedale e quelle al cui funerale non sei potuto andare perché, per le norme anti-contagio coronavirus, non è stato celebrato. Beh, allora cambia tutto. Se, come nel nostro caso, vuoi per personale propensione alla socialità o per mestiere, ci troviamo ad avere coltivate tante relazioni umane, a non bastarti sono due mani e il percepito, rispetto a quelli che le mani continuano a usare soltanto per fare quelle cose che fino a qualche settimana fa tutti facevamo, è completamente diverso.

Ogni giorno, ogni santo giorno, domenica mattina compresa, noi di EstremeConseguenze.it facciamo quel rito tutto giornalistico che si chiama riunione di redazione. È noto che EC è da sempre una redazione agile: in pratica ogni redattore sta un po’ dove gli pare e si collega via skype e da dov’è fa pezzi e interviste. Fino a prima di Covid-19, i milanesi erano i fighetti. Temi internazionali e scenari macroeconomici. Gli altri, politica e criminalità. Poi è arrivato il coronavirus che era un tema da milanesi. Dalla Madonnina si guardava alla Cina con preoccupazione, ma comunque alla Cina. Poi è successo l’imprevedibile. Località sconosciute, ma vicinissime, sono diventate epicentro dell’infezione. E, in quel momento, non settimane dopo quando sono arrivati i provvedimenti, ma prima, per noi giornalisti basati in Lombardia, nella città di Sant’Ambrogio è cambiato tutto.

Oggi i milanesi sono quelli del dramma e poi ci sono gli altri, i colleghi più lontani, che vivono tutto quello che ci sta accadendo come un racconto dell’orrore, ma sempre un racconto. Ed è così che le nostre riunioni di redazione sono cambiate completamente. Il primo istante di collegamento ha il drammatico sapore dell’appello dei sopravvissuti: quando qualcuno di noi si ammala e, qualcuno si è già ammalato, c’è l’apprensione mascherata dalla battuta di spirito. Ma è evidente che nessuno dia per scontato nulla. Fa impressione, ma ogni mattina ci contiamo felici di ritrovarci tutti quanti. Poi viene la riunione. I lombardoveneti propongono temi brevi, vicini, di vita quotidiana, gli altri di prospettiva. Il tema della morte e dei morti è sempre presente tra i meneghini. La vedi, la percepisci e ne parli.

Sappiamo tutto dell’inceneritore di Lambrate. È dove i milanesi fanno cremare i propri cari scomparsi. Scelta, quella delle ceneri, che da queste parti fanno sei milanesi su dieci. Lambrate, già comune e da decenni quartiere della metropoli, nonché sede di uno dei grandi cimiteri cittadini, ha una struttura crematoria modernizzata di recente. Le linee, come si chiamano, sono sei. Ognuna può incenerire un corpo ogni ora e mezza. Dopo il funerale in due giorni, cinque nei periodi con maggiori lutti, la cremazione avviene. Questo prima di covid. Oggi non è più così. I forni sono al limite.

Milano come Bergamo? No, per quello che ne sappiamo, no. Non è che sappiamo molto a dire il vero. Al di là di un termine, “blocco”, che ci è stato riferito. Parola che starebbe a significare che sono stati bloccati gli arrivi da “fuori” e che ora i forni stanno lavorando a pieno regime per svuotare le celle frigorifere, dove i feretri restano in attesa di essere inceneriti nei moderni forni a metano.

Come la collega che da Bergamo ci ha raccontato incredula il suo quotidiano andare sul balcone e contare le ambulanze che ora, per non impressionare, viaggiano a sirene spente, così noi increduli abbiamo preso coscienza che stiamo diventando degli esperti di cremazioni, bare, feretri, carri funebri, sepolture. Tutto questo perché, ahinoi, vogliamo capire da settimane e settimane, quante sono le persone che muoiono a Milano e in Lombardia. Questa ricerca dai connotati macabri, è un’esigenza giornalistica di chi, come noi, non ha la benché minima idea di quanta gente sia già morta per e con il coronavirus. I tamponi sui cadaveri non vengono fatti, rare sono le autopsie, quindi non resta che affidarsi alla statistica. Quanti decessi si sono contati in queste stesse settimane negli anni precedenti, quanti in queste, e se ci sono delle variazioni significative e sistematiche, magari dovute a insufficienza respiratoria, le si qualifica come sospette morti covid-19.

Il numero che esce dà una stima approssimata, ma reale, dell’entità del contagio. Un dato che poi viene utile nel meditare le azioni per limitare o per affrontare l’infezione del virus. Questo calcolo, banale per dirla tutta, lo hanno fatto solo i comuni di più modeste dimensioni. Con risultati francamente sconfortanti, ma tutti in linea.

Nelle scorse ore il Comune di Milano, dove normalmente muoiono in media storica 38 persone al giorno, ci ha dato dei dati. Tra il gennaio e il 18 marzo del 2018, i decessi tra i residenti sono stati 3.454, nel 2019 3.409, nel 2020, cioè l’anno del coronavirus, 3.313. Mai così pochi decessi. La media di questa frazione di anno è 43 al giorno, nel 2018 e 2019 era più alta. Il dato non può che sorprendere, ovviamente, in questa epoca di decessi e emergenza sanitaria. Sarebbe da felicitarsi della buona sorte di questa città che ha contagiato, perché da qui sono passati tanti di quelli che poi il covid19 lo hanno portato in Europa, senza farsi contagiare. Però e c’è un grande però, c’è qualcosa che non torna. Due cose: gli ospedali strapieni dove è noto, abbiamo i racconti dei sanitari, le persone muoiono e l’inceneritore di Lambrate che è in “blocco”.

C’è qualcosa che non va. Il percepito è che non si stia dando trasparenza ai numeri. Che quel che c’è stato dato sia cibo per cani, cattivo e scadente, proprio come si fa per distrarre un mastino e non farsi mordere. Noi giornalisti siamo cani, è vero, ma cani da guardia della democrazia, è il nostro ruolo nella divisione dei poteri. Noi, si sa, siamo il quarto. Noi controlliamo, vagliamo, notiamo, denunciamo, soprattutto informiamo le lettrici e i lettori, le cittadine e i cittadini. Non c’è un motivo, un motivo accettabile per tenere l’opinione pubblica all’oscuro. Gli omissis e i segreti, tanto in voga nei tempi peggiori del nostro Paese, non fanno parte delle pratiche democratiche. Lo Stato buono che omette, mente, anche fosse a fin di bene, anche fosse per non spaventare cittadine e cittadini, non è per niente buono, è cattivo, non è un buon padre, ma è un padre padrone.

Abbiamo bisogno di conoscere il numero dei decessi, giorno per giorno, dal primo gennaio 2020 a oggi e così degli anni precedenti. Tutti i morti nessuno escluso. Quelli dell’enumerazione dei quali, purtroppo, le nostre mani sono piene.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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