Cosa sarà del virus tra sei mesi, tra un anno? Non lo sa nessuno. È impossibile stabilire ora se Covid19 diventerà più “buono” mutandosi in un CoronaVirus meno aggressivo e più docile, rientrando così nella famiglia di ‘raffreddore’ e ‘influenza’. Come spesso accade, un metodo utile per guardare al futuro è rivedere le esperienze del passato. Perché non è certo questa la prima pandemia che affligge l’umanità. EC ne ha parlato con Francesco Galassi, paleopatologo, medico. Originario di Santarcangelo (Rimini) nel 2017 è stato inserito dalla rivista americana Forbes nella lista dei 30 scienziati Under30 più influenti in Europa. Autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche, è professore associato presso la Flinders University (Australia) e direttore del Fipab Research Center di Avola, in provincia di Siracusa.

Prof. Galassi, molti paragonano questa epidemia alla ‘spagnola’ del 1918. Che analogie e che differenze troviamo?

“Il paragone con la spagnola ci può stare anche se ci sono differenze sostanziali. La spagnola colpiva soprattutto i giovani, anche perché le condizioni dei soldati nelle trincee sicuramente favoriva il diffondersi di quel virus. Ci sono altri similitudini importanti anche con la peste, anche se in quel caso parliamo di un batterio. Come la peste questa è una zoonosi, cioè trasmessa da animale a uomo. Pensiamo al primo grande poema della cultura occidentale, l’Iliade: Apollo scaglia dardi contro l’accampamento acheo e prima degli uomini vengono colpiti i muli e i cani. Per dire di come e quanto è lontana la memoria dell’uomo rispetto a queste epidemie. L’esperienza della zoonosi è antichissima.
Anche il ‘grande padre’ delle vaccinazioni Edward Jenner dice che le grandi malattie dell’uomo derivano dal fatto che abbiamo addomesticato gli animali. Ormai abbiamo così tanti animali domestici che si verifica anche il fenomeno contrario, detta zoonosi inversa, che è quando siamo noi ad infettare, per esempio, cani e gatti. È dalla rivoluzione agricola del Neolitico che si sviluppano le grandi epidemie. Quello che mi colpisce di oggi è che viene attuata, esattamente come nel 1377, la ‘quarantena’, ‘inventata’ in quegli anni per prima da Venezia o Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Anche oggi come allora l’unico metodo che sembra sicuro è quello di isolare le persone. Il virus vive grazie a noi, allo scambio tra esseri umani, se fermi lo scambio fermi il virus. Come con la peste, non c’è altro modo. Questo è successo col vaiolo, debellato poi grazie al vaccino, e che oggi ‘vive’ solo in due piccoli laboratori. Se Covid19 avesse colpito nel 1800 sarebbe stata molto più devastante, a causa delle condizioni di vita, condizioni igieniche, condizioni di lavoro, conoscenze mediche”.

Tutti si chiedono quanto potrà durare…

“La storia ci insegna che i virus arrivano e restano, la stessa spagnola ha colpito in due fasi distinte, a primavera e poi, molto più pesantemente, in autunno. La grande seconda pandemia, la peste, quella del Boccaccio, arriva nel 1347. Poi scompare nel 1720 con l’ultimo grande scoppio epidemico a Marsiglia. Quindi per 373anni la pestilenza è rimasta presente, a fasi alterne, con picchi e momenti di quiescenza. Per quanto riguarda il Coronavirus si ipotizza una situazione simile, a meno che ovviamente non si trovi nel più breve tempo possibile un vaccino e si proceda a una vaccinazione universale. C’è un’altra speranza prospettata da alcuni virologi, sulla quale però si deve essere molto cauti, e ci vuole un’esperienza sperimentale: è che questo virus diventi “più buono”, subisca cioè una mutazione che lo renda ‘accettabile’ dal nostro corpo. Perché un virus per potersi propagare ha tutto il suo interesse a non uccidere l’ospite. Infatti uno dei virus più temibili al mondo è Ebola, che però rimane confinato in Africa perché è talmente letale e veloce nell’uccidere che una persona non ha nemmeno il tempo di spostarsi e contagiarne altre… un virus ha interesse a raggiungere un equilibrio con l’organismo che lo ospita. Come il semplice raffreddore, anche lui famiglia Coronavirus a RNA. La speranza quindi è che possa avere una mutazione di questo genere. L’altra faccia della medaglia è che invece diventi ancora più cattivo, in quel caso punterebbe a sterminare il maggior numero possibile di esseri umani per poi trasferirsi su altri animali. È fondamentale quindi che si trovi un vaccino, non già un antivirale. Abbiamo visto nel caso dell’HIV che gli antivirali funzionano e bloccano la malattia, ma il contagio persiste, il virus è ancora presente. Credo che un anno di tempo sia una previsione ottimistica ma possibile. Ora è decisivo fermare il contagio e proteggere il personale sanitario al meglio possibile, perché in troppi casi li hanno mandati in ‘trincea disarmati’. Il rischio più grande è che tra qualche tempo la nostra soglia di allarme si sia abbassata, che si ritorni a una vita ‘normale’ troppo velocemente e a quel punto ci ritroveremmo molto probabilmente con una seconda ondata molto più pesante”

La paleopatologia studia le malattie direttamente nei resti umani del passato, scheletrici o mummificati. In Italia il riferimento è il Dipartimento di Paleopatologia dell’Università di Pisa . Abbiamo raggiunto il Professor Gino Fornaciari.

“Cominciamo col dire che Covid19 è qui in Italia almeno da dicembre. I primi casi sono stati presi come influenza o polmonite anomala. Quindi anche il ‘paziente 0’, in realtà non lo è affatto. La ‘spagnola’ colpiva una popolazione non coperta da vaccino. In quel senso c’è una analogia. La ‘spagnola’ è completamente diversa da un punto di vista epidemiologico: nei nostri registri abbiamo una quarantina di casi di giovani morti per ‘spagnola’, era un virus che colpiva di più i giovani paradossalmente per una eccessiva risposta immunitaria. Era una broncopolmonite emorragica. L’Italia all’epoca aveva 24-28 milioni di abitanti. Colpì almeno 6 milioni di persone con una stima delle vittime di almeno 600mila, il 10% degli infettati moriva.
Questo Covid19 invece è meno aggressivo ma uccide persone di età più avanzata specialmente in presenza di altre patologie, il che comprende la quasi totalità delle persone sopra i 70 anni.
Non avendo armi contro questo virus l’unico metodo è l’isolamento. Siamo tornati a ragionare sui sieri, una terapia che risale al 1800, a Pasteur. Non mi aspetto una soluzione veloce. Il virus farà il suo ‘giro’ e se segue il modello per esempio della ‘spagnola’ dobbiamo aspettarci un ‘ritorno’ tra qualche mese. Ma non è detto, non lo può sapere nessuno. Ma vista la mobilitazione mondiale di centri di ricerca, industrie farmaceutiche, università, forse potremmo avere un vaccino anche in 8 mesi. Speriamo.
Dobbiamo rassegnarci in questo senso a convivere con i virus. Pensiamo che la prima grande pandemia conosciuta parrebbe risalire al neolitico; colleghi paleobiologi molecolari tedeschi hanno trovato una epidemia che avrebbe prodotto la crisi del Neolitico Recente che pare abbia distrutto il fiorire di culture e di civiltà della ‘mezzaluna fertile’ del periodo precedente, il Neolitico Antico, dove c’era già un contesto ‘urbano’ con villaggi di 15-20mila persone, che subì una crisi gravissima dopo aver sviluppato l’agricoltura, l’allevamento e il fiorire di arti e mestieri per secoli”.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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