Da più di un mese amici, colleghi e perfino lontani parenti mi contattano anche più volte al giorno per sapere cosa succede in Cina. Improvvisamente un popolo di cui ci siamo sempre fidati poco e a cui abbiamo guardato con diffidenza, e nemmeno tanta simpatia, diventa il faro nella nebbia, la luce alla fine del tunnel.

Io rispondo, per quello che so e per quello che vale, anche a chi prima mi canzonava con “i tuoi amici cinesi” perchè capisco che sia il bisogno umano di speranza a muovere queste persone a domandarsi come stia vivendo chi in Oriente ha attraversato il guado prima di noi.

L’etimologia della parola speranza si ricollega al latino spes speranza, a sua volta dalla radice sanscrita spa, tendere verso una meta. E’ quel sentimento di aspettativa di un bene futuro, di un cambiamento positivo, di un fiducioso ottimismo di fondo riguardo al proprio destino e a quello del mondo. La speranza mi commuove perchè mi è sempre sembrata un salto verso l’ignoto. Mi pare venga invocata quando si è un pò arrivati alla fine di quanto poteva essere fatto concretamente, e ci resta solo desiderare, per alcuni persino pregare, che le cose vadano per il meglio. Sperare è quasi ammettere che non abbiamo controllo su qualcosa, mi fa sentire vulnerabile ma allo stesso mi infonde forza.

Questa mattina la Commissione Sanitaria Nazionale cinese ha annunciato che per la prima volta nella provincia dello Hubei – epicentro dell’epidemia – non sono stati registrati nuovi casi di infezione da coronavirus. I 34 casi di oggi sono tutti provenienti dall’estero. E per la prima volta in Cina non ci sono stati morti per Covid-19.

Ieri il bilancio delle vittime era aumentato di otto casi, portando il totale a 3245. Il numero degli infetti è 81.237 mentre 70420 sono i guariti, pur essendoci dubbi, anche tra i netizen cinesi, sull’accuratezza delle statistiche.

Nei giorni scorsi ad esempio, quando si registravano zero casi nelle altre province (escluso lo Hubei), era parsa nota in varie zone la presenza di nuove infezioni. In questi mesi le statistiche in Cina hanno creato confusione perché la Commissione Sanitaria Nazionale, anche dietro consiglio dell’OMS, ha cambiato i criteri per calcolare i contagi. Sorgono anche domande sul numero di vittime: le persone decedute con altre patologie di base, non sono state sempre attribuite al Covid-19 e all’inizio dell’epidemia, in Cina ma anche altrove, molte sono state classificate come morti per “infezione generica”.

Come si riapre a Wuhan


Nonostante la riduzione delle infezioni locali a zero, gli esperti cinesi chiedono ancora cautela
. Cosa succede quindi in sintesi a Wuhan dalla mezzanotte di oggi? Innanzitutto, dopo due mesi e mezzo di fermo totale, ferrovie, aviazione civile, trasporto marittimo, autostrade e autobus urbani riprenderanno a funzionare rafforzando i sistemi di protezione del personale e garantendo sicurezza nei mezzi di trasporto.

Sarà obbligatorio l’uso di mascherine. Ci si dovrà registrare attraverso un documento di identità per entrare in centri commerciali o nel luogo di lavoro, dove del personale apposito misurerà la febbre in entrata e in uscita. Verrà controllato il numero di persone che accederanno a qualsiasi luogo pubblico, anche i parchi cittadini, per evitare gli ormai ben noti assembramenti. I cinema, i teatri, i luoghi di intrattenimento continueranno a rimanere chiusi per il momento, così come le scuole di tutti i livelli, dalla materna all’università.

In un comunicato alla cittadinanza il Comitato per la Prevenzione e Lotta al Coronavirus della provincia dello Hubei fa sapere ai cittadini che sarà un team medico a decidere quando la situazione sarà tale da permettere la riapertura della scuole. Lo stesso comunicato consiglia a tutti di stare il più possibile a casa e frequentare solo una ristretta cerchia di persone.

Chi viaggerà fuori dalla provincia dovrà stare in quarantena per 14 giorni.

Mentre traducevo il comunicato in cinese mi chiedevo cosa ci aspetta quindi quando arriveremo al dopo. Misure che prima di questa epidemia mi sarebbero sembrate draconiane oggi mi sembrano quasi ovvie. Posso solo sperare, come tutti, che questo “dopo” arrivi presto e sia il meno feroce possibile. Se la speranza non può essere evocata come una formula magica, voglio però credere nell’ottimismo, un atteggiamento cognitivo e un’abitudine mentale a cui possiamo allenarci in preparazione a tutto quello che ci aspetta, anche di bello, dopo.

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sinologa

Sono una Sinologa e Orientalista. Lavoro come interprete, traduttrice e consulente per il mercato cinese da oltre 10 anni. Mi sono laureata a Cà Foscari nel 2005, dopo aver studiato Antropologia Culturale alla rinomata SOAS di Londra. Ho frequentato la Yunnan Nationalities University di Kunming (Cina), dove ho studiato, oltre che il Cinese Mandarino, le minoranze etniche cinesi.

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