Fa impressione a scriverlo, ma io e Raffaele, Raffaele Masto, ci siamo conosciti quarant’anni fa. Io ero un bambino. Non per dire che ero giovane, quello giovane era lui, io ero proprio un bambino. Moccio al naso, magliettina sporca di gelato, pantaloncini di terra e scarpe con i lacci eternamente slacciate. Ero l’amichetto di una bambina, figlia di una sua fidanzata. Raffaele era il giornalista, il giornalista di Radio Popolare di Milano. Un mito per definizione, un gigante, almeno agli occhi di un esserino alto intorno al metro, io, e che vergognoso lo scrutava cercando di non darlo troppo a vedere. Non che Raffaele fosse molto più alto di me, ma, allora, sembrava altissimo.

Qualche anno dopo lo avrei superato. In altezza. Un mito irraggiungibile invece è rimasto ed è sempre stato. Era uno di quei giornalisti con due palle così che andava dai cattivi e li sputtanava agli occhi del mondo. Anche perché i cattivi che sceglieva lui erano tra i più cattivi tra i cattivi, erano i dittatori africani, erano i criminali contro l’umanità, erano gli autori di quei genocidi nel continente nero di cui a nessuno frega mai nulla. A lui sì e li sputtanava in tutte le lingue del mondo. So che sputtanare non è un termine da necrologio, ma so anche che lui ne avrebbe sorriso, in quel modo tutto suo, pudico direi.

La fine della giornata, quando ancora stavo in Radio, era quando Raffaele entrava nell’ufficio di Arianna, Marcello e Marco, l’ufficio di fronte al mio. Il più delle volte, a quell’ora, c’era solo Marcello che sfogliava numeri antichi di Le Monde o de Il Manifesto. Lui, Masto, arrivava e io mi appollaiavo sopra una cassettiera. Era il nostro salotto, il nostro commiato di fine giornata. Per lo più ascoltava e poi diceva e quel che diceva era tanto pacato, quanto definitivo.

Una volta mi portò un suo libro e mi disse, “te lo regalo, però lo devi leggere e mi devi dire cosa ne pensi”. “Mi prendi per il culo?”, risposi sincero, “un libro di Raffaele Masto sull’Africa? Prenderò appunti”.

Non c’è stato modo di dirti di quel tuo libro, che a dire il vero era rimasto intonso sulla libreria fino alla notizia qualche mese fa del tuo cuore ballerino e della necessità di un trapianto. Allora l’ho preso e l’ho letto, così per dirtene durante la tua convalescenza. Il covid19 ti ha privato della mia “preziosa”, come avresti annotato tu prendendomi simpaticamente in giro, recensione, recensione che iniziava così: “Raffaele Masto è un maestro e quando si legge qualcosa di suo, soprattutto sull’Africa, bisogna avere vicini carta e penna, perché c’è solo da prendere appunti. Ho la fortuna di conoscerlo da quarant’anni e, da quarant’anni, è sempre uguale, non invecchia mai. Una magia che ha saputo trasmettere anche ai suoi libri”. Iniziava così e non so dirti quanto mi spiace non aver avuto la possibilità di dirtelo. Ciao Raffa.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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