“L’Olocausto non ci ha resi migliori”, la citazione è della poetessa Edith Bruck e ce l’ha ricordata Lidia Campagnano, la brava giornalista e intellettuale de Il Manifesto, quando febbraio era appena iniziato. È ovvio che questa frase nulla aveva allora a che fare con il Covid-19 e nulla ha oggi a che fare con il coronavirus. L’insulto umano della shoa, lo sterminio degli ebrei, non ha pari con niente di quanto accaduto prima e niente di quanto accaduto dopo la disumana “soluzione finale” disegnata dai nazifascisti. Ed è per questo che ci scusiamo sin da subito dell’utilizzo di questo passaggio della nota opera intitolata “Lettera alla madre”, ma ci sentiamo che queste parole della scrittrice italo-ungherese, siano una premessa necessaria a quel che stiamo affrontando.

Si fa un gran parlare infatti del dopo quarantena, del dopo coronavirus e, il più delle volte, si dà per scontata una maturazione della nostra società passata da questa pandemia. Si dà per assodato che i sopravvissuti dal covid19 saranno delle persone migliori e ci sembra un errore esiziale, ancora più grave di quelli che hanno contribuito a metterci in questa situazione, perché così ci troveremo solo a ripeterla tal quale o forse in chiave peggiorativa.

Una prova forse più dura e più violenta di altre è quella dei morti. Ormai sono ben più di 11 mila. Crescono ogni giorno a botte di sei, sette, ottocento decessi. Un numero al quale si è come fatto il callo, dimentichi che invece sono nomi, cognomi, mogli, mariti, madri, padri, figlie e figli. Persone che non ci sono più schiantate da una malattia mal gestita, da una società che infame ha preposto la loro vita al Dio denaro, prima, e che ripropone gli affari di bottega come priorità sulla loro morte.

Non ci riferiamo agli affaristi o ai cinici boiardi di casa nostra, il problema le nostre Alpi le comprende e le supera. Non è che dall’altra parte ci siano buoni esempi da seguire. Questo però non deve farci indulgere in un proverbiale “mal comune e mezzo gaudio”, ma nel ravvisare che c’è qualcosa che non va e quindi scegliere se la complicità o l’antagonismo, ché una terza via non si intravede.

Complicità o antagonismo non è certo verso un qualche potere imposto, ma è inizialmente verso noi stessi, coautori, attivi o passivi di questo status quo. Quindi ripartiamo da lì dagli 11 mila. E ricominciare dai morti, vuol dire ammettere che non sarà decidere dove mettere i denari che qualcuno ci avrà prestato il primo nostro problema, bensì sarà l’appello. Sarà capire chi abbiamo perso per strada e perché. Accantonata la favoletta del destino e i medievali riti dei voti a qualche divinità, dovremo capire cosa ha dettato, determinato quei lutti. È solo dalla consapevolezza che tutto questo poteva essere evitato o significativamente mitigato che nasce il dopo covid-19.

Non ci riferiamo ai gravi e palesi errori delle comparse della Storia che, per una qualche ventura, si sono trovate su uno scranno di potere, impiegandolo male, ci riferiamo proprio a questo nostro sistema politico ed economico-finanziario, alla sua gestione, al conflitto tra interessi confliggenti, alla prevaricazione di borse sulle vite, al nostro sistema di valori.

A breve accadrà un miracolo, un miracolo laico, e sarà la scoperta del vaccino. Il vaccino e la cura del covid-19. Se non fissiamo prima le regole, se non decidiamo la gestione del miracolo, sarà guerra. Di chi sarà il vaccino? Di chi sarà il brevetto? La proprietà? Il 12 aprile del 1955 alla telecamera di un incredulo Edward R. Murrow, Jonas Salk disse, riguardo alla proprietà del vaccino contro la poliomielite che lui aveva scoperto: “Beh, appartiene alla gente, direi. Non c’è un brevetto. Si può brevettare il sole?”. La polio paralizzava 18 mila bambini ogni anno, poi via via un numero sempre minore, approssimato allo zero, eppure il 28 ottobre, giorno della nascita del dottor Jonas, non è festa nazionale da nessuna parte, poche le strade che hanno preso il suo nome. La verità è che ne abbiamo poca memoria, che non ne abbiamo affatto. Non è nel nostro pantheon laico e universale.

Jonas Salk è deceduto il 23 giugno del 1995, non sarà quindi lui a scoprire il vaccino per il covid-19 e non è detto che sia un altro filantropo a trovarlo. Di chi sarà quindi la proprietà, a chi pagheremo la sopravvivenza? E una volta che lo avremo, chi sarà vaccinato per primo? Saremo vaccinati tutti e tutti in tutto il mondo?

Possono sembrare domande inutili, peregrine, ma la nostra società ha già fatto suo un principio che è quello che produrre e scoprire vaccini costa, che quindi i medicinali vanno brevettati e pertanto poi acquistati e somministrati a chi se lo può permettere. Funziona così. Saranno persone o stati, poco importa. Ci sarà chi si e chi no. L’Africa sarà vaccinata? L’Asia? Il Medioriente? Chi si e chi no? Chi prima e chi dopo?

Sono 11.591 le persone tamponate e positive al covid-19, decedute secondo il bollettino della Protezione Civile e del Ministero della Salute del 30 marzo 2020, non sono tutti i deceduti. Ne mancano a migliaia. Tutti quelli per i quali neppure è stata accertata la malattia. Non ci siamo riusciti, il nostro sistema al collasso non lo ha permesso, come di tanti non ha permesso neppure il ricovero. Ad alcuni è stata addirittura risparmiata l’andata in ospedale, ché tanto era troppo tardi, ché tanto gli ospedali non avevano il posto e il modo per dare loro la cura necessaria o per accompagnarli a una morte indolore. La morfina li ha aiutati a chiudere gli occhi sul nostro fallimento, ci sono 11.591 vittime del nostro fallimento, delle carenze del nostro vivere sociale, del nostro modello sociale. Forse è bene partire da lì, riconoscendoci peggiori di come ci siamo sinora disegnati e ammettendo che non è un male, un virus, che ci renderà migliori.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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