Quando sarà tutto finito dovremo ripensare il Servizio Sanitario Nazionale”. Ormai lo dicono (quasi) tutti. Ma dove andremo a trovare le risorse in un Paese che affronterà una crisi economica senza precedenti e che si sta ulteriormente indebitando per centinaia di miliardi di euro? Una suggestione, poco percorsa, molto poco ‘popolare’, eppure praticabile. E se iniziassimo a smettere di produrre e vendere armi? Se tutta la nostra industria ‘bellica’, più o meno pesante o leggera, fosse un primo bacino da cui attingere risorse? Fantascienza? Vecchia ideologia post-sessantotto?

Quante armi vengono prodotte ogni anno nel nostro paese? Partiamo da qui. Bene, nessuno lo sa con certezza. Sembra incredibile ma è così. Eppure sono le stesse armi con le quali i libici magari sparano ai nostri operai in Libia, o quelle che i Turchi usano per ammazzare i kurdi, o le bombe sui bambini yemeniti. Senza andare troppo lontano, sono le pistole in mano agli uomini che uccidono mogli e fidanzate. Insomma, un paese che negli ultimi anni è stato investito in pieno dal tema “sicurezza” (e oggi, in due mesi, la parola ha completamente cambiato significato non sa quante armi produce e ha in casa. Abbiamo stime, dati parziali e solo sulle armi per uso ‘civile’ (armi leggere, pistole in primis) ma nessun dato su quelle militari da guerra.

E quante risorse vengono sottratte dall’industria delle armi alla sanità pubblica? E quanti operai nel bresciano, nella bergamasca, nello spezzino continuano a lavorare in questi giorni per produrre armi? Infine: anche chi fabbrica pistole e fucili godrà dei rimborsi dello Stato?

I numeri 

Partiamo dai numeri grazie al preziosissimo lavoro di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere), che ha pubblicato i dati del Banco Nazionale Banco Nazionale di Prova per le Armi da Fuoco Portatili e per le Munizioni Commerciali di Gardone Val Trompia (Bs).

Che cos’è il BNP? È un ente di diritto pubblico nato nel 1910 allo scopo di provare le armi nuove di fabbrica, prova divenuta obbligatoria nel 1923 e quindi uniformata nel 1973 con reciproco riconoscimento dei punzoni di prova a livello europeo. La sua principale attività è quella di provare allo sparo le armi corte e lunghe prodotte su tutto il territorio italiano, quindi di apporre i punzoni che certificano la prova sulla canna.

In particolare test e certificazione riguardano:
– tutte le armi nuove di fabbrica da immettere sul mercato civile, cioè le armi comuni da sparo, comprese quelle destinate all’uso sportivo e alle forze dell’ordine, ma escluse le armi militari;
– le armi importate da paesi che non hanno banchi prova riconosciuti;
– la demilitarizzazione delle armi da guerra;
– la disattivazione delle armi destinate al collezionismo;
– la derubricazione delle armi di cui si chiede l’esenzione dall’obbligo di denuncia alle autorità di

Inoltre il BNP è dotato di laboratorio balistico per la prova di munizioni e di materiali e attrezzature antiproiettile. Tra sede principale e reparti staccati presso aziende, oggi lavorano al Banco circa 70 persone.

Ogni anno, solitamente nei primi mesi, lo staff del BNP presenta alla stampa – per lo più solo locale – i dati consuntivi delle “armi provate” nell’anno solare precedente. Tuttavia questi dati non sono raccolti sistematicamente e pubblicati sul sito internet del BNP, né su altra pubblicazione disponibile al pubblico. Ed è un peccato, perché di fatto i dati sulle “armi provate” distinte nelle principali tipologie rappresentano un dato assai attendibile per valutare l’andamento della produzione nazionale di armi da fuoco, e costituiscono uno dei pochi elementi di conoscenza oggettivi nel panorama assai sconfortante dell’informazione sulle armi in Italia.

Secondo i dati di OPAL, che raccoglie le cifre del BNP in maniera sistematica dal 1973, il numero totale delle armi provate nel 2019 è stato inferiore a 704.000, un vero record negativo, un livello così basso è comparabile solo al triennio 1998-2000.
Delle armi provate nel 2019 oltre la metà sono armi lunghe (fucili, carabine), una proporzione che sembra storicamente in diminuzione ma con andamento incerto (66% nel 1973, 62 nel 2005, 49 nel 2013, 53 nel 2019). Al confronto, tuttavia, i dati sulle armi corte (pistole, revolver) sono molto meno costanti, più soggetti alla congiuntura: negli ultimi quindici anni si va dal 16% del totale delle armi provate nel 2005 al 30% del 2010, e negli ultimi tre esercizi 2017-2019 dal 27 al 18%.

Altra tendenza da osservare è quella delle armi semiautomatiche: stabile per i fucili (semiautomatici e a pompa: -0,7%) però positiva per i fucili sottoposti alla prova steel shot (cioè con munizionamento in acciaio: +15%); molto negativa per le pistole semiautomatiche (-28% nel 2019, 50.000 pezzi in meno rispetto al 2018). In sostanza la diminuzione complessiva rispetto all’anno precedente (-6,8%) è quasi totalmente ascrivibile alle pistole semiautomatiche. A fronte di questo dato, sulle cui cause varrebbe la pena indagare più a fondo, la produzione di repliche e armi ad avancarica si è stabilizzata a poco più di centomila pezzi, mentre le armi lunghe – vera specialità del distretto bresciano – hanno raggiunto i 375.000 pezzi, quasi lo stesso numero del 2018. Invece sembra confermarsi definitivamente la scarsa significatività del segmento “parti sciolte” (cioè carcasse, tamburi sciolti e bascule, canne escluse), ormai ridotto a poche migliaia di pezzi quando solo nel 2014 erano stati 40.000.

Quelli di fonte BNP – continua OPAL – sono di fatto gli unici dati sulla produzione di armi leggere disponibili in Italia con un accettabile grado di dettaglio. Altrimenti bisogna ricorrere ai dati aggregati ISTAT e alle Relazioni annuali italiana ed europea, che però riguardano le esportazioni delle sole armi a uso militare. Nessun dato verificabile sui pezzi prodotti e le tipologie di arma trapela dagli ambienti imprenditoriali, né viene riportato dai bilanci societari, anno dopo anno consultati e raccolti da OPAL. Non risulta, inoltre, alcun significativo contributo da parte dell’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili (ANPAM). In realtà, lo statuto di ANPAM impegna l’associazione solo a comunicazioni “sociali”, intese come riservate ai soci, a cui peraltro impone di «non assumere iniziative di comunicazione esterna che possano avere risvolti negativi sugli interessi rappresentati da ANPAM» (art. 6, comma c dello statuto). Ancor più grave è la mancanza di dati sui possessori di armi in Italia, e quindi sul tipo e quantità di armi detenute da ciascun possessore.

Non dare informazioni è una scelta, non una casualità” dice a EC Carlo Tombola di OPAL “evidentemente da fastidio il fatto che la gente sappia quante armi davvero vengono prodotte, circolino, quante armi da guerra, bombe, missili e quant’altro vengano prodotte in Italia. In una situazione cosi poco chiara è ovvio che il terreno di tangenti, di traffici, di illeciti sia più facile. Abbiamo una delle relazioni migliori nei paesi occidentali, grazie alla Legge 185 del 1990, piena di dati sulla produzione e il commercio di armi. Peccato che i dati vengano nascosti, criptati in maniera incredibile e peccato che nessun parlamentare sembri mai leggerla. Laddove si riesca a leggerla, perché è complicatissima, è stato anche deciso di non rendere noti i passaggi bancari e le uscite di cassa delle singole aziende verso l’estero.

Su ciò che produce il sistema industriale italiano alla voce arma questo è quanto sappiamo. Nulla sappiamo di preciso sul commercio all’estero di armi da guerra. Se io faccio delle armi che si chiamano ‘navi’ io cittadino italiano non posso sapere a quale volume corrisponde, idem per munizioni, cannoni, quant’altro.

In questi giorni di emergenza Covid19 abbiamo visto scioperi nelle fabbriche per chiedere sicurezza con risposte diverse. Beretta ha chiuso di sua spontanea volontà dieci giorni prima del primo decreto ma tenendo attivi alcuni reparti, oppure riducendo i turni, distanziando i lavoratori. Di fatto è stato totalmente sdoganato l’autcontrollo. Ora se si fa richiesta al prefetto si possono fare le attività in deroga che meglio si credono. alla Beretta per esempio sappiamo che ci sono stati due casi, lo ha ammesso la stessa azienda. Adesso però tutti stanno pensando di riprendere. Per Leonardo la faccenda è andata in maniera ancora diversa. Dopo i primi scioperi è ripartito tutto e ora vogliono ripartire al massimo, perchè sono sub-fornitori di catene che forniscono gli USA. Quindi gli stessi USA fanno pressioni perché la produzione militare italiana riparta”

Uno studio della Bocconi, all’interno di Science For Peace, venne avviato uno studio su quanto valesse la riduzione di solo il 5% della spesa militare se investita su altre voci. Per esempio la sanità. Ebbene, con solo il 5% di investimenti e spese militari in meno avremmo la possibilità di aprire decine di ospedali, decine di centri di ricerca. Ambulatori. Pensiamo alla prevenzione. Ai dispositivi sanitari di cui tanto si parla. Miliardi di euro che potrebbero liberarsi. Questi fondi pioggia che arrivano adesso dal Governo arrivano anche alle industrie militari. Nessuno è obbligato a usarli in un certo modo. Le aziende di armi come le useranno? Parliamo di una cifra inaudita, quanto un piano Marshall. E questo debito di 500 miliardi tra sei anni chi lo ripaga? Lo Stato. Quindi noi cittadini, ancora una volta. 500 miliardi cash alle aziende. Industria bellica compresa. È inaudito” conclude Tombola. Qui lo studio della Bocconi

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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