Io ho avuto il coronavirus e sono tornato in corsia. Ci sono colleghi che rifiutano il tampone pur di non allontanarsi dal loro posto. Sbagliando, ma per amore. Chi non ha vissuto quello che è successo qui da febbraio in poi non può comprendere la vastità dell’ondata che ci ha travolto e trovati impreparati. Impossibile in questo momento fare valutazioni oggettive: io stesso, da uomo e da sindacalista, non so quando faccio fact-checking o mie riflessioni personali. Non ci sono termini di paragone: nessuno di noi era in servizio ai tempi della Spagnola”.

Lo dice il dottor Stefano Magnone, segretario della ANAAO Assomed Lombardia, in servizio al Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Lo avevamo interpellato sulle proposte di emendamenti, avanzate dalla categoria al Dpcm del 2 marzo e del Cura Italia, che vertono sui dispositivi di sicurezza personale e propongono uno scudo giuridico per gli operatori sanitari, oltre che per le aziende. Se da un lato l’associazione ha presentato esposti contro diverse aziende sanitarie, dall’altro un network di legali stava contattando parenti delle vittime di covid-19 per intentare cause di malasanità, iniziativa prontamente censurata dall’Ordine degli avvocati. Il rischio che la pandemia abbia strascichi nelle aule giudiziarie (già al collasso ben prima dell’emergenza) è papabile: “Io non ho fatto esposti nei confronti delle aziende sanitarie se non in un paio di casi eclatanti, al contrario della direzione nazionale. In una situazione drammatica come quella in cui ci siamo trovati, non ho ritenuto che utilizzare il tempo a predisporre una denuncia sarebbe stato un bene. Non dimentichiamo ci mai che oltre il 50% dei morti, dei ricoverati in terapia intensiva e dei contagiati si trovano in una parte della Lombardia, neanche tutta – spiega Magnone – Tutti hanno sbagliato, dai politici agli amministratori, e non si può imputare la carenza di mascherine alle aziende sanitarie. Tra l’altro nella nostra regione sono 44, più del doppio dell’altra regione che ne ha di più”.

“Per noi è stata, anzi è, un’esperienza tragica: oltre a quello dei famigliari delle vittime, sul campo rimarranno anche i drammi delle centinaia dei sanitari coinvolti: non dimentichiamoci che i pazienti che muoiono di covid sono soli nel momento cruciale e aiutarli in questa fase spetta agli infermieri, ai medici. E con questo peso ci si farà i conti nei prossimi mesi – prosegue il medico – Io, più passa il tempo, ho sempre meno risposte e più domande. La percezione della pandemia non è la stessa in tutta Italia, nemmeno tra le tre regioni più colpite. Nessun dato è paragonabile a quello della Lombardia. Perché? Difficile dirlo. In primis la mancanza di protezioni per il personale medico, ci siamo contagiati tra di noi, tramite i pazienti in ambo le direzioni. Il 15% dei medici di base della provincia di Bergamo si sono infettati”.

Quando mi sono ammalato non ho cercato un colpevole e, se l’avessi trovato, di cosa l’avrei accusato? La verità è che il Paese non era pronto: l’ultimo piano contro le pandemie risale alla sars e non è più stato aggiornato. L’Italia non produce mascherine e le importa dall’oriente, i primi Paesi colpiti dal virus. Ci si poteva muovere prima, certo, ma col senno di poi son tutti professori. Anche sull’eccezionalità del caso lombardo ci sono molti fattori da valutare, come gli intensi scambi con la Cina: molte aziende hanno sede là. Insomma… Sarebbe stato comunque molto difficile farsi trovare preparati”.

Indubbiamente l’organizzazione sanitaria regionale non ha aiutato, come ha denunciato un gruppo di medici di Bergamo con una lettera ad una rivista inglese: “Da quando sono stato eletto nel 2018, vado dicendo che il vero fallimento della riforma lombarda è questo. Il territorio assorbe più risorse dell’ospedale ma continua ad essere una monade staccata e in difficoltà: queste cose in veneto ed in Emilia non succedono. Il fatto che i medici di base siano convenzionati e non dipendenti è uno dei problemi principali: non si sentono parte del sistema e non ne hanno gli strumenti; a rimetterci sono i pazienti, con conseguenze anche drammatiche come in questo caso. Gli assembramenti negli ospedali sono state forse la prima causa del contagio“. E la privatizzazione? “Pur non trovandomi d’accordo nel principio, onestamente non posso dire che abbia influito: forse con un po’ di ritardo ma c’è stata una risposta di accoglienza da parte delle strutture private, anche grazie ad una ordinanza regionale. Resta il fatto che in Lombardia si è dato troppo spazio e risorse alla sanità privata, molto più che nelle altre regioni”.

Sui prossimi passi, Magnone è molto prudente: “C’è troppa incertezza: la verità è che di questo virus sappiamo ancora poco o niente. Esperimenti come quello di Vò, per quanto interessanti, lasciano il tempo che trovano: come si fa a tamponare tutti gli abitanti della Val Seriana? E a che pro? Situazioni troppo diverse per essere esemplificative. E poi, diciamo la verità: anche ai sanitari i tamponi non vengono fatti perché le aziende hanno paura che gli ospedali si svuotino. Figuratevi nei luoghi di lavoro… . Dobbiamo essere attenti, più che attenti. Finché non c’è il vaccino saremo a rischio: come si fa a dire una data? Metà maggio, giugno, autunno? – conclude il medico di Bergamo – Dobbiamo proteggere noi e gli altri finché i dati scientifici non ci diranno il contrario. Non possiamo permetterci altri errori“.

E di errori, come Magnone ha raccontato, ne sono stati commessi tanti, a partire dalla testa del Paese fino alle salette dell’ospedale più periferico. Il conto in termini umani lo stiamo pagando tutti, chi più chi meno, ma cosa accadrà nei palazzi di giustizia, una volta ripartita la macchina Italia? “Questo non è il momento di prendere decisioni definitive, ma è necessario alzare uno scudo protettivo per tutti quelli che da settimane stanno combattendo in prima linea contro un nemico subdolo, feroce e, sopratutto, ignoto”. A dirlo è il dottor Carlo Palermo, che di Assomed è il segretario nazionale. “Nell’emergenza si sono verificate situazioni gravissime, in primis la carenza di dispositivi di protezione ma anche ordini di rimanere in servizio nonostante la positività, che è perfino contraria al codice deontologico, “Non nuocere”. Ci sono molti casi non coperti da assicurazione: i medici hanno dovuto fare cose fuori dalla loro specializzazione e se avessero commesso errori non sarebbero coperti. E’ una situazione confusa e ci vuole una decisione politica – sottolineando l’aggettivo – ponderata”. Oltre agli sporadici ma eclatanti casi in Lombardia citati da Magnone, attualmente Assomed ha presentato esposti per il mancato rispetto della fornitura di presidi chirurgici in Piemonte, Campania, Calabria, Lazio, Veneto ed Emilia Romagna.

Quello che bisogna studiare sono i contrappesi – spiega Palermo – Se da un lato le vittime riconosciute devono essere risarcite, dall’altro ci vuole un’adeguata copertura per chi ha dovuto agire secondo regole in continuo divenire. Attualmente sono “al sicuro” solo le aziende, non il personale sanitario, che rischia di essere condannato non solo per dolo ma anche per colpa grave“.

Vanno in questa direzione gli emendamenti proposti dall’associazione ai dpcm del 2 marzo e Cura Italia: massima tutela dei lavoratori del settore tramite dispositivi adeguati, “e non le mascherine chirurgiche, come scritto nel primo decreto citato”, e garanzie legali legate alla situazione d’emergenza. “E’ una guerra, la metafora è giusta: sarebbe sbagliato che venissero usati gli strumenti giuridici ordinari. La magistratura valuterà caso per caso le denunce che verranno presentate ma noi riteniamo che sarà necessaria una sorta di “amnistia” con gli adeguati indennizzi alle vittime”.

 

 

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Giornalista

Giulia Guidi ha collaborato con numerose testate sia venete che nazionali in diversi settori, ma soprattutto in cronaca. Dopo l'inizio con Canale 68, ha scritto per L'Espresso, L'Unità, Il Manifesto con corrispondenze sul caso della base usa Dal Molin, Altraeconomia (Mose, Autostrade), Il VIcenza, Il Giornale di Vicenza e Vicenzatoday con cronache locali, CNR Media sul nazionale. Attualmente lavora a Vvox.

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