Vi consigliamo, sommessamente, prima di scrivere e accusarci, contate, fidatevi, fino a dieci. Non fate come quelli e quelle che hanno imbrattato i social e il nostro sito di scritte che ci volevano a un tempo comunisti, leghisti, fascisti e poi, di notte, un mese dopo aver vergato quegli improperi, han pensato bene, di andare a cancellar dal web i loro insulti. Ci aspettavamo delle scuse, ma, si sa, la rete, inteso internet, ha buona memoria e meglio cancellar l’errore, il vostro, che riconoscere un errore. Solo per chiarire, le scuse mica ce le aspettavamo a noi, a EstremeConseguenze o al giornalista che di volta in volta si è occupato della tal notizia o inchiesta. No le scuse ce le aspettavamo alle 18 mila vittime ufficiali di covid-19 e a tutte le altre non ufficiali.

 

Proprio il numero delle vittime è il primo dato sul quale come sapete abbiamo battagliato come testata dall’inizio e continuiamo a battagliare. Perché il tema dei morti reali, oltre a un fatto di giustizia, è quel dato di realtà che ci permetterà di sapere da quando e da dove l’infezione è iniziata. Cioè da quando c’erano gli elementi per capire che il sistema sanitario nazionale non avrebbe retto. Se mai si riuscirà, quei numeri ci permetteranno di sapere chi è stato il paziente uno, quello vero e non il povero Mattia, 38enne di Codogno di cui tanto, troppo, si è scritto.

 

Siccome le istituzioni non ci rispondevano e ancora non rispondono in maniera puntuale, per avere notizia dei decessi, siamo dovuti andare a contare le salme che entravano nei forni crematori e a farci amici gli impresari di pompe funebri, denunciando che i numeri diffusi dalle amministrazioni, nonché quelli del bollettino delle 18 della Protezione Civile, erano incoerenti o incompleti, falsi.

Di amici in questa lunga inchiesta che da più di un mese conduciamo sulla pandemia da coronavirus, ce ne siamo fatti un po’, non senza orgoglio, annoveriamo, tra i primi, i soccorritori, quindi gli infermieri e i medici. Andate nella cronologia di quel che abbiamo scritto e quello che avete scritto voi. Noi quelli di #eroiunaminchia, voi quelli che ci davate dei disfattisti. Fra poco saranno 100 gli operatori della sanità, gli eroi, morti perché non dotati neppure delle protezioni elementari per non infettare sé stessi e gli altri. Perché, diciamocelo, le mascherine spesso sono esistite solo nei comunicati stampa ministeriali e non nella realtà delle corsie, degli ambulatori, delle ambulanze.

 

I vostri insulti ci sono poi arrivati perché abbiamo contestato quel trionfalismo nazionalista che arrivava da Palazzo Chigi: l’Italia esemplare nella lotta all’infezione. Noi abbiamo annotato, beccandoci via social anche surreali minacce di morte, che l’Italia di Giuseppe Conte si stava dimostrando poco reattiva e soprattutto decisamente prona agli interessi dei comparti economici e finanziari nazionali. Oggi ormai abbiamo la certezza che proprio l’ansia di tenere aperto il comparto industriale della Val Seriana, mentre si chiudevano comuni a bassa intensità produttiva, è stata la causa della morte, nei comuni di quelle zone di migliaia di morti.

 

Una sudditanza verso il soldo e l’impresa che ha avuto il suo acme nelle vicenda delle fabbriche di armi. Sono aperte scrivevamo indignati. Da Roma venivamo smentiti e la realtà smentiva Roma. E anche qui, tacciati di essere spacciatori di fakenews nei gruppi social, cinici polemisti. E invece avevamo ragione, perché tra gli amici che si siamo fatti, e di cui siamo orgogliosi, ci sono anche i sindacalisti. Quelli che secondo altri volevano fermare colpevolmente il Paese e che secondo noi si volevano solo salvare la pelle. Il protocollo firmato il 14 marzo 2020 per la tutela della salute dei lavoratori nell’emergenza covid è, a nostro avviso, tanto inefficace quanto disatteso.

 

Il precariato è una delle malattie più gravi dell’Italia, perché proprio il precariato ha permesso e permette il ricatto continuo a donne e uomini che di uno stipendio hanno bisogno per vivere e che sono stati costretti in questa emergenza al sacrificio della salute in cambio del mantenimento del posto di lavoro. Purtroppo il comparto produttivo nazionale ha dato prova, soprattutto ai sui vertici, di un cinismo e di una disinvoltura irresponsabili: emblematico il video alla forza vendita di Urbano Cairo, il pratron di RCS, il proprietario di La7 e il Corriere della Sera.

 

I massmedia, talune testate, non hanno dato grande prova di sé nel mettere a pagamento i loro contenuti on line, anche questo abbiamo scritto prendendoci aspre critiche. In un momento di emergenza informativa, in un momento nel quale il Parlamento non veniva inspiegabilmente convocato e si governava via dpcm, la rete doveva restare libera e accessibile, soprattutto gratuite on line dovevano essere le testate maggiori, quelle con più mezzi, più storia e più colleghi giornalisti impiegati. Il paywall, come si chiama in gergo l’abbonamento che si chiede per accedere agli articoli postati sul web, è stato, in questo momento di storico, un’operazione violenta, egoista e irresponsabile. Il fatto che EstremeConseguenze nel marzo 2020 abbia ventuplicato gli accessi non mitiga la nostra indignazione verso il nostro stesso comparto. Coraggiosa è stata LaStampa che ha aperto i suoi contenuti, responsabili e coraggiose si sono dimostrate realtà certo non ricche come il Manifesto, RadioPopolare, il Post, Linkiesta, TPI e Today. Molti tra questi, come noi, neppure hanno raccolta pubblicitaria, quindi, il gesto di aprire non nasconde altro che una buona azione di civiltà. Peccato che non abbia riguardato tutti.

 

E di civiltà non è che se ne è vista poi così tanta in questo mese. Vi ricordate il dibattito su “è solo un’influenza che ucciderà qualche vecchio”? L’accusa di disfattisti c’è arrivata anche quando denunciavamo il rischio mattanza nelle RSA. I più deboli dei deboli, mandati a morire da norme e pratiche legate a interessi di bottega e poco conta se la bottega dovesse sottostare alla Regione, la Lombardia e non solo, o ai voleri del Governo. Non abbiamo padrini politici, men che meno guardiamo con ammirazione ad Attilio Fontana o Luca Zaia, ci sembra stucchevole il dibattito sulle eccellenze sanitarie in un Paese che conta 18 mila morti. Le eccellenze, abbiamo l’impressione, si trovano oltralpe, si trovano probabilmente in Germania dove le terapie intensive sono enne volte più delle nostre e i letti negli ospedali quattro o cinque volte i nostri. L’eccellenza passa da lì.

 

Il sistema sanitario italiano è stato massacrato e fastidioso appare questo continuare a buttare la palla in un qualche campo politico avverso. Se si fosse voluto mettere a posto la sanità pubblica si poteva farlo da tempo, prova ne è che adesso, in un mese, si sono dotati gli ospedali di mezzi e strutture che aspettavano da anni e anni, di cui erano stati defraudati. Compresi medici e infermieri, inspiegabilmente, però, assunti a tempo determinato.

 

Questa crisi è nei fatti una crisi di sistema. Che interessa il tessuto economico-produttivo nazionale che, con l’alibi di una recessione già nei numeri del 2019, non ha saputo fermarsi per salvaguardare il proprio patrimonio più prezioso: i lavoratori. Che interessa il governo nazionale, colpevole di un’oggettiva cattiva gestione dell’emergenza, non ultimo nella comunicazione e pubblicizzazione di decisioni, decreti e dpcm, prima che fossero in vigore e spesso prima che fossero scritti. Che interessa le amministrazioni regionali, che non hanno saputo avocarsi quei poteri e quelle prerogative che sono loro propri, tradotto: se Roma non fa, potete fare voi. Che interessa le amministrazioni locali, che si sono macchiate dei #riparte e della decisione di non dare trasparentemente il numero dei decessi dei loro concittadini quando venivano loro chiesti.

 

Tutto male? Ovviamente no. Tanti errori fatali, fatali perché hanno contribuito alla morte di decine di migliaia di persone, ma anche tante storie di sacrificio e solidarietà, spesso più dal basso che dall’alto. Spesso iniziative di associazioni, di singoli, di qualche industriale avveduto.

 

L’accusa che ci viene mossa più spesso è quella di fare i “grilli parlanti” e di non dare soluzioni. Non è il nostro dare soluzioni. Il nostro dovere professionale e deontologico è la lettura critica della realtà. È denunciare quello che non va. La soluzione altri poteri, la stampa è solo il quarto, e altre competenze li devono dare. Noi, del racconto collodiano, forse è bene ricordarlo, non siamo quelli a cui cresce il naso, quelli sono altri burattini.

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Direttore

William Beccaro, 47 anni, è direttore di Estreme Conseguenze. Nato professionalmente nel 1994 a Radio Popolare di Milano, ha poi lavorato per le principali testate italiane. Tra queste la Rai, la Repubblica, l’Unità, Diario, Avvenimenti, RCS, il gruppo Sole24Ore. Nel 2009 era direttore del circuito radiofonico CNR, dalle cui frequenze ha fatto scoppiare il “Caso Cucchi”.

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