Il coronavirus circolava in Lombardia e nel resto d’Italia “molto prima” rispetto al 20 di febbraio, data in cui il ricovero del ricercatore 38enne dell’Unilever all’ospedale di Codogno ha portato allo scoperto il problema. A metterlo nero su bianco sono gli stessi protagonisti della sanità lombarda impegnati in questo durissimo braccio di ferro con il virus. Il 20 marzo hanno pubblicato uno studio molto articolato su Arvix, il database dell’americana Cornell University, nel quale illustrano le conclusioni a cui sono giunti in oltre un mese di lavoro con i pazienti di tutta la regione.

Il paper fotografa la situazione dal 1 gennaio fino all’8 marzo. I primi casi con sintomi compatibili al coronavirus, come emerge da un grafico pubblicato nello studio, si sono registrati a metà gennaio e l’aumento è stato rapidissimo. Già a metà febbraio i casi di sospetto coronavirus in Lombardia erano svariati. Una situazione preoccupante anche per il ministero della Salute, che il 22 gennaio e il 27 gennaio aveva emesso due circolari dedicate proprio al covid-19, prima cioè che scattasse lo stato di emergenza sanitaria deciso dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio scorso.  La cronaca dei giorni successivi registra una crescita tumultuosa dell’epidemia, la chiusura a livello nazionale decisa l’11 marzo. E il contagio che brucia ancora oggi, soprattutto in Lombardia. Gli stessi estensori dello studio, contattati per approfondire i risultati pubblicati, hanno chiesto di inoltrare le domande a Regione Lombardia, dalla quale dipendono, e saremo felici di pubblicare le loro osservazioni non appena ci risponderanno.

 

 

 

“Nella notte del 20 febbraio 2020 è stato confermato nella Regione Lombardia il primo caso di nuova malattia coronavirus (covid-19) – si legge nel sommario dello studio che EstremeConseguenze.it pubblica in allegato – Nella settimana successiva, la Lombardia ha registrato un rapidissimo aumento del numero di casi. Abbiamo analizzato i primi 5.830 casi confermati in laboratorio per fornire la prima caratterizzazione epidemiologica di un focolaio di covid-19 in un Paese occidentale”.

Così inizia il racconto di medici e ricercatori lombardi, che descrivono nel dettaglio il metodo usato per cercare di catturare i dati dei casi e dei relativi contatti. “I dati epidemiologici sono stati raccolti attraverso interviste standardizzate dei casi confermati e dei loro stretti contatti. Abbiamo raccolto i dati demografici, le date di insorgenza dei sintomi, le caratteristiche cliniche, i risultati dei campioni del tratto respiratorio, il ricovero ospedaliero, la ricerca dei contatti”. All’inizio anche in Lombardia si è cercato perciò di applicare il metodo del “contact tracing” impiegato in Corea del Sud. Poi la diffusione dell’epidemia è stata così tumultuosa che non è stato possibile proseguire.

 

Le prime analisi, però, rivelano quello che in tanti avevano sospettato e ipotizzato. L’epidemia in Italia è iniziata prima del 20 febbraio scorso. “Al momento dell’individuazione del primo caso covid-19, l’epidemia si era già diffusa nella maggior parte dei comuni del Sud-Lombardia”, mettono nero su bianco gli autori. “L’età media dei casi è di 69 anni il caso più anziano ha 101 anni). I tamponi nasali eseguiti fra sintomatici e chi non ha sintomi non mostra differenze significative, cosa che fa pensare alla possibile trasmissione anche fra asintomatici. Ma sono quelli che stanno male, ovviamente, a finire in ospedale, e in una misura forse superiore ad altre regioni: il 47% dei positivi. Ma il dato ancora più preoccupante è che ben il 18% ha bisogno di una terapia intensiva, con un tempo di ricovero medio di 6,6 giorni.

Il contagio, secondo le stime degli autori, si riproduce con un tasso pari a 3,1 (ogni positivo ne infetta 3), che successivamente alle misure entrate in vigore il 23 febbraio (decreto legge numero 6) del lockdown delle prime zone rosse nel Lodigiano e della chiusura delle scuole tende a diminuire leggermente, ma evidentemente non in misura sufficiente per attestare un controllo dell’epidemia, per la quale si cominciano a invocare già da settimane “strategie di contenimento aggressive per controllare la diffusione di covid-19 e gli esiti catastrofici per il sistema sanitario”. Il resto è noto.

 

*L’articolo è stato scritto grazie al contributo di Alessandro Sannini

 

ECCO LO STUDIO SULLE PRIME FASI DEL CONTAGIO IN LOMBARDIA

ECCO LA CIRCOLARE DEL MINISTERO DELLA SALUTE DEL 22 GENNAIO SUL COVID-19

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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