“Stiamo cercando di accontentare tutti, con cicli a produzione continua, sette giorni su sette. Abbiamo spedito nelle settimane scorse 300 letti in Lombardia, gestiamo un filo diretto quotidiano con Azienda Zero, inviando attrezzature a tutte le strutture ospedaliere del Veneto, ma siamo subissati di richieste da Emilia, Marche e persino da Lazio, Campania e Puglia. Oggi riusciamo a completare una media di 65-70 letti al giorno ma nel medio periodo rischiamo di rimanere senza materie prime“. E ancora: “l nostro principale fornitore Marcegaglia ci ha comunicato che, in base al decreto del 22 marzo, deve chiudere i battenti. In casa abbiamo scorte per non più di un mese. Marcegaglia ci ha assicurato che ci spedirà tutto il materiale disponibile in magazzino. Ma non sappiamo per quanto ci potrà bastare“.

Queste dichiarazioni, pubblicate in un articolo uscito il 28 marzo su Il Gazzettino, sono di Marino Malvestio, che nel 2001 con il fratello Giuseppe ha preso le redini dell’omonima azienda fondata dal padre Guido nel 1937, l’unica azienda in Italia a produrre letti per Rianimazione di alta gamma. Un business da 36 milioni di euro che dà lavoro a 220 persone.

Secondo la rappresentante Fiom Cgil dell’Alta padovana Anna Zanoni, a fine dicembre c’è stata un’anomala impennata di ordini che ha stressato sia psicologicamente che fisicamente gli operai, ben prima che scoppiasse l’emergenza. Malvestio smentisce categoricamente: “Sono 37 anni che lavoro in azienda e da sempre, allo scadere dell’anno fiscale, arrivano numerosi ordini”. L’azienda lavora prevalentemente con il mercato italiano, “prima della crisi del 2008 oltre al 90%; poi abbiamo cercato di potenziare l’export, che adesso è al 25% del totale”. E’ chiaro che il mercato è soprattutto quello del settore pubblico e delle strutture convenzionate, ma è possibile anche avere una postazione di rianimazione domestica? La risposta è una lunga risata che si interrompe per definire la domanda come “grottesca”.Non gliene frega niente“, invece, se c’è una postazione simile al Quirinale, ad esempio.

Il 24 marzo, poche righe all’interno di un lungo comunicato della Fiom Cigl di Padova rendono noto che “a seguito di un caso positivo ricoverato con sintomi COVID-19, a tutti gli operai della spa di Camposanpiero è stato fatto il tampone e, in attesa di responso, sono stati comunque messi in quarantena una dozzina di dipendenti. Vista la situazione critica e la paura di tanti lavoratori è stata inoltre fatta una richiesta di cassa integrazione per 50 dipendenti e sono stati interrotti gli straordinari di sabato e domenica”. Un fatto emblematico in un momento in cui si rincorrono le notizie di contagi negli ambienti di lavoro, in particolare di quelli a maggiore esposizione e che devono rimanere aperti proprio per far fronte all’emergenza. Insomma, gli operai delle imprese che producono beni e servizi di prima necessità non sono né immuni dal coronavirus né eroi.

L’azienda chiarisce subito la questione con una lunga nota, ma questo imprenditore che di fronte a un contagio nella sua azienda (i risultati dei tamponi ad oggi non sono ancora noti) dichiara sul principale quotidiano della regione che anche le acciaierie devono tenere aperto, non è un po’ preoccupato? “Lei lo è?”;  “Si io sì molto, anche del dopo”. Fa una breve pausa e risponde: “In azienda sta andando bene, stiamo facendo del nostro meglio. C’è tanta brava gente, tanta brava gente. Ci ritroveremo in mezzo ad una montagna di macerie e l’atteggiamento di certi sindacati non può che essere volto a creare ulteriori macerie“. “Da quando è iniziata questa storia, siccome noi comunque dobbiamo continuare a lavorare, sono state da subito prese tutte le misure di sicurezza per evitare contagi. La mia gente, la nostra gente – sottolinea con gravità – l’abbiamo messa in sicurezza, perché è mio dovere occuparmi della loro salute. Abbiamo un lavoro da mandare avanti e ci prendiamo le nostre responsabilità. Io penso che, visto quello che stasuccedendo, ci sono molte cose che si possono fare per lavorare in sicurezza, tenendo presente che la sicurezza totale non esiste: al supermercato siamo sicuri per caso?”.

La conclusione: “Ci sono delle parti sociali che hanno fatto della chiusura delle aziende una questione di principio e non di logica. Se l’obiettivo è tutelare la salute delle persone ci sono molte altre strade. Un discorso è costruire e lavorare, un altro è distruggere con l’obbiettivo di distruggere. Sa chi mi ricordano? Lo scorpione che uccide la rana mentre attraversano il fiume“. Malvestio non è il solo a stigmatizzare le insistenze dei sindacati per far rispettare il decreto del governo sulle sospensioni di attività: nel Vicentino ci sono tremila imprese che hanno chiesto di poter continuare la produzione. Poco importa se gli operai sono terrorizzati, se ogni maledetta mattina timbrare quel cartellino è diventato un gesto simile al premere il grilletto durante una roulette russa, se ogni maledetta mattina ci si conta per vedere se manca qualcuno. Questo vale per gli operai dalla Mavestio e di tutte le imprese che producono beni di prima necessità, tra cui il governo ha inserito anche le fabbriche di armi. E anche loro hanno bisogno di acciaio.

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Giornalista

Giulia Guidi ha collaborato con numerose testate sia venete che nazionali in diversi settori, ma soprattutto in cronaca. Dopo l'inizio con Canale 68, ha scritto per L'Espresso, L'Unità, Il Manifesto con corrispondenze sul caso della base usa Dal Molin, Altraeconomia (Mose, Autostrade), Il VIcenza, Il Giornale di Vicenza e Vicenzatoday con cronache locali, CNR Media sul nazionale. Attualmente lavora a Vvox.

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