L’autore di questa testimonianza lavora come custode sociale di una serie di caseggiati popolari in uno dei municipi che formano la rete amministrativa decentrata del comune di Milano. Ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.

Che cos’è la Custodia Sociale? O meglio, che cos’era prima? È un servizio pagato dal Comune e che agisce direttamente sul territorio per mezzo di varie realtà del terzo settore nelle 9 zone di Municipio di Milano. In contesti di disagio, case di edilizia pubblica, MM e Aler, lavoriamo con utenza fragile. Ci misuriamo quotidianamente con problematiche multiformi. Anziani, disabili, sia motori sia psichici, persone che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, famiglie di immigrati di vecchia e nuova immigrazione e altro ancora. Lavoriamo sul disagio a 360 gradi. Direttamente sul territorio, porta a porta.

E di cosa ci occupiamo?

Il nostro è un gruppo composto da 11 operatori, con professionalità miste: educatori, psicologi, ausiliari socio assistenziali, operatori socio sanitari, assistenti sociali. “Custodiamo” una delle 9 zone di Municipio di Milano. Periferia di quella bella tosta. Siamo dei facilitatori di comunità. Sbrighiamo questioni amministrative e burocratiche, pratiche e accompagnamenti sanitari, aiuto e sostegno per accessi ai vari servizi sul territorio.

A cominciare dall’amministrazione Pisapia, con assessore ai servizi sociali Majorino, il nostro servizio è radicalmente cambiato. Ha abbandonato la linea puramente assistenziale e ha virato drasticamente verso una linea più educativa, più da reinserimento sociale e riattivazione delle risorse personali. Non si lavora solo sulle mancanze, ma sulle capacità, anche se minime, residue.

Una ricerca verso la più alta autonomia possibile e verso la costruzione di nuove reti e nuove relazioni. Eventi, pranzi condivisi in cui ognuno prepara qualcosa, gite, cinema, incontri con professionisti, feste. Comunità che si ritrova e si ricostruisce, stimoli nuovi, altri sguardi per creare nuove possibilità.

E ora? Che cos’è la Custodia Sociale? Cos’è diventata oggi?

È emergenza al quadrato.
Siamo rimasti in 6 operatori su 11.
Maternità, malattia, congedi parentali.
6 su 11!
Ore 9.00, si riparte.
Mascherina, guanti.
Ore passate al telefono.
Recuperare farmaci, richiedere impegnative, spese, annullare visite programmate, prenotarne altre, urgenti e non rimandabili.
Lo tsunami coronavirus come detonatore del disagio.
Medicine, dottori da sentire, banca, pensione da ritirare, reddito di cittadinanza da controllare.
Pannoloni, cibo, soldi da prelevare, affitto e spese da pagare.
Telefona, ascolta.
Emergenza, febbre, paura.
Isolamento, quarantena.
Lacrime.
Lacrime continue, da tamponare e asciugare.
Paure che si accentuano, solitudine e isolamento che amplifica tutto in maniera esponenziale.
E nel mezzo noi.

Nel vortice dell’emergenza abbiamo dovuto abbandonare la nostra prima missione che è quella di ascoltare per poi sostenere, criticare e costruire condividendo. Non abbiamo più il tempo per concedere umanità, vero sostegno affettivo. Dobbiamo correre, partire, ritirare e portare. Abbiamo perso la parola “curativa”, perso la possibilità di concederci tempo di qualità, di ascolto, di accoglienza. Siamo passati dal fare di tutto per portare fuori dalle loro case i nostri utenti, al dire loro di non uscire assolutamente, di rimanere chiusi dentro e vedere il minor numero di persone possibili.

E noi? Anche noi viviamo imprigionati. Facciamo il nostro, così diverso dal nostro e poi, siamo sospesi, come tutti quanti. Non riusciamo più a svuotare completamente i pesi dei nostri utenti e, contemporaneamente, non riusciamo più a svuotare i nostri. Pesi su pesi, che restano lì, sospesi.

Andrà tutto bene?
Non credo
Andrà tutto bene?
No, bene non andava già prima.
La custodia sociale, prima e durante.
Un durante che è stato gestito “a fantasia”, come spesso avviene per il nostro servizio.

Nell’immediata emergenza notevoli risorse aggiuntive, economiche sul territorio, personale dirottato da altri servizi sospesi, nuovi sportelli e nuovi accessi. Poi, come spesso accade, la burocrazia torna sovrana. Bandi non rinnovati, tempi che si allungano e ci si ritrova a dover gestire l’emergenza in difficoltà crescente. Non si riesce quasi mai a dare continuità agli interventi. Un giorno si decide bianco e il giorno successivo è nero.

Nel mezzo ci siamo noi, sempre in presa diretta sul problema. In mezzo ci sono persone, cittadini e cittadine, con le loro richieste, le loro sofferenze, i loro bisogni. E spesso non possono aspettare”.

(Ph Mclincoph su Instagram)