Corsa alla riapertura. Le pressioni degli industriali per fare ripartire decine di produzioni non essenziali monta di ora in ora. Tra i lavoratori c’è grande preoccupazione. Si sta creando anche una forte pressione mediatica in questo senso volta a giustificare le necessità di una ripartenza economica ‘prima che sia troppo tardi’. Secondo però molti studi, non ultimo questo di Fondazione GIMBE  il rischio di ulteriori contagi in caso di nuovi spostamenti di migliaia di persone specialmente al Nord Italia è altissimo. EC ha intervistato Giorgio Cremaschi, storico sindacalista FIOM e attualmente portavoce di ‘Potere al Popolo’.

Cremaschi che giudizio da di questa possibile ‘Fase 2’ in tempi brevi?
Rischia di essere una fase criminale. Vivo a Brescia e bisogna ricordare che due delle cause principali della diffusione del virus qui e a Bergamo sono stati gli ospedali e le fabbriche. Hanno chiuso le grandi fabbriche ma le piccole e medie, il vero tessuto industriale di questa area, sono rimaste aperte. Luoghi di lavoro dove è molto più difficile mettere in campo misure di sicurezza. La decisione ora di riaprire ulteriormente altre aziende ha due aspetti gravissimi ulteriori: sta decidendo la Confindustria. Ma questa non è una trattativa sindacale. Qui si parla di salute, di vite umane. Questo non è trattabile. Gli industriali devono sottomettersi a questa esigenza, punto e basta. Non è possibile trovare un ‘compromesso’ tra vita e guadagno. Viene prima la vita, sempre e comunque. E invece sta passando una mostruosa contrattazione dei morti. Quanti sono accettabili? Quanti possiamo permettercene per far ripartire “la macchina”? L’altro aspetto è: con quale sistema di trasporto si pensa di riportare al lavoro migliaia di persone? Affolliamo la gente sugli autobus? Impediamo alla gente di andare al parco e poi invece permettiamo che si riempiano treni e metropolitane?”

Cosa di deve fare per garantire la sicurezza di lavoratrici e lavoratori?
”Per garantire la sicurezza le aziende devono fare investimenti immediati di ristrutturazione, devono garantire la presenza di dispositivi sanitari, devono aumentare i servizi igienici, devono distanziare il personale, devono sanificare gli ambienti e tutta una serie di procedure sulle quali chi vigila? Funziona l’autocertificazione. C’è un dato di oggi dell’Inail di Torino che sottolinea un numero altissimo di contagi nei luoghi di lavoro che sono rimasti aperti. Tutto questo in un paese che non è in grado di dire quanti sono i contagiati veri, con una ridicola sceneggiata quotidiana serale che tutti sappiamo essere parziale. Discutiamo su dati finti con decine di migliaia di contagiati in più e ragioniamo su riaprire centinaia di imprese non essenziali. E si torna al lavoro col job act, una legge criminale, che ha diminuito la libertà dei lavoratori e li obbliga ad obbedire, a seguire il ricatto del posto di lavoro. Sarebbe questo il momento di reintrodurre l’articolo 18. Perché è adesso che si devono dare maggiori garanzie, anche sul posto di lavoro, per tutte e tutti. E al tempo stesso togliere la sanità alle regioni. Per avere un lavoro sicuro serve un contratto di lavoro sicuro”.

Come giudica l’atteggiamento delle sigle sindacali in queste ultime settimane?
“Mi pare che CGIL CISL e UIL siano succubi. Il loro ruolo è corrivo. Solo il sindacato di base sta mettendo in campo iniziative. Hanno accettato un decreto che contiene la mostruosità della autocertificazione col principio del silenzio-assenso. Non ho nessuna notizia di una sola azienda ‘non essenziale’ in Italia fermata da un Prefetto. Anzi fino ad ora i Prefetti hanno fatto l’opposto. A Spezia hanno obbligato i lavoratori del comparto Leonardo, insieme all’indotto, a tornare al lavoro dopo che i sindacati e in quel caso anche la CGIL aveva chiesto di chiudere tutto. A Taranto poi Arcelor Mittal e sindacati avevano trovato un accordo per tenere aperto l’impianto con 3mila persone al lavoro, su 8mila, e il Prefetto ha invece disposto che rientrassero in 5mila. Non mi vergogno a citare uno slogan che sembrava del passato: Stato e Padroni stanno distruggendo la salute delle persone. Arriviamo al paradosso per cui il primo maggio nessuno potrà ricordare in piazza la Festa dei Lavoratori, nemmeno distanziati a dieci metri uno dall’altro, ma in fabbrica sì, ci possono andare”.

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Caporedattore

Daniele De Luca ha lavorato per 15 anni come redattore a RadioPopolare di Milano, passando dalle notizie locali ai GR nazionali. E’ stato corrispondente dagli Stati Uniti per Radio Popolare. Ha collaborato con Diario e il settimanale L’Espresso. Caporedattore a CNRMedia. E’ direttore di ‘FuoriDiMilano’, il primo magazine free-press composto da una redazione di utenti dei servizi di salute mentale.

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