Non è un buon segno quando l’accessorio più richiesto della stagione sia una mascherina chirurgica. Tra l’inquinamento atmosferico diffuso e l’occasionale epidemia di malattie infettive, le immagini di cinesi o giapponesi che indossano mascherine sono ormai l’emblema che in Asia qualcosa è andato storto negli ultimi 40 anni. Eppure, nonostante la loro apparente ubiquità, convincere le masse a indossare effettivamente le maschere è un progetto in corso da tempo anche in Estremo Oriente, dove il loro uso è largamente accettato.

Nei primi giorni dell’attuale epidemia, in Cina sul web leggevo ondate di commenti in cui i giovani lamentavano la difficoltà a far indossare mascherine a nonni e genitori. Le mascherine che si vedono per le strade in Cina o in Giappone sono il prodotto di una consapevole e lunga campagna dello Stato per migliorare gli standard di igiene e salute.

Molto prima dello sviluppo di qualcosa che ricordasse una maschera chirurgica, se dovevano tossire o proteggersi, i più ricchi usavano dei panni di seta. Nel 13 ° secolo, l’esploratore Marco Polo raccontò come ai servi della corte di Kubilai Khan fosse richiesto di coprire naso e bocca con un panno di seta e filo d’oro quando servivano cibo all’imperatore. L’usanza di indossare la maschera facciale iniziò in Giappone durante la pandemia di Spagnola (1918-1920) che colpì ogni continente abitato. Coprire il viso con sciarpe, veli e maschere divenne un mezzo prevalente, anche se inefficace, per scongiurare la malattia in molte parti del mondo.

In seguito, anche nella Terra di Mezzo si fece strada questa usanza. Durante l’era repubblicana (1912-1949), la Cina conobbe ondate dopo ondate di epidemie. All’epoca, nella cosmopolita Shanghai, le mascherine furono promosse anche come accessori moda per incoraggiarne l’uso. Nel frattempo la rapida industrializzazione del Giappone dopo la seconda guerra mondiale portò a un inquinamento atmosferico dilagante e alla crescita esponenziale del cedro giapponese ricco di polline, che fiorì a causa dell’innalzamento dei livelli ambientali di biossido di carbonio. L’uso della mascherina passò quindi dall’influenza stagionale all’uso quotidiano per proteggersi da smog e allergie.

Oggi, i giapponesi spendono $230 milioni in maschere chirurgiche all’anno e anche i paesi vicini che affrontano problemi di inquinamento simili, in particolare Cina e Corea, hanno adottato la stessa pratica. L’inquinamento è ovunque, così come i virus, perché quindi la tendenza di indossare mascherine è limitata principalmente all’Asia orientale?

La ragione potrebbe fondare le sue radici nella filosofia taoista e nella medicina tradizionale cinese, in cui il respiro è l’elemento alla base di una buona salute. Il “Qi ” è un concetto centrale nella cosmologia cinese e a che fare con energia e vapore. Qi ha numerosi significati in cinese tra cui “respiro”, “aria”, “atmosfera“, “odore”. Quando il qi corporeo è esaurito o il suo movimento è squilibrato, si sviluppano dolore e malattia. La respirazione è fondamentale per mantenere un buon qi nel corpo ed essere sani. L’uso delle mascherine per proteggersi dall’aria cattiva quindi è qualcosa che precede Pasteur e la scoperta dei germi e si estende alle basi stesse della cultura Estremo Orientale.

Recentemente inoltre il loro uso è passato anche a vocazioni postmoderne: adolescenti perfettamente sani le indossano, insieme alle cuffiette, per creare isolamento sociale; le donne le usano per evitare molestie nei mezzi pubblici; tanti apprezzano anche il relativo anonimato che forniscono. Stanno persino diventando un accessorio moda.
Quindi chi lo sa? Poiché l’inquinamento, i cambiamenti climatici e le malattie pandemiche diventano un aspetto di routine della realtà globale, potremmopresto vedere la moda delle mascherine diventare virale (scusate il gioco di parole) anche nei paesi occidentali.

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sinologa

Sono una Sinologa e Orientalista. Lavoro come interprete, traduttrice e consulente per il mercato cinese da oltre 10 anni. Mi sono laureata a Cà Foscari nel 2005, dopo aver studiato Antropologia Culturale alla rinomata SOAS di Londra. Ho frequentato la Yunnan Nationalities University di Kunming (Cina), dove ho studiato, oltre che il Cinese Mandarino, le minoranze etniche cinesi.

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