La prima ambulanza entra nel vialetto di casa. E’ ora di cena, almeno per noi, quindi abbastanza presto per gli standard locali. Un paio di paramedici muniti di quelle che sembrano tute di contenimento, e altri con zaini pieni di attrezzature entrano nella palazzina di fronte, portando anche una sedia a rotelle. Su una finestra campeggia il disegno di qualche bambino con un arcobaleno e la solita scritta “todo saldrá bien“. Mentre i vicini si affacciano alle finestre e sui balconi, arriva anche una seconda ambulanza. Altri paramedici. Non tutti indossano adeguatamente le protezioni. Se seguano un protocollo preciso, non è dato saperlo.

La prima ambulanza riparte, i vicini che assistono alla scena le rivolgono un applauso. Poco dopo fanno uscire una signora accomodata sulla sedia a rotelle, il volto coperto dalla maschera a ossigeno, la bombola agganciata allo schienale. La fanno salire sulla seconda ambulanza, che presto riparte, accompagnata da nuovi applausi. L’operatore seduto al fianco del conducente ringrazia un paio di volte timidamente attraverso l’altoparlante e ci rivolge un cenno della mano e un sorriso. Applausi e voci rompono il silenzio irreale in cui è avvenuto il tutto: i due mezzi arrivano e ripartono senza sirene spiegate.

In questa città fantasma anche le ambulanze sembrano arrivare in punta di piedi, mentre dal nostro paese ci raccontano di città funestate notte e giorno dalle sirene. Si vive in silenzio. Un silenzio che avvolge le persone, che in casa non escono nemmeno sul balcone, e i media, tanto che è non è facile rendersi conto di tutto quello che succede. Si cerca di fare almeno 300 test al giorno negli istituti che sono attrezzati per ricevere materiale altamente infettivo con le adeguate misure di contenzione, e che sono tre in tutta la Spagna.

E intanto, tra le email di lavoro arrivano anche quelle dall’ufficio del personale che invitano tutti a fare le condoglianze ai colleghi per i loro parenti deceduti di covid19. Non si scrive più che gli ospedali del paese sono al collasso. Le scarse notizie risalgono ad alcuni giorni fa quando si riferiva, sempre misurando le parole, di strutture già al limite delle loro capacità. Soprattutto, mancano le immagini: si trovano reportage sull’ospedale da campo allestito nei padiglioni della fiera, realizzate in momenti di relativa calma, e sulle strade vuote ma pattugliate in città, mentre non si trovano foto dalle corsie degli ospedali.

https://elpais.com/elpais/2020/03/30/album/1585586854_885836.html

https://www.gettyimages.es/fotos/carlos-de-andres-aranjuez-2020-march?mediatype=photography&phrase=carlos%20de%20andres%20aranjuez%202020%20march&sort=mostpopular

https://www.instagram.com/covidphotodiaries/

Intanto però, la Spagna è salita tristemente sul podio per numero di contagi. Quindi, cosa pensare, che ora le strutture funzionano tutte a pieno regime, o che manca un racconto puntuale? E’ un silenzio visivo. E’ un contenimento dell’emotività, oltre che del virus.

Secondo José Guariglia, giornalista e professore di Comunicazione Internazionale all’Universidad Nebrija, si tratta anche di una virata dell’attenzione della gente verso l’altra crisi in arrivo, a come cioè sarà il paese dopo il passaggio del virus. Dati alla mano, sono andati persi 834.000 posti di lavoro nel solo mese di marzo, tra licenziamenti collettivi e non. Si tratta del peggior dato di sempre, molto peggio che durante la crisi del 2008.

https://www.elconfidencial.com/economia/2020-04-02/crisis-coronavirus-destruccion-historica-empleo_2530303/

“Adesso i cittadini sono mortificati dalla perdita dei posti di lavoro e vogliono sapere come gestire la crisi economica che resterà una volta sconfitto il virus. I media hanno saputo orientare il discorso informativo ed è per questo che oggi c´è una presenza importante di contenuti legati alle misure che sta prendendo il governo per ridurre l´impatto economico dell´emergenza sanitaria.”

Chiediamo se il dibattito politico influisce l’informazione, nonostante le priorità dettate dal virus. “È una conseguenza della crisi politica vissuta l´anno scorso con il bis alle elezioni parlamentarie e l´irruzione nel panorama politico di partiti di estrema destra come Vox -terzi in quantità di deputati nel Parlamento- o di estrema sinistra come Unidas Podemos, che oggi fa parte della coalizione di governo. ”

La radicalizzazione degli schieramenti si riflette sugli attori mediatici, per cui “la crisi è usata per attaccare l´avversario. Così alcuni media legati alla sinistra come El País o La Sexta cercano di giustificare le misure prese dal Governo per combattere il virus, mentre ci sono media di destra come ABC, El Mundo o La Razón che invece ritengono che la gestione della crisi da parte del Governo è stata irresponsabile.”

Alle otto di sera in punto la gente si affaccia sempre per applaudire, per ringraziare chi lavora per gli altri. Pochi minuti di rumore per sfogarsi un po’. Da qualche giorno, qui nel barrio, agli applausi della gente ha cominciato a unirsi un mini corteo di auto della polizia che sfrecciano tra le vie giocando con le sirene, e rinnovando gli applausi al loro passaggio. Se avvenga anche altrove, non è dato saperlo.
La prima volta notiamo un padre al balcone col figlio piccolo, entrambi estasiati. Lo sguardo del padre è quello gioioso e sorpreso di un bambino al luna park.

Vige “el estado de alarma” e l’autonomia delle regioni è sospesa, tutto è centralizzato e militarizzato. Si sequestrano ospedali privati e hotel, se necessario. E finora si tratta del regime meno restrittivo tra quelli previsti.

L’ultimo discorso del re fa leva sullo spirito patriottico. “Ánimo e adelánte!”. Perchè uniti ce la faremo.

La Spagna che vive di socialità, dello stare fuori insieme in tanti, di abbracci e baci di saluto, è annullata e spenta, chissà per quanto a lungo.
Restano le dimostrazioni e i proclami a scaldare il cuore. Continuino a sventolare le bandiere.

(Ph Danzamalditos Instagram)

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Christian Bonatti, 30 anni, di Bergamo, è un ingegnere informatico libero professionista, in attesa di "svoltare" come hacker. Ottavia Benedicenti, 31 anni, della provincia torinese, è una ricercatrice in campo biomedico. "Cambiamo Paese ogni 4 anni per scappare delle pandemie".

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