A Brescia nell’ultimo mese ci sono stati 1114 morti, moltissimi dei quali con e per coronavirus. Solo nell’ultima settimana sono stati oltre 500 e in città si è sfiorata la tristissima soglia delle 180 vittime. Dal 17 febbraio si è visto – dai dati raccolti giorno per giorno dalle Ats di Brescia e della Valcamonica e distribuiti dal Prefetto ai 164 sindaci del territorio – che il numero dei decessi galoppa. Nel capoluogo e nei paesi della pianura si va dalle 60 alle 80 vittime al giorno. Numeri un po’ più contenuti, ma ugualmente in crescita, anche nei comuni di montagna,. Avanza di giorno in giorno anche il dato ufficiale dei contagiati, che tuttavia è solo indicativo della reale portata dell’epidemia: non sempre è possibile fare i tamponi a chi non sta bene e solo da poche ore si è cominciato a fare i test a domicilio.

A delineare il reale perimetro della tragedia che sta investendo la Leonessa d’Italia è stato il sindaco Emilio Del Bono, che qualche giorno fa ha lanciato un grido d’aiuto: “Nella nostra provincia i contagi sono molto di più rispetto a quelli che ci dicono – ha chiarito – e ci sono così tanti i morti. Tanti sono malati in casa e non sappiamo come stanno”. A Brescia come altrove non ci sono i posti negli ospedali e “mancano medici e infermieri”. Una cosa, però, balza agli occhi: gli effetti del distanziamento sociale nella provincia più grande d’Italia – dove sono deceduti il 4,3% dei pazienti covid a livello mondiale – proprio non si vedono.

Ogni giorno, poi, i dati vengono trasmessi a Regione Lombardia, quindi elaborati e comunicati ogni sera alle 18 dall’assessore al Welfare Giulio Gallera, che scandisce il “bollettino di guerra”. Sole nelle ultime 24 ore in tutta la regione sono morte 541 persone, per un totale di 5.402 vittime. Balza in avanti anche il numero dei contagiati: i nuovi casi sono 2.409 per un totale di 37.298 (+6,9%), di cui 1.292 ricoverati in terapia intensiva. Con i numeri della Lombardia, l’Italia supera per numero di casi anche la Cina, che ufficialmente ne ha contati 81.897.

Se a Brescia comunque le informazioni in qualche modo filtrano e i giornali ne danno notizia con regolarità, non è lo stesso nel resto della Lombardia. Sono appena una manciata i Comuni, piccoli e grandi, che hanno aggiornato ai primi tre mesi del 2020 l’elenco dei cittadini deceduti, pubblicato sulla pagina degli Open Data del sito Regione Lombardia. Brescia e Crema, i centri più grandi. Ma proprio i dati di Brescia (molto più bassi rispetto alle tabelle elaborate dal Giornale di Brescia e pubblicate anche da noi) che fino a poche ore fa erano disponibili, adesso non sono più consultabili. Il perché non siamo stati in grado di chiarirlo.

 

Più precisa è la dashboard approntata dalla Regione, che registra inesorabile l’avanzata della malattia. Ma anche qui la fotografia dell’epidemia non è così vivida come la si osserva sul territorio. “Da noi la situazione è tremenda, una vera tragedia – raccontano fonti sanitarie a EstremeCenseguenze.it – a Milano pensiamo che non sia molto diverso, ma speriamo che non si arrivi ai livelli della nostra città e a quelli di Bergamo. Siamo molto molto preoccupati, per noi sono giorni dolorosi”.

Già, e a Milano cosa succede? I dati dei decessi totali relativi all’ultimo periodo all’ombra della Madonnina – che EstremeConseguenze.it chiede da giorni – non sono facilmente accessibili.  Ci sono stati forniti i numeri relativi a Milano città, dei quali emerge che sono morte meno persone rispetto agli anni precedenti, ma non la divisione per giorni. Il dato relativo alle vittime del covid, come spiega uno studio pubblicato dall’Ispi, è importante per determinare non solo il tasso die letalità apparente (che in Italia al momento si attesta al 9,9% dei pazienti)  ma anche il tasso di letalità plausibile del virus, fondamentale per calcolare la reale portata del contagio. Dall’analisi dell’Ispi, infatti, emerge che l’epidemia sia molto più diffusa di quanto non sia emerso finora. Ispi stima infatti che le persone attualmente positive in Italia siano nell’ordine delle 530.000, contro i circa 55.000 “casi attivi” ufficiali.

Che il contagio anche a Milano bruci vite, volti e storie negli ospedali cittadini lo si desume dai tanti, troppi servizi funebri e dalle liste d’attesa interminabili al crematorio di Lambrate. Dai post su Facebook per ricordare genitori, amici, colleghi. Si può intuire, dedurre, ipotizzare. Ma manca l’ufficialità. Una richiesta, quella di chiarire la dimensione reale del contagio, che ormai è diventata corale. Anche Rifondazione Comunista ha sollecitato il sindaco Sala a “comunicare il numero dei decessi della Città Metropolitana di Milano. Le notizie che arrivano da alcune residenze per anziani sono preoccupanti – dicono – nelle Rsa di Mediglia ci sono stati 59 vittime su 150 ospiti, nella Rsa Anni Azzurri in zona Lambrate ci sono stati 23 decessi di cui 14 positivi. Rinnoviamo inoltre la richiesta che l’ex Caserma Montello e l’ex Cie di Via Corelli vengano usati per dare assistenza a chi non ha una casa e alle persone che abbiano necessità di affrontare un periodo di quarantena in sicurezza – concludono – con la dovuta assistenza, senza rischio di contagiare i familiari”.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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