Il coronavirus è un dramma, senza se e senza ma. EstremeConseguenze cerca di raccontarvelo in tutte le sue sfaccettature, tentando anche di fare – come dice bene il direttore Beccaro – il “cane da guardia” della democrazia, che un filo vediamo in pericolo. Ma questa crisi, una volta passata la sua fase acuta (non si tratta di una malattia cronica, è una pandemia, quindi prima o poi finirà sotto controllo medico sanitario), potrebbe anche diventare la grande occasione per costruire un mondo migliore, più giusto globalizzato multietnico e cosmopolita di prima. Nel suo dramma il coronavirus potrebbe cioè fare piazza pulita di una serie di “malattie” ideologiche che hanno infettato, quelle sì, il nostro mondo negli ultimi due decenni. Fra queste, il virus del sovranismo.

Per aiutare a pensare, nel nostro piccolo, come potrebbe essere questa uscita a “sinistra” dalla fase acuta del covid-19, torna utilissimo un documento che ho ritrovato nel mio archivio. E’ il numero di Time del 15 maggio 2017, che profeticamente nella sua storia di copertina titolava: “Perché non siamo pronti alla prossima pandemia”. Tra le perle del corposo dossier, un intervento di Bill Gates. Sì, proprio lui, l’ex mister Microsoft, il miliardario che ha messo il suo patrimonio (una parte del suo patrimonio: è uno degli uomini più ricchi del mondo, il terzo nella classifica 2020 di Forbes dopo Jeff Bezos e Bernard Arnault) a disposizione di ricerca e azioni contro le malattie e per lo sviluppo con la fondazione Melinda e Bill Gates.

Ebbene, in quell’intervento su Time spiegava benissimo al colto e all’inclita perché aiutare aiuta. Contro la logica di chiusura del re dei sovranisti, il presidente Donald Trump, Gates ci raccontava come i vari programmi di aiuto allo sviluppo e alla salute finanziati dagli Stati Uniti all’estero fossero degli “investimenti dal ritorno economico incredibile”. Con logica e grammatica da capitalista (sia pure filantropo), diceva: “Al prezzo di una mancia – questi programmi rappresentano meno dell’1% del budget federale – hanno dato un dollaro di ritorno per ogni penny investito”. Dollari che non sono profitto calcolato in altri dollari, si badi bene. Ma in vite umane salvate da hiv, ebola, guerre. In interi pezzi di popolazioni strappate alla miseria più nera. E, magari, pure in giovani generazioni a cui è stata data una chance ed evitato di finire come carne da macello per organizzazioni terroristiche.

“Io capisco – diceva ancora Gates – che molti americani siano favorevoli ai drammatici tagli proposti dall’amministrazione Trump a questi programmi di aiuto. America first. Usiamo questi soldi per aiutare noi, gli americani, dicono. Ma è proprio quello che fanno questi soldi: aiutando loro aiutiamo e proteggiamo meglio noi stessi”. Per concludere: “Sono soldi assolutamente ben spesi. E quei programmi andrebbero mantenuti, non tagliati”.

Una riflessione rimasta inascoltata in tempi di sovranismo galoppante. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia, purtroppo. Come ha denunciato di recente Luca De Fraia, coordinatore della Consulta cooperazione internazionale del Forum Terzo Settore, in un lungo post sulla pagina Facebook del Forum. “L’Italia deve cambiare marcia sulla cooperazione internazionale: riallineamento degli aiuti con gli obiettivi internazionali e piena applicazione degli strumenti di partecipazione, come già previsto dalla nostra legislazione. Siamo il fanalino di coda del G7, mancano fondi e personale”.

In concreto, gli stanziamenti previsti dalla legge di Bilancio 2020 non raggiungeranno lo 0,25%, ben al di sotto dello 0,7% che il nostro Paese si è impegnato a raggiungere nel quadro degli accordi dell’agenda Onu 2030. Inoltre, denuncia sempre De Fraia, nell’anno di infausto governo Lega-Movimento 5 stelle, c’è stata una “pesante campagna denigratoria nei confronti delle Ong. Ci auguriamo che il nuovo esecutivo, come promesso, cambi marcia e che per le organizzazioni della società civile venga confermato il ruolo di interlocutori per la definizione degli indirizzi e delle politiche di cooperazione”.

Non è più tempo di chiacchere e di “lodevoli inziative di singoli esponenti del governo. Servono impegni concreti sul piano delle risorse e delle strutture. Ci auguriamo quindi che venga presto ufficializzata la delega di vice ministro per la cooperazione, primo passo necessario per dare maggiori certezze al settore”.

Noi di EstremeConseguenze, da buoni “cani da guardia” della democrazia, ci siamo messi di punta. In attesa e vigili. Speriamo che il governo Conte bis sappia ascoltare e fare il giusto uso di queste parole. Per carità di patria europeista, non commento l’orrenda pagina scritta giovedì dalla Ue: aiuto e solidarietà sono parole sconosciute in questa brutta, brutta Europa.

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giornalista

Maurizio Pluda è un cronista di lunghissima data, professionista dal 1986. Ha lavorato per millanta testate, passando dalla macchina per scrivere ai mass media in versione social. Ha fatto anche tanta ma tanta politica, sempre e orgogliosamente a sinistra. Gioca a bridge assai bene. Ma soprattutto è interista, da sempre.

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