In una settimana è cambiato molto. Giunta l’ufficialità del posticipo delle Olimpiadi e Paralimpiadi i positivi al virus in Giappone sono aumentati esponenzialmente  (sebbene i numeri siano ancora a distanze siderali da quelli dell’Europa o degli Usa). Sono stati scoperti nuovi preoccupanti casi, molti dei quali legati a cittadini giapponesi di ritorno dall’estero. Uno su tutti: a Hiroshima, una studentessa appena rientrata dall’Europa e con evidenti sintomi (tosse intensa) aveva comunque ritenuto opportuno partecipare ai festeggiamenti per la laurea assieme alle proprie compagne di corso.

Sabato 28 marzo il primo ministro Shinzo Abe ha convocato una conferenza stampa per annunciare che, nonostante la situazione sia seria, non intende dichiarare, per il momento, lo stato di emergenza – seppure una legge speciale da poco approvata glielo consentirebbe.
Poche ore più tardi, lunedì 30 marzo la governatrice di Tokyo Yuriko Koike ha tenuto un’altra conferenza stampa più o meno dello stesso tenore: ha chiesto agli abitanti della metropoli di non uscire la sera per andare all’izakaya (i pub-ristoranti giapponesi, dove spesso la gente va a cenare e bere dopo il lavoro), nei locali notturni e al karaoke per almeno due settimane. Nessun provvedimento drastico però.

Quando un lockdown della capitale sembrava ormai inevitabile, i casi sono bruscamente diminuiti: dopo cinque giorni di numeri preoccupanti, ieri (30 marzo), solo 13 persone sono risultate positive (rispetto ai 68 casi del 29 marzo). Anche questa circostanza è sembrata a molti sospetta.
L’inazione delle autorità giapponesi sta causando un crescente malumore, anche (o forse soprattutto) nella comunità di stranieri residenti nel paese. Alla luce di quanto sta succedendo in Europa e negli Stati Uniti, sono sempre di più i cittadini stranieri in Giappone che ritengono questa inerzia quantomeno colpevole. Se non peggio.

L’ambasciata tedesca, in una nota diramata relativamente alla sospensione delle esenzioni di visto per il Giappone, ha aggiunto, in termini molto diretti, che i numeri dichiarati dal governo giapponese non sono credibili, e che essi sono semplicemente il frutto dell’assenza di test diffusi. Il Ministero degli Esteri giapponese si è rifiutato di commentare.

L’irritazione degli stranieri è data anche dal fatto che buona parte dei datori di lavoro giapponesi, pubblici e privati, continua ad operare come se nulla fosse, o quasi. Nonostante l’indicazione ormai diffusa da tempo di evitare spostamenti e riunioni “non essenziali”, l’uso del telelavoro è tuttora limitato, e i mezzi di trasporto sono ancora colmi di impiegati che si recano in ufficio come se il virus non esistesse.

In Giappone il rispetto delle regole non è difficile da ottenere: pur con qualche concessione allo stereotipo, si può affermare che la popolazione è generalmente disciplinata e ligia. Il punto è che in assenza di regole chiare, si lascia ai singoli datori di lavoro la determinazione di cosa sia “essenziale” e cosa non lo sia. Una scelta molto problematica: secondo prassi lavorative assai diffuse la giornata del lavoratore dipendente medio è costellata di riunioni tese a costruire una spesso solo apparente condivisione delle decisioni prese dalla struttura (cioè in esse spesso ci si limita ad approvare quanto già determinato in altra sede); prendere giorni di congedo per malattia è insolito, quasi disdicevole; agli occhi di molti datori di lavoro ciò che più conta è la presenza fisica del lavoratore presso il luogo di lavoro più che la sua produttività.

Un provvedimento chiaro del governo assolverebbe tutti dalla responsabilità di dover scegliere, ma le autorità paiono riluttanti proprio ad assumersi la responsabilità di questa scelta, economicamente dannosa e non ancora politicamente necessaria, visto il limitato numero di contagi (dichiarati). E così, mentre alcune istituzioni più illuminate (come l’università dove lavoro) cercano di ridurre al minimo la presenza di persona, altre invece tengono infinite riunioni in stanze piccole e poco areate per occuparsi di questioni più o meno importanti. Il loro ragionamento è “business as usual”: se ci fosse davvero pericolo, il governo lo direbbe in termini chiari. E come possiamo noi stesse decidere quale riunione sia essenziale e quale non lo sia? Se non fossero essenziali, non le faremmo. Indossiamo la mascherina, laviamoci le mani, e tutto andrà bene.

Secondo una comunicazione rimbalzata nei giorni scorsi sui social network, la dichiarazione dello stato di emergenza è imminente: il governo starebbe solo aspettando la chiusura dell’anno fiscale (che in Giappone avviene proprio il 31 marzo) per poter compiere un’operazione il più possibile ordinata il 1 aprile. Il portavoce del governo Yoshihide Suga ha affermato che la voce è priva di fondamento, e le conferenze stampa di Abe e Koike sembrano andare in tal senso. Alcuni colleghi a Tokyo hanno però espresso perplessità, dicendo che la smentita servirebbe solo ad impedire una fuga dalla capitale o scene di “panic buying” come quelle – pur limitate – viste la settimana scorsa.

Mentre stavo scrivendo queste riflessioni, ho ricevuto un messaggio su Line (il sistema di messaggistica più diffuso in Giappone). Il Ministero della Salute ha chiesto agli 83 milioni di utenti del sistema di compilare un breve questionario su stato di salute e misure che si utilizzano nella vita quotidiana per limitare il contagio (mascherina, distanza dalle persone, ecc.). È la prima volta che si verifica una cosa simile: pochi tamponi, dunque, ma un’invasione senza precedenti nella privacy degli utenti di una società privata. Una strada mai percorsa sino ad ora.
Il 1 aprile è domani: ci sarà un lockdown o una riunione?

 

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collaboratore

Giorgio Fabio Colombo è professore ordinario di diritto comparato e diritto commerciale internazionale presso l'Università di Nagoya (Giappone), dove dirige l'Unità di Ricerca "Decolonising Arbitration", e Visiting Professor of Japanese Law presso l'Università "Ca' Foscari", Venezia. E' stato consulente della Judicial Academy of the Islamic Republic of Pakistan in progetti di formazione in materia di arbitrato. Ha insegnato e fatto ricerca nelle università di Pavia, Genova, Palermo, Ritsumeikan (Kyoto, Giappone), UC Berkeley (USA). E' Ricercatore residente della Scuola Italiana di Studi sull'Asia Orientale di Kyoto. I suoi interessi di ricerca riguardano l'ADR, l'arbitrato, i rapporti tra diritto e letteratura e le culture giuridiche.

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