Quando si parla di telelavoro e di insegnamento a distanza ai tempi del coronavirus «non si creda che «la tecnologia da sola possa fare miracoli» perché in gioco ci sono tanti altri fattori a partire da quello sociale. A pensare in questi termini è il professor Fabio Forner, docente di storia della letteratura all’università di Verona, il quale spiega che sulla materia è bene «non lasciarsi andare ad analisi» superficiali.

Professore, giornali e tv da settimane stanno parlando in modo sostanzialmente positivo di smart-working e di e-learning. Al di là degli inglesismi lei su questo versante gode di un punto di vista privilegiato. Come stanno veramente le cose?
«Anzitutto direi che bisogna avere la pazienza di guardare più in profondità rispetto ai semplici slogan».

Che cosa intende dire?
«A fronte del momento drammatico che stiamo vivendo, il cosiddetto web sta dando una mano a lavoratori e studenti. Questo è indubbio. Ma dobbiamo capire sempre il contesto».

Può fare un esempio?
«Un conto è il telelavoro di una archistar che vive nel suo attico di 750 metri quadri su due o tre piani, che dispone di spazi, magari di una biblioteca privata. Un conto è l’impiegato che vive in un piccolo appartamento col mutuo da pagare con i figli irrequieti e che magari non va d’accordo con la moglie. La qualità del suo lavoro ne risente».

E nel mondo dell’istruzione o per quanto riguarda gli studenti universitari come stanno le cose?
«Le cose stanno allo stesso modo, anzi per certi versi peggio»

Come mai?
«Perché in molti casi lo studio richiede ancora più concentrazione. C’è molta differenza tra uno studente che deve condividere il tavolo della cucina col padre, con la madre e con eventuali fratelli che bisticciano e la situazione d’una famiglia benestante. La quale magari è andata nella seconda casa fuori città, col giardino e con la quiete della campagna intorno. Il che vale sia per lo studio, sia nella ipotesi in cui qualche familiare dovesse isolarsi per ragioni di presunto contagio. La qual cosa rimanda ad un problema che chi frequenta il mondo dell’università conosce bene anche da prima dell’avvento del virus».

Si riferisce agli spazi dedicati allo studio?
«Sì. In Italia questi spazi mancano. Da anni molti Paesi a cominciare da quelli del Nordeuropa ma non solo, investono risorse ingenti per collegare le biblioteche al mondo universitario. Le biblioteche non devono essere solo il luogo dove si chiedono i libri in prestito, ma devono essere dei poli di attrazione, di propulsione e di produzione culturale».

E perché in qualche modo tutto passa dalla fruibilità?
«Io credo che sia evidente. Ai ragazzi, sia delle superiori, sia soprattutto dell’università, devono essere garantite biblioteche a scaffale aperto, spazi in cui studiare in silenzio e altri spazi separati in cui studiare in gruppo. Le biblioteche poi non devono avere orari da ufficio prefettizio, devono essere aperte dalle 7 a mezzanotte sette giorni la settimana. La Biblioteca Frinzi dell’università di Verona in questo senso ha fatto molto, pur con spazi insufficienti e strutture limitate».

E da noi in Italia questo accade in altri casi?
«Praticamente mai, non sono molte le biblioteche con orari di apertura pensati per gli utenti: pensi agli studenti lavoratori, solo per fare un esempio».

Qualcuno le ha mai obiettato che in questo senso servono risorse che non ci sono?
«Questo è un falso problema. Anzitutto far funzionare le biblioteche in modo innovativo alla lunga ripaga l’investimento, anche perché così questi luoghi si aprono ad altri settori della società. Non si capisce per esempio dove stia scritto che un impiegato, un operaio o un professionista non debbano frequentare una biblioteca, tanto per dirne una. Sul piano delle risorse poi questi investimenti non sono giganteschi, se messi a confronto con altri questi hanno costi abbordabili».

E quindi?
«E quindi alla fine è una questione di scelte: di priorità delle amministrazioni comunali, regionali e dello Stato. E soprattutto è una questione di mentalità e di cultura, di capacità di leggere il problema e di avere una visione per risolverlo».

Senta professore, sui giornali però cominciano ad emergere alcuni problemi. Ci sono presidi che parlano del cosiddetto «digital devide» ossia della differenza tra disponibilità di mezzi tecnologici e didattica a distanza, di banda larga insufficiente. Si tratta di un problema reale?
«Direi proprio di sì. Tale problema va considerato su due versanti».

Quali?
«Il primo riguarda il mero possesso degli strumenti. Ci sono famiglie non abbienti che non hanno un pc. Ci sono docenti precari che non hanno a casa una connessione internet di tipo flat perché non possono permettersela. E se a loro la scuola chiede di continuo video-conferenze o chiede di registrare i video delle proprie lezioni i giga dei piani telefonici vengono consumati in un baleno. Di fatto si finisce per chiedere a molti docenti in condizioni economiche poco floride di pagare per poter fare lezione. E di converso, non mi stanco di ripeterlo, la cosa vale pure per le famiglie degli studenti».

E poi?
«E poi c’è il caso di chi, pur potendo godere di condizioni economiche buone non ha più il pc o non è capace di usarlo, ha perso la sua alfabetizzazione, perché sulla spinta dei social network si è pensato che tutto possa funzionare sullo smartphone, con un tocco, anzi con un touch».

Le vengono in mente certe famiglie in cui ci sono due o tre figli con l’iPhone da settecento euro e poi manca un pc con una stampante o addirittura il pc c’è ma non c’è nessuno che le sappia usare con un minimo di proprietà?
«Sì, c’è anche questo aspetto da considerare».

E quindi alla luce di tutto ciò che cos’è che la preoccupa di più?
«Queste lacune, penso alle biblioteche, ma ce ne sono cento altre, erano già gravi prima che si diffondesse la pandemia: perché di fatto costituiscono un blocco all’ascensore sociale. Adesso con la deflagrazione del virus c’è un pezzo rilevante della società che proprio in ragione di questi gap rischia di rimanere ancor più marginalizzato e ancora più povero».

Col rischio che la cosa si sommi alle enormi difficoltà economiche che a breve si materializzeranno nel Paese?
«Veda un po’ lei se questo non è un problema. Ed è opportuno che la classe dirigente del nostro Paese cominci a porselo, più prima che poi».

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Giornalista

Marco Milioni, classe 1973, è giornalista pubblicista dal 2002. È stato per molti anni firma fissa de Il Gazzettino e corrispondente da Vicenza per Radio Rtl Venezia ed Rtl 102,5. Ha all'attivo collaborazioni con Alganews.it, Globalist.it, Il Fatto quotidiano, Canale 68 Veneto, Vicenzapiu.com, Radio Vicenza, Vvox.it e con il gruppo Citynews.

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