Nicola Zingaretti, il capo del PD, è intubato e si trova ricoverato in una clinica privata dei Parioli”. La notizia è falsa ed è arrivata in redazione che già puzzava di fesseria. Però, come tutte le bufale che si rispettino, aveva dei tratti di, diciamo così, verosimiglianza. È notorio, infatti, che il Segretario del Partito Democratico si è ammalato di covid-19 alcune settimane or sono. È altrettanto verificabile che, Zingaretti, non compare in video ormai da giorni e giorni. Del coronavirus, poi, si sa che possibili peggioramenti improvvisi sono possibili. L’unica nota stonata è ovviamente la vicenda Parioli. Pensare che il capo del PD, nonché presidente della Regione Lazio vada in una clinica privata di lusso è molto notizia, ma davvero poco credibile. Non si capirebbe per quale motivo. Per essere trattato bene? Perché davvero qualcuno pensa che Nicola Zingaretti verrebbe o sia stato trattato male in questo periodo di convalescenza da coronavirus da qualche sanitario della Capitale?

Le fakenews, che noi continuiamo a chiamare bugie o palle in rete, in rete e non, funzionano così. Cose vere e verosimili o possibili e poi, l’esagerazione, che è la vera menzogna. In questo “caso Zingaretti”, la fandonia vera e “notiziabile” è che il Segretario Pd non va nell’ospedale pubblico, di cui è guida e rappresentante in quanto Presidente di Regione, ma in una clinica privata. Fosse vero sarebbe gravissimo sotto molteplici aspetti, tanto evidenti che non val neppure la pena di enuclearli. Le fakenews non sono mai in buona fede. C’è sempre un interesse alle spalle. Spesso economico. Fanno click e quindi soldi. Sempre più spesso di potere. Servono a destabilizzare. Esistono da ben prima di internet e non albergano solo nel web. La finalità sempre la stessa. “Gli anarchici e la bomba di piazza Fontana a Milano” è una palla per destabilizzare. Certi titoli, di certi quotidiani, una bugia per vendere copie. E via così.

A volte però la verità supera la fantasia. Degli esempi? L’esistenza e la tentacolarità della loggia massonica P2. Se oggi qualcuno si presentasse in redazione e ci dicesse che esiste una cosa come la P2, minimo, lo guarderemmo con sospetto, incredulità. E non sarebbe diverso se ci venissero a dire del Bunga Bunga di Berlusconi. Sono cose sostanzialmente incredibili e, al netto dei processi e della Storia, incredibilmente vere.

È questo che frega noi giornalisti. Se siamo bravi a fare il nostro mestiere, tocca verificare tutto. Verificare vuol dire attivare una serie di controlli e così abbiamo fatto sulla supposta notizia di “Nicola Zingaretti intubato in una clinica privata dei Parioli”. La prima verifica è stata chiamare il Segretario o meglio il suo staff. La risposta è stata. “Sta bene”. “Febbre passata”. “Non rilascia interviste”. Bene la prima, bene la seconda, male la terza. Va bene fidarsi, ma se bastasse la dichiarazione di un portavoce, sai quante notizie non troveremmo? Quindi abbiamo attivato il “piano b”: abbiamo “interrogato” persone a lui vicine. Persone che non hanno tra loro contatti diretti. La prima ha confermato quello che il portavoce aveva detto. La seconda non era raggiungibile. La terza ha confermato la versione della prima e in più ci ha dato altri elementi di conferma della notizia. Ma i giornalisti sono per natura malfidenti, quindi, con la “fonte”, come si chiama in gergo, con la quale siamo più in confidenza siamo andati oltre. Abbiamo raccontato della bufala e che avevamo bisogno di un ulteriore favore, che Nicola Zingaretti ci confermasse a voce che stava bene. Cosa evidentemente impossibile se fosse stato sedato e intubato. Questo il processo con il quale abbiamo smentito la falsa notizia, il debunking come si dice da quando è comparso il termine “fakenews”. Quando si chiamavano solo palle, si definiva più semplicemente “verifica delle notizie”.

Ovviamente è un processo artigianale, quasi su misura, cioè a dire, dipende dalla notizia che si vuol accertare. A volte ti servono le persone, i testimoni, altre volte invece non bastano e devi trovare anche le prove documentali. C’è un intero settore del giornalismo, il così detto data journalism che questo fa. Studia i documenti e li raffronta. Numeri, numeri, numeri, tabelle statistiche. I numeri devono essere di fonte certa. La pubblica amministrazione, per esempio, è una fonte rilevante. Talmente rilevante che, su esempio anglosassone, ha attivato da tempo una cosa che si chiama “open data”, che si traduce nel fatto che qualsiasi dato numerico in mano alla pubblica amministrazione diventa di dominio pubblico. È un atto di trasparenza che, potenzialmente, permette a ogni cittadino di avere contezza delle politiche attuate nella sua città, paese, regione e nazione.

Uno dei misteri che ruota intorno al covid-19 è l’estensione della pandemia. Cioè quanti positivi ci sono o meglio ci sarebbero se ci fosse una “tamponatura” di massa. È un dato che fin dall’inizio dell’infezione è stato comunicato in ossequiose conferenze stampa e che noi, sin dall’inizio, abbiamo detto essere falso. Che oggi sia falso lo dicono tutti, ma proprio tutti. C’è un numero però che non è falsabile ed è quello dei decessi. Quanta gente è morta per o con il coronavirus? Noi da oltre tre settimane chiediamo di poter fare un lavoro di data journalism elementare. Vogliamo conoscere il numero di tutti i decessi. Tutti i decessi avvenuti nell’ottantina di giorni che ci separano dall’inizio di questo indimenticabile 2020. Quanti il primo gennaio, quanti il due, quanti il tre e così fino al giorno ieri o all’inizio della settima che si sta concludendo. Pare che sia infatti necessaria un’elaborazione di 5 giorni per avere il dato attendibile. E gli stessi dati, giorno per giorno, vogliamo per il triennio precedente.

Cosa speriamo di ottenere così? Beh l’incidenza di morte in Italia. Sapere come è cambiata con l’arrivo di covid-19. Ovviamente il luogo sul quale è maggiore la nostra attenzione è la Lombardia. Sappiamo per certo, perché abbiamo i dati, che ci sono paesi della bergamasca, dove i decessi sono più che sestuplicati rispetto alla serie storica. Nel marzo del 2017, 2018, 2019 morivano sempre una decina di persone, quest’anno 60. Nessuno malato di covid-19. Sospetto, no?

Per fare questa verifica abbiamo bisogno solo dei dati che già la pubblica amministrazione ha e che deve semplicemente mettere a disposizione. E invece, da tre settimane, i dati non arrivano. Pretestuosamente non arrivano. E non arrivano senza motivo, nel senso che non c’è un solo motivo per non darli e anzi va contro ogni normativa sulla trasparenza della pubblica amministrazione, violando addirittura il dettato costituzionale. E se già questo ci lascia basiti e interdetti, perché di fatto i cittadini da popolo sovrano vengono trasformati in sudditi, non potevamo credere ai nostri occhi quando, nel portale della Regione Lombardia, i dati, già presenti, hanno cominciato a sparire. Uno per tutti, il 27 marzo 2020 sono scomparsi i morti di Brescia. Anzi ora è presente solo la serie storica di un paesino, Calcio, dove, per la cronaca è stata una mattanza. Di tutta la Lombardia, 10 milioni di abitanti, i soli dati rimasti disponibili e aggiornati al marzo 2020 sono quelli di un piccolo comune di circa 5 mila abitanti e il circa in questo caso è tristemente doveroso.

Il caso più eclatante resta Milano, la città dove con ogni probabilità Nicola Zingaretti si è ammalato di covid-19, forse nel suo famoso aperitivo fatto sui navigli allo slogan #milanononsiferma o #milanoriparte. Per ora #milanotace. Non dà i dati a noi, né a nessuno. Un fatto grave, la cui finalità non conosciamo.

Oltre alle fonti e ai documenti, c’è un’ultima cosa che un giornalista deve spesso fare per verificare una notizia ed è andare su un luogo a vedere cosa è accaduto o cosa sta accadendo. In queste settimane di quarantena non abbiamo smesso di fare il nostro mestiere. Ancora andiamo in giro. Anche noi siamo finiti nei posti di blocco, abbiamo esibito tranquilli il tesserino dell’ordine professionale, rispondendo a domande a volte inaspettate che riguardavano il nostro datore di lavoro, che nel caso di EstremeConseguenze siamo noi stessi, quasi che fossimo giornalisti in quanto dipendenti e non per vocazione a testimoniare.

Ma è solo grazie al nostro consumare suole delle scarpe se sappiamo che i forni crematori del capoluogo lombardo sono oberati, che le pompe funebri milanesi stanno lavorando a un ritmo tre volte più impegnativo della norma, che nelle RSA meneghine si continuano a perdere vite. Non conosciamo il numero, ma abbiamo la certezza che la mattanza del coronavirus è in corso, anche se bene non riusciamo a delinearne i confini.

Questo mese di marzo 2020 è stato funestato da tante e troppe morti. Persone e persone se ne sono andate sotto il flagello del covid-19. Se sia solo sfortuna o ci sia dell’altro lo capiremo nelle inchieste che ci saranno quando tutto questo sarà finito, perché finirà. Ma c’è stata anche un’altra cosa che è morta un po’, che è stata ferita, ed è la nostra Costituzione Repubblicana, ormai per altro, in tanti punti. Tante libertà elementari sono state derogate e, al di là del motivo, è un fatto molto grave e dagli effetti tutti da indagare. Anche la stampa, intesa come l’informazione, come il diritto a essere informati, ne è uscita ferita. Condannati dalle troppe omissioni a essere struzzi, ciechi, con la testa nella sabbia, convinti che perché non vediamo la morte, la morte non ci vedrà, scaramantici.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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