Pare che sempre più infermieri e medici e soccorritori stiano crollando sotto i colpi della morte, delle 16 mila morti alle quali hanno dovuto assistere. Non guardarle. Ma accompagnarle. Negli ospedali normalmente si muore, perché, al netto degli errori, noi uomini e donne prima o poi ce ne andiamo e talvolta accade in una sala operatoria o in una stanza non da lì lontanissima. I medici non salvano vite, ci provano soltanto. Non sorprende che quindi chi lavora tra flebo e siringhe sia o si ritenga, in qualche modo, abituato alla morte. Vaccinato.

Questo discorso valeva prima dell’emergenza coronavirus. Il covid-19 ha infatti portato negli ospedali una marea di persone e loro, quelli con lo stetoscopio così come quelli che puliscono i pappagalli, si sono dovuti arrendere all’evidenza che la scienza medica arriva dove arriva. Che se non hai il vaccino, non ce l’hai, e che se non c’è la cura, la cura la tenti, le provi tutte, ma non ce l’hai. Succede così che il paziente, che ha sempre un nome e un cognome, è in balia delle mareggiate dell’infezione e chi lo dovrebbe salvare è in realtà ridotto al rango inedito di testimone del suo arrancare. A guardare con attenzione i report dell’Istituto Superiore di Sanità, si riesce a leggere tra le righe l’affanno di queste donne e uomini che, forti di esperienza e studi, non accettano il ruolo di spettatore, che si ingegnano nel lanciare un qualche salvagente cui aggrapparsi a questi naufraghi che, se sono di loro abbastanza forti, si aggrappano, viceversa dopo breve o lungo arrancare, annegano.

Al dramma delle morti, delle 16 mila morti, si sta così sommando quello dei testimoni di questa morte. Si moltiplicano le richieste di aiuto, di assistenza psicologica. Giancarlo Cerveri, che è il direttore del dipartimento di salute mentale di Lodi, tutto questo aveva previsto (leggi l’intervista su EC). Lo aveva già visto e il suo propagarsi è conseguenza del fatto che il contagio sia diventato pandemico.

Un’altra cosa, poi Cerveri aveva raccontato: la moltiplicazione delle dipendenze. E così, il covid-19, come effetto collaterale sta rendendo esponenziale il consumo di sigarette, quello di alcolici e delle droghe più o meno pesanti. Sappiamo che la criminalità dello spaccio di stupefacenti si è riconvertita e ora sta facendo affari d’oro con le consegne a domicilio di ogni cosa prima disponibile sul mercato delle piazze, compreso il metadone che ormai ha una sua fiorente borsa nera.

Questa pandemia ci sta cambiando, ci sta minando e cambiando. I medici, gli infermieri e i soccorritori sono l’avanguardia di questa mutazione. Sono quelli più esposti e quindi gli effetti su di loro sono più evidenti. Ma è miopia pensare che per tutti gli altri “adda passà ‘a nuttata”. Che il problema del dopo, Fase 2 o Fase 3, sia semplicemente un esercizio di carattere economico.

16 mila famiglie hanno subito un lutto che neppure hanno avuto la possibilità di elaborare in maniera tradizionale. Un terzo della nazione italiana, gli ultra sessantenni, si è scoperta improvvisamente molto vulnerabile e gli altri solo un po’ meno. 60 milioni di persone si trovano, di fatto, agli arresti domiciliari. Quasi tutta la popolazione attiva, quelli che lavorano, hanno cambiato lavoro, perché è il loro lavoro che è cambiato: ne sono cambiate modalità e tempi.

Sono eventi catastrofici che normalmente generano tutti insieme cambiamenti di questo tipo e portata. Il termine guerra così improprio nel raccontare la lotta al coronavirus, potrebbe rivelarsi estremamente calzante nella sua accezione di disturbo da stress post traumatico, quel disturbo così diffuso nei soggetti che hanno vissuto o subito appunto un evento bellico.

Narrare che l’Italia dal secondo conflitto mondiale uscì migliore, vorrebbe dire semplicemente essere miopi. La nostra nazione uscì distrutta e distrutto il suo popolo. La ricostruzione fu rivoluzione. Nulla del prima, del pre-guerra, fu replicato, proprio perché si riconobbe che quella guerra aveva generato. Cambiò il sistema di governo, cambiò l’economia, cambiò l’Italia, cambiarono gli italiani e gli italiani. La nuova Italia era programmaticamente e idealmente l’esatto opposto della precedente: monarchica, fascista, maschilista, analfabeta e agricola.

Il covid-19 è morte. La morte ha bussato e sta bussando a tutte le nostre porte e a tutte contemporaneamente. La verità è che dietro quelle porte ci siamo chiusi a doppia mandata e incrociamo le dita che il mostro non entri. Il covid-19 è paura, anzi sono mille paure e tutte insieme che riescono a coprire l’ampio spettro che va dalla sopravvivenza al mantenimento, dalla vita alla fame.

I traumi sono bestie strane. Possono generare disturbi a livello psichico sia momentanei che permanenti di estrema gravità: dalle sindromi ansioso-depressive alla paura, dall’evitamento, all’anedonia fino ad arrivare a sintomi dissociativi. Alcune persone riescono a ignorare o pensare di passare indenni anche dai peggiori eventi traumatici. A passarci sopra. Lasciando in realtà il fardello alle generazioni successive. Tutti ricordiamo il bel libro “Le candele della memoria” dove Dina Wardi ci racconta come “l’irrisolto” non si esaurisca nella persona che non lo affronta, bensì transgenerazionalmente diventa pesante patrimonio, fardello per le generazioni future.

L’Italia si è ammalata, il mondo intero ormai, sarebbe cecità fingerci in salute, covid-19 non è e non è stata una semplice influenza neppure per le nostre menti, di fatto non meno fragili e corruttibili dei nostri polmoni.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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