C’è un confine ed è quello (necessariamente) stabilito dalle procedure del Ministero e coerente con le procedure adottate in tutto il mondo occidentale. Hai difficoltà respiratorie ed allora devi essere ricoverato per Covid-19, hai gli altri sintomi ma respiri bene, puoi rimanere a casa in quarantena in attesa che passi. È poco più di una semplice influenzaMa non è così: tra l’asintomatico e chi necessita di supporti respiratori, esiste un mondo fatto di tante situazioni diverse. Più o meno gravi, più o meno conclamate in base alla diagnostica che viene applicata. Questa è una di quelle storie.

Inizia mercoledì 4 marzo. Alla sera ho cinque linee di febbre. Strano, di solito ho raffreddore, naso che cola, al limite tosse, ma febbre senza alcun altro sintomo non l’avevo mai avuta. Il giorno successivo la febbre sale a 38, ma non è momento di preoccuparsi. Il venerdì parlo nuovamente con il medico: “Non hai motivo di preoccuparti, è solo febbre, non c’è tosse, sicuramente non è coronavirus. Ma in ogni caso ti suggerisco di fare un salto al pronto soccorso. Loro potranno capire meglio di cosa si tratta”.

E così, la sera stessa mi faccio accompagnare all’ospedale. Triage nella tenda della Protezione Civile e poi finalmente accettazione nel Pronto Soccorso. Pressione, Ossigenazione, Prelievo del sangue, Tampone, Elettrocardiogramma, Lastra al torace, Ecografia al cuore. La notte si fa lunga. Invece la brandina su cui ero coricato nella stanza di contenimento era decisamente più corta di me. Due sacche di flebo per cena, una buona dose di tachipirina, riesco pure ad avere un lenzuolo per coprirmi. Sì, è una specie di incubo, ma domani mattina mi sveglierò, tornerò a casa dalla mia famiglia e tutto tornerà come prima.

La mattina successiva è lunga. La fame dii notizie è superiore alla capacità dei sanitari di produrle. Verso le 11 appare qualcuno. “La mandiamo dall’infettivologo e poi a casa!”. Esco dal Pronto Soccorso in direzione del reparto. L’infettivologo è una persona molto gentile e non mi abbandonerà mai fino alla fine della storia, telefonandomi quasi tutti i giorni. “Hai solo febbre, niente tosse, nessuna difficoltà respiratoria, la lastra mostra dei polmoni perfetti, il cuore è quasi a posto. Non è ancora arrivato l’esito del tampone ma sarà sicuramente negativo. La rimandiamo a casa e la chiamo nel pomeriggio per i risultati del tampone.”

Disavventura come tante, ma a lieto fine. Dispiace disturbare strutture sanitarie così per un nulla, ma la paura del virus, in questi giorni, ci fa fare cose che normalmente non avremmo fatto. Però la febbre c’è ed il fisico non concorda con il cervello. Torniamo a casa e mi corico, tra i sudori della febbre. Provo a dormire, per recuperare il sonno perso la notte prima, ma gli incubi mi tengono sveglio. Suona il telefono, è l’ospedale: “Abbiamo il risultato del tampone, purtroppo è positivo. Domani manderemo gli operatori a fare il tampone a tutta la famiglia”.

“Se vuole posso farla ricoverare” mi dice il gentilissimo infettivologo conosciuto la mattina. “No, tenga il posto per chi ne ha più bisogno”. Non sapevo cosa dire ed ho detto la prima cosa che mi è passata per la mente, ma in realtà era solo un negare a me stesso la verità del momento. Il giorno passa velocemente come pure il successivo. Inutile porsi problemi fino ai risultati dei nuovi tamponi.

1° Settimana: Febbre e Paura

“Lei è positivo, sua moglie e sua figlia invece, sono negative”. Mai avrei pensato di provare sollievo alla conferma di essermi preso il Coronavirus. Eppure, è così. Perché il pensiero corre prima di tutto alle persone che ti sono vicine, ai tuoi cari, agli amici, ai colleghi con cui condividi tanti momenti delle tue giornate.
E via con le telefonate: Come stai? Non hai febbre? Tosse? Qualcuno vicino a te sta male? Magari cercando di capire ma senza farsi capire. Mi sarò dimenticato qualcuno? Chi ho incontrato la scorsa settimana? Trovarsi ad implorare l’ULSS di fare il tampone a qualcuno perché ha due linee di febbre, o comunque di chiamarli e sentire come stanno. Per fortuna siamo in telelavoro dal 22 febbraio!
La casa è divisa in due. Moglie e figlia trasformate in infermiere. I brevi contatti avvengono tutti con guanti e mascherina. La febbre va e viene senza alcuna logica. Le notti sono un tormento: si passa dagli incubi della febbre alta, al letto bagnato di sudore quando scende. Ma, alla fine è poco più di una semplice influenza, vero?
La Tachipirina non riesco più a sopportarla, lo stomaco si rifiuta di assimilare qualsiasi cosa. Ho perso 6 chili in 4 giorni! Parlando con un medico stabiliamo una nuova strategia: niente Tachipirina prima dei 39°. Lasciamo che il corpo reagisca e combatta al virus. Abbassare la febbre non lo aiuta. Nel frattempo, nessuna difficoltà respiratoria. Perché è proprio questo l’indicatore: difficoltà a respirare vuol dire polmonite.
Il respiro. Tieni sotto controllo il respiro! Non abbiamo molti metodi empirici per controllare l’inizio o l’evoluzione della polmonite. I saturimetri sono esauriti. Se lo ordini ora, arriva a fine maggio. Ok, a riposo faccio 12 respiri/min. a volte scendo a 10. Il medico dice di preoccuparsi quando si superano i 20 respiri/min. Ho deciso che a 15 inizierò ad agitarmi.

2° Settimana: La luce in fondo al tunnel

Le informazioni veicolate dei media, parlano – per la mia fascia d’età – del 50% di probabilità di sopravvivere ad una polmonite acuta (due settimane dopo un anestesista scriverà che chi si aggrava a casa ha solo il 10% di possibilità di farcela). Non sono un medico, capisco meglio la statistica. E questa non è decisamente a mio favore.
Misurando costantemente respiro e febbre, la situazione inizia a migliorare, 38,0, 37,5 37,0. Forse ne sto uscendo. Sono riuscito a superare la fase critica. Beh, dai! Il respiro non è mai stato affannoso, la lastra mostrava dei polmoni perfetti, cosa mi poteva succedere? Anche la signora dell’ULSS inizia a chiamare ogni due giorni invece che quotidianamente. Segnali positivi.

3° Settimana: Dolore e Panico

Un dolore al petto. Forte e concentrato sul lato destro. Non riesco a stare coricato e nemmeno seduto. Solo in piedi il dolore si attenua. Scopro che la Tachipirina – sì, sempre lei – riesce ad attenuarlo. Ma l’effetto dura tre ore ed è necessario prenderla di nuovo. Dopo essere riuscito a dormire sì e no un paio d’ore, al mattino chiamo il medico di base. Non ci sono alternative e chiama il 118 per farmi portare al Pronto Soccorso. Essendo SARS-CoV-2 positivo, la procedura al P.S. è completamente diversa. Isolamento e ripetizione degli esami. Prelievo sanguigno, urine e persino prelievo arterioso (confermo che è parecchio doloroso!) per verificare la reale ossigenazione del sangue che risulterà nei limiti seppur non tra le migliori. Il battito varia da 110 a 120, il cuore sta pompando molto.
Altro elemento che differenzia la procedura, è il cercare di evitare di visitare il paziente toccandolo. Mi merito quindi una TAC che viene eseguita quasi subito in un reparto radiologia spettralmente deserto. Obiettivo della TAC è di controllare anche tutti gli altri organi al fine di identificare la causa del dolore: fegato, cistifellea, reni, stomaco, etc.

Dopo un’oretta di attesa, entra una dottoressa per darmi il responso. Si presenta come infettivologa (e già questo non promette bene): tutti gli organi sono a posto a parte i polmoni: la diagnosi è Polmonite Interstiziale Bilaterale da COVID-19. Forse dentro di me lo sospettavo già e per questo motivo non ho reagito alla notizia. Avevo bisogno di tempo per pensarci e pensare alle conseguenze. Mi sono invece concentrato sulla gravità della cosa, chiedendo tutto il possibile sul modo di curarla. Ho anche chiesto come mai alla lastra fatta precedentemente non risultava nulla, mi confermerà – come poi mi hanno confermato tutti i medici con cui ho parlato – che la polmonite interstiziale non viene rilevata da una normale radiografia a meno che non sia troppo tardi. Solo la TAC riesce a rilevarla subito.

Torno a casa, con la mia cura a base di antibiotici, pensando a quanto ci sono stato vicino, a cosa sarebbe potuto succedere se mi fossi trovato improvvisamente con difficoltà a respirare. A quanto sarebbe stata fondamentale la velocità di intervento del 118 per ricoverarmi in tempi brevi. In situazioni di emergenza come quella attuale, le mie probabilità sarebbero state decisamente basse. Nei giorni successivi, un medico, per tirarmi su il morale, mi dice: Stai tranquillo, se doveva succedere sarebbe successo prima e a quest’ora saresti già intubato. Il tuo corpo è riuscito a reagire e bloccare l’aggravarsi della polmonite. Non ha fatto altro che confermare quanto ci sono stato vicino. Ma probabilmente ha ragione lui. Ho avuto la polmonite senza saperlo, senza che il mio medico lo sapesse, senza che potesse prescrivermi una cura adeguata. Insomma, ho avuto solamente tanta fortuna.

4°, 5°, … Settimana

La cura sembra avere funzionato, anche il dolore si è attenuato nel giro di tre giorni fino a scomparire quasi del tutto. Il fisico è comunque debilitato ed il cuore sta ancora pompando a ritmi superiori al normale. Non si guarisce da una polmonite in una settimana, servirà del tempo. Sono passate tre settimane dalla scomparsa dei sintomi (febbre) e sono ancora in attesa dei tamponi di controllo. Dall’ULSS mi dicono che, con i ritmi attuali, ci vorranno ancora due settimane per fare il primo tampone. Sono riuscito a parlare con loro una sola volta, attività di monitoraggio completamente scomparsa. La realtà è molto diversa da come viene dipinta nei comunicati stampa, prontamente pubblicati dai media. Aspetto.

Non era una semplice influenza

No, non è stata una semplice influenza. Come è capitato a me poteva capitare (ed è sicuramente capitato) ad altri. Non va assolutamente bene dire: “stai a casa” in attesa di guarire o di aggravarsi e sperare di essere salvati in tempo. Va bene curarsi a casa, non possiamo intasare gli ospedali, ma abbiamo diritto a tutta la diagnostica necessaria affinché il medico di famiglia ci possa supportare al meglio. Non può curare una polmonite se non sa che c’è. Al massimo ci cura la febbre, la tosse, ma poi spera sempre che la situazione non peggiori. E soprattutto non possiamo credere che nel 2020, sia possibile fare la TAC ad ogni sintomatico residente in Cina, ma sia praticamente impossibile farlo in Italia.

Italia: dove la diagnostica è un lusso, magari riservato a chi può permettersi di farla privatamente e pagando. Oppure aspettando mesi e sperando di non aggravarsi prima. Siamo ancora in tempo per cambiare. Questa emergenza non finirà domani, altri si contageranno. Allora cerchiamo di prevenire l’aggravarsi della situazione, utilizzando gli strumenti che già abbiamo a disposizione. Magari qualcuno verrà salvato prima di essere intubato.

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