Trovare un equilibrio tra scienza e politica e scienza e diritto. É questo il compito del governo, che nel gestire l’emergenza coronavirus potrà comprimere le libertà costituzionali solo quanto basta per risolvere l’emergenza sanitaria. Lo spiega il professor Lorenzo Cuocolo, docente di Diritto Pubblico e Diritto Pubblico Comparato all’Università Bocconi e all’Università di Genova. Anche perché “nel momento in cui ci fosse un esame attendibile in grado di rimettere in circolazione in sicurezza le persone immuni al covid-19 – spiega – è ragionevole pensare che se il governo non allentasse le misure, qualcuno potrebbe anche andare davanti ad un giudice e ottenere ragione”.

Professore ci spieghi perché momento chi è guarito dal covid-19 deve restare ancora confinato a casa?

Non è facile dare una risposta. Il principale punto di riferimento è la tutela della salute. Non è scontato avere prove scientifiche certe su chi abbia contratto il covid-19 e sia guarito. I tamponi pare diano molti falsi negativi e le ricerche sugli anticorpi IgM e IgG pare diano risultati ancora altamente incerti, quindi al momento non mi pare che ci sia una sicurezza scientifica sul fatto che una persona sia guarita. Da quello che leggo, ma queste sono considerazioni più da medico che da costituzionalista, anche chi ha sviluppato gli anticorpi dopo l’esposizione al virus, non è detto che non possa reinfettarsi. Quantomeno non c’è una evidenza ancora chiara sul fatto che la produzione di anticorpi protegga dal contrarre nuovamente il virus e soprattutto non si sa per quanto tempo. Di fronte a tutte queste incertezze della scienza, si tende a far prevalere il principio di precauzione, che non è espressamente previsto dalla nostra Costituzione ma è ormai ritenuto di rilievo costituzionale perché è sancito a livello europeo ed è entrato a far parte anche del nostro Dna costituzionale. Al netto delle valutazioni che dovranno fare il legislatore e il governo, proprio il principio di precauzione suggerisce che se non c’è la certezza di evitare nuovi contagi per le persone che presumibilmente hanno già contratto il virus, allora le misure restrittive potranno ancora trovare applicazione anche nei loro confronti. Se poi, invece, la scienza e in particolare il comitato tecnico scientifico istituito dal governo, dovessero ritenere che chi ha anticorpi IgM e IgG particolarmente elevati può ritornare a una vita “normale” senza il rischio di diffondere il virus, allora probabilmente il governo adotterà misure meno restrittive nei loro confronti.

Stiamo leggendo, però, di tanti medici e infermieri che tornano la lavoro dopo essere guariti dal coronavirus.

Ho una moglie medico che ha preso il covid-19 e appena guarita è stata rispedita in prima linea, come la maggior parte dei medici ospedalieri. I medici, gli infermieri e gli operatori sanitari guariti vengono reimpiegati subito e anzi vengono mandati proprio in “zona rossa” nei reparti covid, perché, nel bilanciamento dei vari interessi in gioco si ritiene preferibile in rischio di possibili nuovi contagi a danno del personale sanitario, rispetto al fatto di utilizzarli per curare i cittadini. Su questo tema, che è molto delicato, ci sono anche i sindacati dei medici e del personale sanitario che sono in allerta.

Perché questo principio al momento non vale per altre categorie professionali, anche meno esposte?

Anche questo è un tema delicato. Sempre in un’ottica di proporzionalità delle misure, il governo e a cascata le regioni, le aziende sanitarie ritengono che in questo momento sia prioritario utilizzare il più possibile il personale sanitario, che dovrebbe essere chiaramente dotato di tutti i presidi di sicurezza, rispetto ad esempio a un professore o a un giornalista o a altre categorie professionali.

Se ci fosse un test affidabile e accurato, dovrebbe per forza essere validato dal comitato tecnico scientifico del governo prima di essere applicato su vasta scala?

L’ente di riferimento è il comitato tecnico scientifico, che è stato istituito con un decreto della protezione civile, atto normativo piuttosto debole. Situazione che tuttavia è stata in parte sanata dal decreto numero 19 del 2020, che dice che il governo di norma, quindi con una espressione molto vaga, fonda le sue decisioni sulla base dei pareri del comitato tecnico scientifico. Questo vuol dire che può anche discostarsene. Ma quand’è che il governo deve seguire le indicazioni e quando può discostarsene? Non c’è un bianco e un nero preciso. Se dovessero emergere evidenze scientifiche tali da far propendere sull’affidabilità di un test, a quel punto se il governo non si adeguasse e non adottasse provvedimenti maggiormente permissivi per chi si è risultato guarito, probabilmente adotterebbe provvedimenti che sarebbero annullabili dal giudice amministrativo.

Gli interessi in gioco sono molteplici: c’è il diritto alla salute, am anche il futuro dell’Italia sul piano economico

Bisogna tenere conto soprattutto del diritto alla salute ma anche della libertà di impresa e della libertà di iniziativa economica, oltre alle libertà individuali come la libertà di poter circolare per il territorio nazionale. Tutti diritti che possono essere compressi fino a che è ragionevole, nel bilanciamento con il diritto alla salute e alla vita. Nel momento in cui non ci fosse più questo ragionevole bilanciamento, allora le libertà individuali non potrebbero più essere compresse.

Su quali basi è stato possibile comprimere i diritti costituzionali?

La possibilità di limitare i diritti costituzionali è prevista dal decreto legge numero 6, che poi è stato abrogato e sostituito dal decreto legge 19 del 2020 attualmente in vigore, che dice che possono essere limitate la libertà di circolazione e di impresa con dei decreti del presidente del Consiglio dei ministri. Lo schema è previsto in un atto avente forza di legge, quindi dal punto di vista formale soddisfa le riserve di legge che sono contenute nella Costituzione che prevede appunto che i diritti si possono limitare ma con atti di rango legislativo. Dal punto di vista formale l’atto c’è mentre dal punto di vista sostanziale, il Dpcm sconta il limite di non essere sottoposto ne al controllo preventivo del presidente della Repubblica in sede di emanazione, ne al controllo successivo del Parlamento in sede di conversione in legge. Questa pecca, però, è stata in buona parte sanata proprio dal decreto numero 19 che prevede per il governo di informare il Parlamento degli atti che adotta e di riferire con cadenza quindicinale.

Come viene affrontato il problema in altri Paesi europei?

L’Italia ha la particolarità rispetto ad altri paesi europei di non avere una procedura di eccezione codificata in Costituzione. La Spagna ha dichiarato lo estado de alarma, che prevede che in caso di calamità si possano dare i poteri al governo, che però si obbliga automaticamente a riferire in Parlamento, le Camere si riuniscono periodicamente. La Francia ha tutta una serie di strumenti eccezionali, tra cui l’articolo 16 della Costituzione che prevede che il presidente della Repubblica in caso di minaccia imminente possa assumere praticamente pieni poteri, ma è stato usato solo durante la guerra d’Algeria e per pochissimi mesi. Altrimenti è previsto l’état d’urgence, utilizzato anche in caso di attentati terroristici come il Bataclan e di recente è stata approvato una nuova legge che ha introddotto l’etat d’urgence sanitaire espressamente previsto per periodi come questo. In entrambi i casi l’esecutivo assume molto più potere ma sono rafforzati anche i momenti di controllo del Parlamento. La Germania ha addirittura introdotto nel 2000 una legge che in caso di epidemie prevede una gestione centralizzata dei poteri a livello di governo federale.

E da noi come funziona?

L’Italia si è dovuta rifare a strumenti ordinari come il decreto legge, altro non c’era. L’unico stato di emergenza che è previsto nel nostro Paese è lo stato di guerra, all’articolo 78 della Costituzione, ma questa non è una guerra. L’obbligo del governo riferire in Parlamento, previsto dal decreto legge numero 19, in qualche modo sana il problema. A bocce ferme, però, bisognerà ragionare se inserire una procedura speciale anche in Italia. Anche sul fatto che il Parlamento si possa riunire a distanza, con tutte le cautele del caso, si dovranno fare dei passi avanti. L’alternativa è quella di marginalizzare il Parlamento e in questo periodo è un rischio che non possiamo correre. Ce lo insegnano situazioni come quella dell’Ungheria, che sembra lontana ma forse poi così lontana non è.

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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