Venite con noi. Perdete cinque minuti. Vi portiamo all’Ospedale San Luigi a Orbassano, che è quasi Torino. È un ospedalone, di quelli grandi grandi, dove ti perdi comunque, anche quando ci sei stato e stato e stato ancora. In una stanza c’è una signora. La signora è anziana e ha evidenti problemi respiratori. Ha quattro figli, ma nessuno dei quattro è venuto a trovarla da quando è qui. Non per odiosa negligenza, la signora ha il covid-19 e nessuno può venire a farle visita. Morirà. Lo sanno tutti. Lo sa lei. Lo sa tutto il reparto. Lo sa il medico. Il medico lo dice al figlio, uno dei quattro. Lo dice al telefono. Uno di quelli vecchi. Il cellulare della signora. È il suo apparecchio, serve appunto per telefonare. Uno sputo di numeri in rubrica. I figli, le nipoti e i nipoti e qualche amica, anche alcune decedute da un po’. Ma è brutto cancellarli. A volte ci inciampa in uno di quei numeri di chi non c’è più e le viene in mente un ricordo ed è un commemorare, una specie di andare al cimitero o accendere un cero alla Madonna. Il telefonino passa dal medico alla signora che parla con il figlio e piange, piangono entrambi. I singhiozzi sono di quelli che non si vorrebbe far uscire, che si vorrebbe ricacciare dentro, ma proprio non ci si riesce. Sono strazianti. Anche sentiti da fuori.

Guarda la scena un’infermiera. La signora è qui da un po’, si conoscono. La scena spacca il cuore. La donna vorrebbe vedere la sua famiglia. Lo sa che morirà. Tra poco la intuberanno, ma sa che non si risveglierà. È troppo grave, è troppo vecchia. L’infermiera ha un’idea. Allora, quando i singhiozzi sembrano lasciare spazio, fa un cenno alla signora, vorrebbe essere un sorriso dolce, chissà se la signora lo interpreta così. L’infermiera le prende il telefono con un gesto lento che vorrebbe essere una carezza, se lo mette all’orecchio e dice al figlio: “mi faccia una chiamata, una video chiamata al mio numero, è questo” e glielo dà. “Tra mezz’ora, radunatevi tutti, tutta la famiglia”.

Mezz’ora è un bel rischio in quelle condizioni. L’infermiera sta tutto il tempo con la donna che ha come interrotto il suo cammino verso la morte. Aspettano insieme. Probabilmente lo smartphone in carica. Non tarda di un secondo lo squillo. Il video si accende e per quanto sia piccolo, sullo schermo ci sono tutti, ma proprio tutti. Ci stanno. Figli, nipoti. Tutti lì, a salutare la loro mamma, la loro nonna. E parlano, parlano, parlano. Mezz’ora di addii. Mezz’ora di quelle raccomandazioni che fanno i vecchi, conditi di quella espressione in bianco e nero, seppiata, che è “veglierò su di voi da lassù”.

Lo schermo si spegne. La signora è felice. È grata. Piange lacrime di gratitudine verso la sua infermiera che gliele restituisce tutte, ma proprio tutte. Quindi, muore.

Questa storia, bellissima, l’ha raccontata un’infermiera al suo sindaco, al sindaco del suo paese, Volvera. E lui, garantendo l’anonimato a tutti i protagonisti, l’ha postata su facebook. L’intento era far capire che cos’è Covid e che cos’è morire da soli. Ce ne sono a centinaia di queste storie e ogni giorno ce n’è una in più. Poco fa il bollettino diceva 727 nuovi morti per il coronavirus in Italia, il bilancio quindi è salito a 13.155 vittime. Non in molti di loro hanno avuto il regalo di una videochiamata, tutti sono comunque morti da soli.

Poi ci sono gli altri. C’è quel racconto che nessuno fa. Riguarda le migliaia di persone che sono morte a casa. Molte di loro senza neppure il covid diagnosticato. La polmonite. Il dolore forte al petto. Il respiro affannoso. La febbre alta. La mazzata coronavirus è arrivata su corpi già debilitati, provati da altre malattie. In quel distinguo assurdo del “morti per coronavirus” e “morti con il coronavirus”, loro fanno parte del secondo caso. “Il covid ha solo accelerato la dipartita”, dicono gli esperti di quella statistica che si vorrebbe più clemente, quasi facesse differenza, quasi che anche gli altri “quelli deceduti per il coronavirus” non fossero, come tutti noi, destinati prima o poi all’aldilà. Il racconto che nessuno fa si chiama morfina. Ci sono persone che sanno che moriranno e vogliono che accada in casa. Non da soli, ma con la loro famiglia. Non con un “ciao” al telefonino, ma con una mano che ti accarezza la tua e ti stringe come a trattenerti dallo spegnerti, che è inesorabile, ma più facile, dolce, se sei con qualcuno dei tuoi.

Immunità. Nelle ultime ore questa parola contenuta in emendamenti di legge, è stata accostata alla parola forze armate, che l’hanno giustamente e sdegnosamente rifiutata, e anche alla parola medici. I medici se la stanno vedendo brutta da settimane e settimane. In alcuni casi han dovuto addirittura scegliere chi viveva e chi moriva. Lì in corsia, un macchinario solo e troppi pazienti. L’immunità penale serve per cancellare la possibilità che tutte queste scelte finiscano in un qualche tribunale. Speriamo che il Parlamento sappia concederla e che la preveda anche per chi ha aiutato a morire chi voleva morire. Un atto di profonda civiltà in un Paese che, confondendo il bigottismo religioso con l’eticità, troppo a lungo ha ostacolato, ha proibito, ha perseguito quel gesto di amore e autodeterminazione che è poter decidere quando dirsi addio.

 

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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