Una città chiusa, presidiata dall’esercito, isolata, tagliata fuori dal resto dell’Ecuador e dal resto del mondo. É cosi che da quasi un mese sta vivendo Guayaquil la città più popolosa del Paese sudamericano dove finora si è registrato il maggior numero di contagi. I casi accertati nella provincia del Guayas, dove si trova la città, secondo il quotidiano ‘El Comercio’ sono 2534 su un totale di 3747 a livello nazionale e 190 i morti. Dati che fanno dell’Ecuador il Paese più colpito dell’America Latina. Ma chi abita a Guayaquil e chi conosce bene la città sa che si tratta di numeri molto inferiori alla reale portata dell’epidemia. In Ecuador, molto più che in Italia, mancano i tamponi, che vengono fatti solo in casi estremamente gravi e gli ospedali sono al collasso.

 

Soprattutto nella parte Sud della città, secondo quanto riferiscono i media locali e i cittadini, i corpi dei morti per coronavirus o per altre patologie rimangono in casa anche tre o quattro giorni prima di essere portati via dalle autorità. La paura che il contagio si diffonda, anche per via delle alte temperature, ha indotto molti a lasciare i cadaveri dei propri cari per strada, in attesa che qualcuno venga a prenderli. Vengono abbandonati sui marciapiedi, negli angoli, nei portoni, sotto ai tendoni, avvolti in rudimentali sacchi di plastica. Addirittura c’è chi, nella disperazione, ha dato fuoco alle salme nei cortili e nei giardini delle case o lungo la via.

 

Anche i pochi che invece sono riusciti ad arrivare in ospedale, come raccontano medici e infermieri su Facebook e su altri social network eludendo i “filtri” applicati dai provider ecuadoriani e sfidando i controlli della polizia, non è detto che abbiano avuto una sorte migliore. A Guayaquil ci sono circa 120 posti in rianimazione, che sono stati saturati in una manciata di giorni. L’obitorio dell’ospedale Teodoro Maldonado Carbo, nella parte Sud della città, è ormai stracolmo di corpi senza vita. Alcuni sono in attesa di sepoltura, già nelle casse, altri solo nei sacchi neri della morgue, con una targhetta con il nome appuntata sopra. Altri ancora sono ancora adagiati sui letti nei quali sono morti e i parenti non riescono ad averne notizie. I medici e gli infermieri, poi, da giorni chiedono rifornimenti di guanti e mascherine e Dpi e ogni giorno vanno al lavoro sfidando il virus.

 

Nel caos generale, però, loro possono dirsi fortunati. Il personale sanitario, le forze di polizia e le forze armate, infatti, sono le sole categorie di dipendenti pubblici ai quali lo stipendio del mese di marzo verrà corrisposto regolarmente. E per tutti gli altri? Come si legge nelle lettera inviata dal governo di cui EstremeConseguenze.it è entrata in possesso, i pagamenti sono slittati al mese di aprile. 

Una scelta “difficile” che le autorità stesse sanno che potrà causare “non pochi inconvenienti” ma che è dettata dalle “difficoltà economiche, dalle condizioni finanziarie e petrolifere internazionali, così come la grave crisi sanitaria che sta vivendo il Paese” e dalla diminuzione del gettito fiscale. Chi l’Ecuador lo conosce bene, però, come Giovanni Valentino Barnini, naturalizzato Ecuadoriano, che proprio a Guayaquil svolgeva la sua attività di consulente per il controllo qualità delle aziende, racconta un’altra storia.

Il governo guidato dal presidente Lenin Moreno si è indebitato con Fondo Monetario Internazionale: le condizioni sono pesantissime e Quito non ha voluto allentarle nemmeno di fronte all’emergenza coronavirus. Proprio per questo i sussidi e gli aiuti economici per i tanti cittadini che lavorano “a giornata” – come tassisti o piccoli commercianti – o per chi fa lavoratori occasionali, non stanno arrivando, anzi non sono nemmeno stati previsti.

Anche fare la spesa è diventato estremamente difficile. I cittadini si possono spostare solo alla mattina e scaglionati in base al numero della loro carta d’identità. A partire dal primo pomeriggio, invece, scatta il coprifuoco. Riuscire a spostarsi in auto, poi, è una chimera: dall’ottobre scorso, quando il governo ha alzato il prezzo della benzina equiparandolo a quello di mercato – causando un’ondata di proteste sedate nel sangue – sono in pochi a potersi permettere un pieno.

Chi riesce a raggiungere il mercato, poi, non trova quasi nulla: le derrate alimentari non stanno arrivando. Gli accessi in città sono bloccati e in ogni caso i contadini hanno paura a portare i loro prodotti in città. Anche ai mercati generali, il business della sindaca Cynthia Viteri, “non c’è più cibo – racconta un lavoratore – e tutto è carissimo. Non c’è più nulla, non c’è frutta, non c’è verdura. Un pomodoro è arrivato a costare fino a 5 dollari”. L’unica soluzione per molti è il baratto. Sono nati chat e gruppi WhatsApp dove si elenca cosa è rimasto nella dispensa – un po’ di carne, latte, farina, uova, qualche limone – e si cerca di scambiarlo con quello che manca. Per chi può e magari abita nelle ville della parte Nord della città, però, è ancora tutto accessibile. Al mercato nero si trovano ancora cibo e medicine per curare il covid e bombole ad ossigeno, che sono arrivate a costare fino a 650 dollari l’una.

Una situazione esplosiva, che si può sbloccare solo con gli aiuti internazionali e con la presenza dell’OMS, della Croce Rossa Internazionale o di Medici Senza Frontiere, che per il momento però non hanno raccolto la richiesta di aiuto di Guayaquil e della sua gente. Attenzione e giustizia la chiedono anche gli avvocati della Federation National des abogados del Ecuador, che ha presentato una denuncia davanti alla corte penale internazionale nei confronti del governo del presidente Lenin Moreno per genocidio.

 

 

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Giornalista

Paolo Verri bolognese di nascita e da quasi 20 anni milanese di adozione. Si è trasferito in Lombardia con la scusa dell'università e lavora come giornalista per un'agenzia di stampa da una quindicina d'anni. Ha collaborato anche con agenzie internazionali e con diverse radio, tv e quotidiani come Il Giorno e le testate del gruppo QN e quelle del gruppo Messaggero. Si occupa soprattutto di cronaca giudiziaria e nera, ma da sempre ha la testa e il cuore in giro per il mondo.

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