“Grazie del lavoro che fate. Ma vorrei chiederLe una cosa. Io sono disoccupata, anche mio marito, abbiamo finito la disoccupazione io a febbraio e lui a marzo, purtroppo non siamo riusciti, prima di covid-19, a trovare un nuovo posto di lavoro, abbiamo anche 2 bambini, due figlie… di 7 e… 12 anni che vanno a scuola nel comune di…  Quindi siamo in difficoltà, non so se riusciremo a pagare l’affitto questo mese. Ho paura di no”.

È stato il primo e purtroppo non l’ultimo di quella serie di messaggi molto simili che continuiamo ormai quasi quotidianamente a ricevere sul gruppo whatsapp di EstremeConseguenze.it o alla mail redazione@estremeconseguenze.it. Da che siamo nati abbiamo tenuto in grande considerazione il canale di dialogo con le lettrici e i lettori. Quello che è nato come luogo di scambio e di segnalazione di notizie, è oggi diventato anche strumento di richiesta d’aiuto. Non grande aiuto, a esser sinceri, quello che siamo in grado di dare: alziamo il telefono e capiamo se possiamo fare qualcosa, a volte una segnalazione o poco più. In questo caso, per dirla tutta, volevamo anche capire, erano da poco arrivati i “buoni spesa”, se tutto funzionava a dovere.

Il sito del comune in questione, quello della residenza della lettrice e della scuola delle sue bambine, non segnalava niente nella sua home page. Un giro in rete e, grazie a un giornale locale, siamo arrivati ai numeri dedicati ai servizi sociali e quindi anche alla richiesta di aiuti economici per chi in difficoltà. Due numeri uno fisso e un cellulare e due ore di servizio al giorno. Il fato benevolo ha fatto in modo che la segnalazione arrivasse nel cuore dell’apertura dello sportello telefonico. Nessuna possibilità al numero fisso eternamente occupato, libero quello del cellulare. La risposta cortese al secondo squillo e subito la disponibilità ad attivarsi per la lettrice e la sua famiglia. Lettrice che poco dopo ci ha segnalato che il processo si era effetivamente attivato.

Qualche ora più tardi, l’aggiornamento che abbiamo avuto, è che ad assisterli, in un primo momento era stata la chiesa del piccolo comune. I tempi della burocrazia, spesso, sono meno prossimi dei morsi della fame e, fortunatamente, c’è chi dà il primo supporto: una minestra o i soldi per bollette e affitto o una parte di essi. Spesso la prima coperta è quella di una parrocchia e spesso, generosamente, non copre solo i propri parrocchiani.

La memoria va a un prete operaio che ha finito i suoi giorni in quelli di Viboldone, alle porte di Milano. Sacrilego, qualche tempo prima di morire, ci disse ironico che la Madonna non era granché da mangiare e che il legno del crocifisso non faceva grande differenza in un camino, ma che incarnare in sé l’insegnamento di Gesù così come raccontato nei Vangeli permetteva di dare da mangiare a un sacco di bisognosi. Ovviamente, scaltro e con l’esperienza alle spalle del sindacalismo in catena di montaggio, aveva aggiunto di aver incontrato un sacco di “Cristi esemplari” che in nessun Dio credevano, che nessuna chiesa frequentavano e che agli scritti degli apostoli preferivano letture materialiste.

Dacché ha avuto avvio questa crisi sanitaria, che è anche crisi economica per tutti e ancor di più per i più fragili e i più deboli, si stanno moltiplicando iniziative spontanee di autoaiuto, talune laiche, talune religiose. Uno stato sociale nobile, generoso e diffuso che va a sostituirsi o a integrare l’iniziativa pubblica. Non ci soffermeremo, questa volta, sull’evidente e colpevole scarsezza di mezzi che le municipalità possono o decidono di dedicare al welfare state, che poi sono i servizi sociali. Quel che ci interessa oggi sottolineare è la bellezza delle tante, tantissime iniziative di aiuto. Quel che ci piace raccontare è che oltre a covid19, anche un altro virus si sta propagando da sud a nord, da est a ovest, con velocità piacevolmente sorprendente: la solidarietà.

Una delle iniziative più fortunate è quella delle ceste sospese che dall’assolata Napoli è rimbalzata fino alla martoriata Milano, ma sono fortunatamente mille e mille le ceste (QUI TROVI LA MAPPA AGGIORNATA), i cestini o le semplici scatole che si stanno riempiendo a giro per l’Italia di cibo messo anonimamente a disposizione di chi, oggi molti più di ieri, non ce la fa.

C’è solo un ostacolo a queste meritorie e stupende iniziative ed è la vergogna. La vergogna del dire che si ha bisogno, la vergogna di andare a quella moderna e discreta “ruota degli esposti” che permette di sfamarsi. La vergogna di allungare la mano e chiedere o prendere, magari venendo visti.

Anni fa una catena di supermercati attivò una carta di credito solidale. Funzionava così, ogni volta che facevi la spesa e pagavi con quello strumento, una cifra minimale ti veniva trattenuta. Quella cifra andava a “ricaricare” la carta di qualcun altro, qualcuno che non aveva da dare, ma aveva bisogno. Alla cassa però le due carte di credito erano identiche e quindi nessuno sapeva se stavi facendo o ricevendo un’azione solidale. Inutile dire che nel dubbio di passare per bisognosi, la carta non ebbe il travolgente successo necessario a che i tanti dessero ai pochi.

“Chi può metta, chi non può prenda” dice un cartello alla buona affisso a una cassetta poggiata a terra in prossimità dell’entrata del pizzicagnolo dietro l’angolo. Ci siamo fermati come si fa alle casette dei book crossing, là dove si lasciano o colgono libri, abbiamo rovistato dentro e abbiamo preso. Abbiamo preso i biscotti. E lo vogliamo dire, anzi sentiamo il dovere di scriverlo, di urlarlo. Ci siamo fermati ché tutti ci vedessero. Che quella cesta, e con lei tutte le altre spuntate fortunatamente come funghi, deve essere frequentata senza vergogna, perché è importante che chi ha fame prenda e mangi e basta. Di null’altro si curi. E chi può prenda o non prenda, ma sicuramente lasci più di quel che ha preso, però tutti noi si comunichi la carità ricevuta, che non diventi onta, che non diventi imbarazzo, ma orgoglio di una comunità che si scopre capace di amore. Che carità questo nel suo etimo significa e quella data, siam della vecchia scuola, non va mai ostentata, “si manifesta più col tacer che col parlare”, mentre per quella ricevuta vi diciamo solo un enorme, ostentato, grazie.

 

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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